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Consistenza Poetica dell'Arte

Scritto da Silvia Sbaffoni.

«Accendere una lampada e sparire/Questo fanno i poeti/Ma le scintille che hanno ravvivato,/se è vivida la luce, durano come il sole».

La folgorazione di Emily Dickinson aiuta a introdurre la tematica a dovere.
L’arte nel suo significato più tecnico sembrerebbe essere un qualche cosa di concreto, è infatti definita come un’attività umana volta a creare opere a cui si riconosce un valore estetico, per mezzo di forme, colori, parole o suoni.
L’etimologia stessa della parola che viene dal latino ars, artis, ne dà un’accezione pratica nel senso di abilità in un’attività produttiva, capacità di fare armonicamente, in maniera adatta. 
Analoga riflessione è per la poesia. In una prima accezione la s’intende come "composizione verbale in versi", che deve rispettare determinate leggi metriche, un mero pezzo di carta con su scritte tante parole. In realtà una indica l’effimera inconsistenza dell’altra. Il sistema scolastico insegna agli studenti, sin da quando sono poco più che infanti, a studiare la poesia, obbligando i fanciulli ad imparare a memoria quei versi in rima senza far comprendere loro perché si studia la poesia, tanto meno cos’è.
Introducono l’arte pian piano ma non ne caratterizzano la bellezza spirituale, l’eterea espressione del potenziale umano che in realtà è ciò che distingue gli individui, gli uni dagli altri. Li butta nel calderone delle spiegazioni dei maestri ma senza dir loro che in realtà la poesia è, innanzi tutto, nel cuore di chi l’ascolta. 

Prima di fare conoscere ai bambini, spugne il cui apprendimento è facilitato dal loro essere ricettivi ed innocenti, non condizionati dalle pressioni e dagli inganni del mondo adulto, i grandi poeti e gli artisti che arricchiscono il patrimonio culturale mondiale, dovremmo spiegare loro che la poesia prima ancora di essere verso è l’anima dell’arte, ciò che rimane dopo che ogni artista ha espresso il suo potenziale. Il bambino è un poeta spontaneo, come affermano i pedagoghi, se solo sapessimo approfittarne suggerendo nomi a ciò che sente riusciremmo ad introdurlo all’arte in maniera naturale. 
Nelle classi di tutte le scuole si studia la poesia, la si impara memoria, in maniera mnemonica, meccanica che non lascia spazio a insegnamenti di nessuna sorta, anzi, crea nel fanciullo o nel ragazzo, un’avversione per una cosa imposta che a lui non è nemmeno data capire. Rincarano il colpo pretendendo di dare un voto alla loro memoria e non a ciò che in loro ha suscitato la lettura di un particolare componimento.

Quindi recitano, o meglio, ripetono, perché il recitare di per sé presuppone che si sia compreso ciò che s’espone, che sia entrato nel cuore di chi recita arricchendolo, cambiandolo addirittura; ripetono, appunto, come tanti automi, l’Infinito di Leopardi pur non avendo visto neppure la poesia che risiede già nel titolo stesso, la maestria con cui trasporta nero su bianco un sentimento che è esso stesso astratto; pur non avendo imparato a riconoscere che la vera arte sta in ciò che rimane a chi legge alla fine della poesia, nelle immagini che ciascuna parola evoca: ciò che c’è di straordinario è che quel qualcosa, quell’impalpabile sensazione non sarà mai uguale, nessun essere umano percepirà mai quella poesia allo stesso modo, addirittura nello stesso soggetto quella percezione potrà cambiare a seconda dello stato d’animo con cui legge, del suo vissuto, del suo bagaglio emotivo che è in continua evoluzione fin anche alla morte. 
Replicano l’Aquilone perché obbligati e questa imposizione preclude loro la possibilità di percepire il sole sopra Urbino, nuovo eppure tinto d’antico, di respirarne l’aria frizzante, di giocare con il pettirosso, di sfiorare l’erba, di sentire le urla divertite dei bambini che giocano. Né tantomeno di cogliere il dolore, la sensibilità dell’anima di Pascoli messa a nudo. Non gli permette nemmeno di vedere gli aquiloni.
Studiano Carducci ma si fanno sfuggire fra le mani la preziosa consistenza di poesie come “Pianto Antico”, la leggono e rileggono, impassibili, atoni, senza cogliere i vividi colori del melograno o dei fiori; la luce e il calore delle giornate fattesi più lunghe grazie all’arrivo della primavera, non riconoscono nemmeno il dolore intriso in quelle parole che rende il cuore dell’autore arido a tali meraviglie, mentre realizza che nemmeno il suo amore più profondo è in grado di risvegliare suo figlio dalla morte. 

Crescendo poi passano ad opere sempre più difficili da capire e interpretare, se non viene insegnato loro come vedere la poesia in ogni opera d’arte, come ogni cosa può arricchirli, dar loro quella sensibilità ed acutezza che gli permetterà di vedere la poesia in ogni cosa. Allora la Divina Commedia diventa un incubo, il Decamerone un mezzo con cui i professori tormentano gli studenti, Foscolo un pazzo che scrive quasi trecento versi ad un cimitero e nessuno di loro è più in grado di cogliere l’immensità di Pirandello, del mondo racchiuso in Uno, nessuno e centomila
Dovremmo usare la poesia, maestra di sentimenti, per smuovere le emozioni; attraverso i versi e le parole di autori che hanno fatto e fanno la storia della letteratura, destare i moti dell’anima presenti in ognuno di loro; silenti magari, ma in costante attesa di essere smossi. Per quasi vent’anni diamo, a chi guiderà il nostro futuro, gli elementi per crescere senza gli strumenti per comprenderli. Li vediamo barcamenarsi a partire dalla scuola materna, fra un insegnamento e l’altro, coscienti che il loro entusiasmo e la loro curiosità scivola via, scemando, e si concentra su cose concrete, tangibili, che riescono a toccare concretamente, pur non avendo compreso la poesia. Li educhiamo a tutto tranne che a comprendere che il valore reale dell’insegnamento sta in ciò che non si può vedere ne toccare.
Incapaci di aiutarli rimaniamo a guardare, passivamente, il loro allontanarsi dalla poesia e dell’arte. 

Ci sono le eccezioni, è vero, animi nobili che sentono il richiamo della poesia senza conoscerla, ma che, pur senza capirla inizialmente, vi si abbandonano e si lasciano cullare da essa e piano piano la comprendono; ma sono pochi, e sempre più rari; eppure basterebbe presentar loro l’arte e la poesia per quello che realmente sono, per instillare un po’ di curiosità. Esse parlano al loro io interiore, alle loro coscienze profonde, più nascoste; risvegliando quell’intelligenza emotiva grazie alla quale capiscono e comprendono tutto. 
Le eccezioni esprimono la loro poesia senza filtri, ma la maggior parte dei ragazzi stenta farlo perché manca loro il lessico giusto per raccontare le emozioni. 
La curiosità è una fiamma che con la crescita diventa sempre più flebile, ma se ravvivata porta a introspezioni che ad oggi sembrano impossibili fra i più giovani, e ad una crescita a livello umano, perché permette di mettere in discussione sé stessi, di mettersi in gioco, reinventarsi, di capire, senza il bisogno di violarla, che la libertà è un infinito che finisce dove inizia quella dell’altro.

Arte e poesia

Non esiste una risposta univoca alla domanda cos’è l’arte.
La stessa storia dell’arte non è altro che un racconto dell’evoluzione delle espressioni artistiche, uno studio degli stili, delle opere e degli autori che si sono susseguiti nel tempo. Non ne dà una definizione oggettiva, perché non è esiste solo una.
È una entità talmente personale che non è possibile darne una definizione univoca. Essa acquisisce un insieme infinito di significati dei quali nessuno è sbagliato. Non ha uno schema ben preciso né un confine definito, ma spazia in illimitate sensazioni, emozioni e sentimenti. Potremmo definirla in linea generale l’espressione dell’animo umano, della propria personalità a visione del mondo. Il suo pregio più grande è appunto quello di permettere l’introspezione, scende fin nelle profondità dei sentimenti e riemerge portandone una testimonianza così effimera da risultare evidente. 
In molti fra filosofi e pensatori hanno visto l’arte come il mezzo attraverso cui arrivare a comprendere sé e il mondo; è ciò che permette alla nostra realtà interiore di avvicinarsi a quella esteriore. 
A ciò si aggiunge l’importante compito di racchiudere il vissuto e l’esperienza personale dell’artista e di tramandarli nel tempo: l’arte è l’eterna testimonianza di valori che da temporali diventano immortali e in continua evoluzione a seconda di chi la osserva.

Le forme dell’arte

Ciò che percepisce il soggetto che crea è inevitabilmente diverso da ciò che avverte chi osserva; la poesia assume forme diverse a seconda se si considera il punto di vista dell’artista o quello dello spettatore, differisce perfino da spettatore a spettatore. Questa differenza è data dal fatto che ognuno osserva coi propri occhi, e se è vero che ciò che vedono è uguale per tutti, è altrettanto vero che quello che percepiscono allo stesso modo differisce per chiunque.
La poesia è ciò che osservando un’opera d’arte non è dato vedere agli altri. Questa sensazione, appunto, cambia proprio perché gli esseri umani sono tutti straordinariamente diversi. Il modo in cui guardano all’arte è viziato da ciò che tutti gli altri non vedono. Ne consegue che la poesia si trova in ogni dove; in una scarpa creata a mano, nella acconciatura di un parrucchiere, in un libro o un giardino, un passaggio sportivo, una lezione, in una canzone. Ognuna di queste è un’opera d’arte a suo modo, perché riesce a trasmettere la poesia che racchiude in chi osserva.
La società odierna ha bisogno più che mai di rieducarsi all’osservazione dell’arte. L’era digitale ha ampliato i confini ma allontanato le persone, è più facile raggiungersi ma più difficile vedersi; abbiamo alle spalle oltre due milioni di anni di storia e ciò a cui ci ha portato oggi il progresso è un avanzamento in campo tecnologico, ed una regressione costante e continua nei rapporti umani. Ha limitato l’espressività propria dell’uomo che la macchina non è in grado di tradurre né tanto meno di riprodurre; proprio perché, come la poesia racchiusa nell’arte, pure l’espressività è soggettiva, inimitabile. Ha calpestato valori come l’onestà e la sincerità, favorendo la nascita dei leoni da tastiera, che forti del loro non essere visti, alimentano piaghe come l’odio, il razzismo e ogni sorta di discriminazione. 
La disonestà, quando non ci si guarda negli occhi, si propaga a macchia d’olio ed è più semplice mentire quando non si corre il rischio di essere scoperti. Di fronte all’arte, però, non si può fingere, ciò che suscita in noi non è razionale, né comandabile dalla ragione, è uno specchio della nostra condizione interiore e il modo in cui reagiamo è un’opportunità per riflettere su noi stessi e sul mondo che ci circonda. 

L’arte in ogni sua forma sensibilizza l’uomo, lo scosta da ciò che è materiale e gli permette di riscoprire la bellezza, non solo in senso estetico; permette di combattere l’ottimismo forzato che impone la società, fa cadere le maschere, ci ricorda che il dolore fa parte della condizione umana, e per questo non va nascosto né taciuto; permette di comprendere che le emozioni negative vanno vissute per poter essere comprese e superate, e pure questa è lirica.

La poesia impalpabile

La poesia, quindi, non è solo quella dei poeti, che è arte anch’essa ma è il turbinio di sensazioni, pensieri e immagini che l’arte riesce ad evocare. È l’insieme delle emozioni che trasmette una canzone quando la si ascolta per la prima volta; il modo in cui esse cambiano quando l’abbiamo fatta nostra dopo averla ascoltata ancora, ancora e ancora; il fatto che le sensazioni che evoca siano diverse da persona a persona. Riuscire a percepire la delicatezza con cui Pascoli descrive la mano della mamma che pettina il fanciullo inerme e il dolore che porta nel cuore, che conseguentemente diventa anche nostro, anche questo è poesia. È immaginare Monet mentre dipinge le ninfee, o vedere con gli occhi dell’anima l’ultima pennellata di Leonardo che crea la Gioconda, mischiarsi con i colori di un tramonto dipinto, tanto reale da farci sentire stanchi; diventare astratti guardando un quadro di Kandinskij, viaggiare in treno con Anna Karenina, provare la stessa vergogna di Esther marchiata con una A sul petto, sentendosi allo stesso tempo un liberale portatore degli ideali della società di fine Ottocento, come Hawthorne contro le restrizioni di quella puritana del New England. Provare sulla propria pelle il freddo dello Yorkshire, pungente tanto quanto profondo è l’amore di Heathcliff in Cime tempestose. È essere catapultati nel mondo letterario e cinematografico di Harry Potter, rapiti dalla straordinaria genialità di David Lynch, essere affascinati da una rappresentazione teatrale e sentirne ancora la sensazione uscendo dal teatro. Estraniarsi dalla realtà leggendo un libro e ritrovarsi a camminare nei luoghi descritti nella storia, immaginare di poter accarezzare quel ragazzo descritto col «viso femmineo e gentile, dalla pelle di nebbia e i capelli color castagne». Sentirsi trasportare dalla musica di un concerto dal vivo, nella storia della musica, dai grandi compositori ai più eclettici paladini del rock. 

In ognuna di queste sensazioni risiede la poesia, e in molte altre ancora che non ho menzionato e che forse devo ancora scoprire. 
Conoscere e comprendere la poesia in questo senso ci aiuta ad imparare ad ascoltare; non siamo più educati all’ascolto ne degli altri, ne di noi stessi, la poesia è introspezione ed è maestra in questo, è uno strumento attraverso cui rieducarci alla sensibilità di cui, ad oggi, è carente l’umanità intera. La poesia talvolta ci aiuta a comprendere l’incomprensibile, a non averne paura; affina l’animo, il pensiero e la sensibilità e ci rende più aperti al mondo e alle infinite possibilità che esso offre. 
La poesia, quindi, dimora nel ragionamento stesso che io faccio in queste poche righe, comprendere le sue potenzialità e attraverso essa liberare il mondo dai suoi limiti è l’unico modo per smuovere le coscienze e crescere.