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Generazione Superenalotto

Scritto da Antonella Mecenero.

Ivano Fossati, in Quello Che Manca Al Mondo, chiede: che ne è stato dei sogni di questo tempo?

Vedo ogni mattina i ragazzi entrare a scuola. Sorridono scherzosi, si passano bigliettini o display di cellulari che subito spariscono quando un insegnante si avvicina. Hanno l’età dell’impudenza e vivono il tempo della possibilità. Tutto il futuro immaginabile li attende. Che cosa si sogna a quell’età?
In tutti i tempi e in tutti i luoghi è in preadolescenza che si sperimenta la passione. Si immagina il primo amore, si scopre che a infiammare il cuore possono essere la musica, le idee, l’arte, lo sport. Non c’è ragazzo che non tiri qualche calcio al pallone sul retro della scuola, che non si immagini con la coppa del mondo in mano.
Gli adulti li guardano con l’invidia dolce di chi non può più farsi inebriare così tanto dal profumo del futuro. Fino al momento in cui non si fermano a confrontarsi.

Dieci anni fa molti lamentavano di una generazione che aspirava ad essere calciatore o velina, al massimo vincitore di un reality show.
Oggi, un sogno dei ragazzi è quello di vincere alla lotteria. Ad una qualsiasi, ma meglio di tutte al Superenalotto. Lo scrivono sui temi, al primo posto nella lista delle loro aspirazioni. È ciò che gli rimane dall’erosione di ogni altra aspettativa. Hanno osservato cugini, fratelli e sorelle più grandi impegnarsi, studiare, e restare impantanati nella palude del precariato.
Vedono i genitori affaticarsi per raggiungere la fine di mesi che paiono sempre più lunghi. Sono naufraghi senza zattere in una crisi che non è solo economica. Neppure gli stadi o le trasmissioni tivù hanno un vero fascino. Hanno imparato chi è il raccomandato e non si fanno più illusioni.
Sanno che in un paese di furbi predatori per molti c’è il ruolo della preda. E la fuga perfetta è una lotteria impossibile, l’illusione di potersi trascinare fuori dal disagio del pensare.

In questi giorni i ragazzi in terza media stanno effettuando la loro prima grande scelta, quella della scuola superiore.
Dovrebbe essere un momento di eccitazione e di paura, un passo consapevole verso gli uomini e le donne che si desidera diventare. Non un frammento di sconsolata apatia. Qualcuno di essi confida che vorrebbe fermare il tempo, restare alle medie, per non dovere fallire. Come se il fallimento fosse l’unica destinazione possibile.
Altri che dicono che in fondo è uguale: si vada al professionale o al liceo, sarà il viatico a fare la differenza. Si è bravi per l’ufficialità del cognome, per il peso della parentela o della conoscenza.
Ma può essere la sconfitta il sapore più comune sulla bocca a quell’età?
Non sono al servizio della retorica, le mie parole vanno troppo spesso a capo perché ho bisogno di respirare l’aria rarefatta fra i cocci della verità. La crisi, la fretta, il pressing degli eventi sono alibi che i grandi si danno per non avere più tempo di coltivare i sogni dei ragazzi, per averli rassegnati a vivere in un mondo di inazione.
E quei grandi siamo noi. Noi che siamo pronti, a ogni sondaggio allarmante, a dare la colpa ai ragazzi stessi, ai media, a una indefinita società, dalla quale comunque ci chiamiamo fuori. Chiediamoci se proprio adesso, che viviamo tempi difficili, possiamo permetterci di allevare una generazione di rassegnati. Non serve attendere una svolta, un segno qualsiasi, per darci un orientamento, perché allora sarebbe come spingere un muro, una piramide: un proposito sbilenco. Inverosimile.
Inseguire i sogni non è un’attitudine con la quale si nasce, è una disciplina faticosa, una maratona che può prolungarsi nei decenni; occorrono allenamento e motivazione. Agli adolescenti che soffrono la benevolenza di tutti e la giustificazione dell’incertezza servono più ideali che consigli.