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Funereal Thoughts

Scritto da Filippo Lancietto.

È un giorno di cose desolate, abbandonate e fredde, un giorno che forse dura da ieri.

È un giorno che scorre nelle vene, sottili e ramificate come le strade di un paese che non ricorda più il nome dei propri antenati. Un tempo che protesta sulle scie di un presente ottuso e caparbio: tra macchie sbiadite di verde, aria densa e irrespirabile, nuvole scure, massicce e sconfinate; e un teatrino, una combriccola di gente con il sonno addosso, con una specie di febbre, gli abiti sdruciti, le braccia pesanti, gli occhi scavati come le guance.
Bum, bum, bum. Un’adunanza sparpagliata e improbabile, getta i piedi sull’asfalto e muove passi trascinati, scombinati, mandati avanti per vizio. Un tonfo opaco e vibrante guida lo scricchiolio delle giunture e delle speranze perdute, detta un ritmo che non ammette variazioni. E si ripete: Bum. Bum.
Un gruppo di pochi ciondola compatto, riempie una strada deserta. Tra loro compare una donna.
La chiameremo R. perché così si firma:
Erre è tutta principio e mai conclusione. Erre respira secondo necessità, perché così le hanno insegnato: respira forte se è per godere e piano, pianissimo, quando le paure mordono gli intenti. «Respira l’indispensabile, quando non sai cosa c’è acquattato nell’ombra. Trattieni il respiro, e non ti troveranno mai». Così le diceva sua madre. Non ricorda neppure di essere arrivata lì. Quel suono martellante, e i volti sconosciuti: guarda indietro e poi stropiccia gli occhi per la sorpresa: vede una grancassa prima dell’uomo che la regge, con le mani ossute e troppo lunghe; ha le unghie marce e un cappello di feltro sulla testa. Una cascata di riccioli appiattiti sulla fronte, sulle guance: occhi di abisso che emergono da una fessura stretta e diffidente. La barba a chiazze e la bocca sempre aperta, come se l’aria non gli bastasse mai. Il suo strumento ha un suono lugubre che ben si adegua alla loro marcia funebre. Una divisa da ufficiale, logora, gli cade addosso nel modo ridicolo di chi non sa stare nei panni che indossa, ed imita un destino di altri, e di altre cose. La giacca tira sulla pancia tonda, sgarbata: se ne sta lì come fosse a casa sua, scomposto e indecente, coi vizi esposti e il fetore del vino bevuto una notte intera, col sonno non dormito e le voglie taciute, disperate e arrese. 

Lei si volta, non ne vuole più sapere. Ora guarda dritto davanti a sé, vede per filtri e impedimenti. Una veletta le copre il viso per metà: è fatta di una rete stretta, di ghirigori sottili all’altezza degli occhi.
Le strade di paese sono fredde, ammutolite e grigie. Piovono gocce di pioggia lente e appuntite come aghi finissimi.
Il vestito le aderisce sui fianchi, e lei lo scosta infastidita. I capelli raccolti in una lunga treccia corvina. Gli occhi liquidi annaspano in cerca di un punto fermo. Uno che sia buono. Eccolo, è lui: ha un calore insperato. Con un libro in mano, lo smeraldo degli occhi, la sua voce morta in gola, morta più del morto chiuso in una bara che precede tutti loro e li giudica, né è sicura. Questo è il suo corteo funebre, in fondo. E loro sono marionette mute, cupe e voraci. Macinano passi, pensieri e fame. Fame atavica di speranze, di dolore nelle viscere, di vuoti da riempire a oltranza, e sempre vuoti, ancora vuoti.
Qualcuno canta, in lontananza:

«Don't go to church on Sunday
Don't get on my knees to pray
Don't memorize the books of the Bible
I got my own special way
I know Jesus loves me
Maybe just a little bit more».

Un ragazzo ai lati della strada, imita lo spiritico corteo: è alto e dinoccolato, allegro in un modo che stride con tutto il resto. Corre, salta, frena e indietreggia. A un tratto punta proprio Erre: solleva i pantaloni troppo larghi, come fosse una gonna; le rivolge un inchino, fa il segno della croce e scappa via, tra un cane che zoppica e lo sghignazzare dei passanti che lo conoscono già: è il pirata, detto così perché non si sa mai cosa gli passa per una testa tanto grossa per un fisico esile, che il dottore dice piena di cose da pazzi. Il pirata copre sempre un occhio quando racconta le cose. Dice: «sai una volta andavo a pescare. E a forza di non pescare neppure un pesciolino piccolo così, ho visto una sirena. Ma è guizzata via troppo in fretta. Io quasi quasi, l’avrei seguita lì sotto, e poi chi lo sa».
Qui siamo tutti fuori di testa, pensa lei. Sospira e guarda ancora l’uomo dagli occhi verdi. Le viene un languore che non sa decifrare: sale dalle mani, dal sesso da premere stretto tra le cosce, dalla pancia vuota; e pigro arriva fino al collo, si fa totalizzante e pulsa in testa: copre ogni altra spinta, e non ha nome. Gli occhi si fanno pesanti, perciò li chiude un solo istante, mentre il respiro si fa lento come quel cammino interminabile. Riapre gli occhi. Qualcuno piange un pianto senza lacrime, che fa arido il viso come l’animo di chi ascolta: nessuno crede più alla vedova con la boccetta di veleno in mano, né al barbiere con le lame affilate. Nessuno crede più al panettiere con la ricetta segreta sotto banco: qualcuno lo ha visto re-impastare impasti vecchi di oltre cent’anni, con le falene in tasca e un antimuffa speciale, al sapore di semi di sesamo tostati. Nessuno crede più all’uomo col ritratto in soffitta: vecchio il dipinto e vecchio pure lui, per chissà quale sgarro.

Le ruote dell’auto funebre rigano l’asfalto, ed hanno un suono cupo, basso e discontinuo. La marcia dei vivi prosegue: la pioggia batte colpi stanchi sulla nuca, sulle ciglia. Occhi verdi scuote il libro stretto tra le mani per soffiare via un insetto tondo e paffuto dalla faccia: le ali cucite a un corpo che pare rattoppato, a puntini e virgole di pelo distribuite male. Mai vista una cosa così. Funereal thoughts, recita il titolo del volume che reca zigrinature ai lati, chissà se per usura o per stile. Erre aumenta il passo, gli si avvicina con l’impaccio degli inopportuni. Gli sottrae il libro dalle mani e lui la guarda sbigottita. Lei fa spallucce, poi gli rivolge un sorriso a metà: così storta, con le labbra che puntano a destra e restano fisse sul lato opposto, la fronte corrugata e gli occhi spiritati, si sente ridicola. E divertita. Sfoglia il libro: trova pagine bianche, spesse. Ritagli di giornale, cose scritte a penna, foto in bianco e nero, impronte di dita su macchie di inchiostro. Il nome di una casa editrice campeggia sulla parte inferiore di una copertina nero pece, proprio al centro: Nothing & Nobody, a caratteri gotici. Lui fa sì con la testa, lei gli prende la mano e la porta sul seno: ma ha troppi strati di vestiti e non sente nulla. Perciò preme appena, cerca di capire dove sia l’intoppo. Poi lascia cadere tutto: mani e speranze. Lui tira fuori dalla tasca un fiore di carta, lo appunta al taschino della giacca e fa segno con le dita: lei si sporge, legge un indirizzo.
Lo ricorderà.

Un gruppo di uomini vestiti in bianco e nero, con la bara bianca e nera sulla spalla, con un uomo morto in vita da almeno vent’anni, e morto nel corpo, di nuovo, solo ieri. Bianco e nero, pure lui: madre esotica, padre assente e pallido come un cencio. Si dice fosse addirittura albino. L’esotismo della mamma, chi lo sa dove trovava approdo e radice. Lei parlava solo a gesti: la voce non l’aveva avuta mai, pareva uno spettro nero-nero, con le sue forme esagerate e stranamente seducenti. La chiamavano Myriam perché aveva una faccia da Myriam. Ma si chiamava Rose, ed era orfana di voce e di affetti.
Qualcuno suona una chitarra scordata, una processione di uomini e donne procede verso la lapide e lì posa un fiore e una lettera ripiegata. L’uomo con la grancassa batte un ultimo colpo, prima di posare il suo strumento su un cumulo di terra rimestata da poco: insolito tributo a una vita spenta. Va via cantando un canto così bello e inaspettato: voce meravigliosa, da piangerci sopra tutte le lacrime addormentate fino a quel momento. E per dolore intimo, e vissuto al singolare, mica per la morte: per la vita insensata, offerta invano a un amore inteso male, chiusa in una gabbia costruita con le proprie mani: mura invalicabili, da maledire.
Si mettono tutti a seguirlo, dimentichi del morto amico e nemico di tutti e di nessuno: all’improvviso non ricordano più chi sia. Si scordano dei nomi, del passato e del futuro. Torna il pirata e balla ululando a un cielo uggioso e freddo. È così sgraziato; ma ha movenze perfette per loro, e per quel momento. L’uomo-senza-grancassa canta, e tutti lo seguono fino a che si fa notte ed è tempo di dormire.

Ora è già domani.
E ridestarsi dai sogni buoni e cattivi, è come tornare a galla dopo una lunga apnea, un buio fisso e acquoso: nel mondo ad occhi chiusi c’erano una sirena ed un uomo vivo da omaggiare. Qualcuno si complimentava, e gli diceva: «Oh, bravo! Sei proprio vivo, chi lo avrebbe detto mai?». Qualcuno piangeva disperato: «Ma dico, non stavi meglio di là?».
Poi c’era un pirata con un pesce enorme, che proprio non riusciva a trascinare.
La contentezza che aveva in corpo per averlo catturato, si spense presto: era tutto per gli occhi e niente per la pancia. E siccome lui aveva una fame senza precedenti, si convinse che era giusto vivere di sola aria: quella era facile da mandare giù, e si poteva condire con una spruzzata di sole e qualche goccia di pioggia caduta a zigzag dai monti in rovina e dagli ombrelli delle signore. La inghiottiva, immaginando ora un piatto di pasta, ora un’abbondanza di pesce e di carni di ogni taglia e regione: si fece pasciuto e contento, ed ebbe a sorpresa l’amore di una donna, un bel giorno. Aveva la pelle di neve e un pesce gatto tatuato sulla schiena.

Nel mondo a occhi aperti, Erre non sa dire dove sia finita. Si guarda intorno: ha male alle ossa e alla testa che ancora risuona echi di grancasse e di mandolini. Tasta il letto molle, umido. Ha un cuscino sotto la schiena, i capelli caduti a pioggia sulla faccia. È nuda e trema, mentre il sole le si corica addosso disegnando sui capezzoli turgidi, piccole forme di fiori sbilenchi e pois oblunghi, con le ombre venute dalle sue dita, pronte ad accertarsi che tutto si trovi dove deve.
Manca lui, ma sa che c’è stato perché il suo corpo porta addosso un odore che non le appartiene. Non conosce quella stanza: il tetto con i disegni irregolari di una muffa vecchia chissà quanto, ed un lampadario ossuto, scheletrico, privo di armonia e mezzo rotto; un quadro storto è appeso alla parete di fronte: un cagnolino piega la testa sotto il peso di una mano amica; mano rugosa di un uomo con una pipa in bocca, una giacca marrone con delle toppe sulle spalle, tre bottoni sul davanti, e un berretto celeste di una spessa lana intrecciata. Non vede bene il viso, ma non deve essere giovane.
Vede le lenzuola spaiate, una lampada accesa, un fiore sul comodino; sa che aveva una canzone in testa: nel sogno o fin dentro il vero più vero che ha potuto, non sa dirlo. Ora però non riesce ad afferrarla.
Qualcosa cambia quasi impercettibilmente, nella stanza. Deve essere
lui che ha un passo di velluto, ma l’aria si sposta pure per un nulla, e lo annuncia. Non si accorge di mormorare piano, come una litania: qual era?, tentando musiche a fior di labbra, motivetti incastrati male, presi in prestito da canzoni che non le forniscono una risposta. 
Era Chocolate Jesus, le dice una voce di uomo. E comincia a suonare.

https://www.youtube.com/watch?v=1wfamPW3Eaw