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Ipotesi di Letteratura Glocale

Scritto da Gianfranco Cordì.

Come per i prodotti tipici, nella globalizzazione si genera per la letteratura coeva una sorta di cortocircuito fra globale e locale, secondo la definizione di glocale di Roland Robertson.

Che vuol dire? Prendiamo il pecorino crotonese, il caciocavallo di Ciminà, i bronzi di Riace, il peperoncino di Diamante, l’olio di Lamezia Terme, la cipolla di Tropea e la ’nduja di Spilinga. I prodotti tipici sono strettamente legati al territorio locale ma al tempo stesso, a causa delle dinamiche frattali, scomposte ed irregolari della globalizzazione, sono fonte di conoscenza anche a livello globale. Alla fine, non costituiscono più né un prodotto locale né un prodotto globale, come può essere il sistema operativo Windows, bensì un prodotto glocale. Cioè vanno a insistere nel punto di congiunzione e di contatto fra istanze che sono sì legate strettamente a un territorio nel quale, però, la politica è incapace ormai di fare politica essendo percorso, quel locale, da fermenti che sono naturalmente globali, e come tali ne assumono visibilità.
Così la letteratura dei calabresi – terra quanto mai filosofica, basti pensare a Tommaso Campanella di Stilo, Bernardino Telesio di Cosenza, Gioacchino da Fiore di San Giovanni in Fiore, Cassiodoro di Squillace, Pasquale Galluppi da Tropea, e fra i contemporanei Giacomo Marramao, Ermanno Bencinvenga, Nuccio Ordine, Franco Piperno e il compianto Mario Alcaro di Catanzaro – per una specie di parallelo tutto interno ai meccanismi, come amerebbe dire Giorgio Agamben, ai «dispositivi» della globalizzazione, potrebbe aver subito un movimento simile.

Intanto il famoso «realismo» che ha caratterizzato da sempre la tradizione letteraria della regione non si è estinto.
Corrado Alvaro da San Luca, Mario La Cava da Bovalino, Saverio Strati da Sant’Agata del Bianco, Fortunato Seminara da Maropati, Francesco Perri da Careri, Franco Costabile da Sambiase, Leonida Repaci da Palmi e molti altri, oggi sostituiti da Mimmo Gangemi da Santa Cristina d’Aspromonte, Gioacchino Criaco da Africo, ed Alessandro Quattrone, Rosella Postorino e Corrado Calabrò da Reggio Calabria, Carmine Abate da Carfizzi. Ed ancora gli intellettuali Salvatore Settis, Piero Bevilacqua, Vito Teti. Intanto il nostro «realismo», come ogni
cosa buona e giusta, può rischiare di diventare una trappola. Trappola alla quale si è sottratto il poeta reggino Elio Stellitano, autore di due sillogi nelle quali si distacca dal dato immediato della condizione umana e civile calabrese.
Certo il gesto è meritorio ma è altresì vero che, negli anni di Alvaro, era urgente descrivere una certa condizione sociale. Contadini, baraccati, disoccupati e, oggi, ’ndranghetisti, mazzettisti, politici corrotti: l’umanità plurale e multicentrica di Mimmo Gangemi e Gioacchino Criaco. Sì, il realismo può diventare una trappola. Anche Mimmo Gangemi vi si sottrae e nelle sue opere fa spesso entrare in scena una controparte affabulatrice che ripercorre le gesta della Storia. Insomma: espedienti.

Senza dubbio il realismo era urgente in Calabria perché c’era una realtà che bramava di poter essere raccontata.
Qualcuno dirà «però, se ti adagi solo sul realismo, ti perdi tutto il resto del grandangolo della letteratura», eppure quei prodotti culturali sono
glocali, e quindi hanno un’ appetibilità a livello globale. Mimmo Gangemi ha visto realizzare una fiction su Rai 1 da un suo romanzo. La fortuna del film Anime nere del 2014 di Francesco Munzi è un esempio. Gli autori del luogo, così come i filosofi rivoluzionari, non si sono fermati al mero dato di fatto. Non è questione di regionalismo.
Umberto Boccioni ci era solo nato, a Reggio Calabria, Quasimodo vi lavorava, ed Edward Lear, pur se nato a Londra, è invece parte integrante della letteratura calabrese. Ecco allora che se si vuole conoscere sul serio il DNA di una letteratura è bene sviscerarne gli argomenti che vi fanno parte, e se un autore scrive una storia che rientra in un dato territorio (si pensi al David Manzoni di Genova, che ha ambientato nella bassa cremonese quel gioiello che è
I provinciali), diventa parte di quella letteratura. E un poco egli stesso un cardine. Ma non basta ancora. Esiste, in definitiva, un humus (senza scomodare l’Antonio Gramsci della «Questione meridionale»), esiste tutto un terreno di coltura fatto di avvenimenti, di sogni, di prese di posizioni, una serie – come direbbe Jacques Derrida – di rimandi che fanno pensare alla Calabria con o senza la nascita effettiva dell’autore di quello scritto in questa regione.
Tant’è, che importanza hanno le letterature regionali? Sono monumenti come e più di quelli architettonici, di fatto.

La stessa imponenza che ha una formazione turrita dei Normanni, il medesimo rilievo nella memoria e nella suggestione, nel folklore e nel futuro (già, il solito passato da tenere presente per avere ancora un presente e un futuro) lo possiede una delle opere di narrativa degli autori glocali, proprio perché frutto del pensiero, di un estro che ha sedimentato in una zona, con tutto il suo sostrato di evocazioni e tipicità. E la sua area diviene il mondo intero. Si tratta, in questo caso, di un teatro che dal punto di vista nazionale non può essere osservato: le cose viste dalla Calabria, come da un’altra regione, fanno venire in mente Einstein, per cui cambiando punto di vista cambia tutto quanto.
E quello della Calabria è un piccolo contributo
glocale di una terra votata come, o più di altre, all’intellettualità. Se non ci fosse stata la realtà di San Luca degli anni Trenta, non ci sarebbe stato Corrado Alvaro. La regione, in sé, produce un humus che diventa immediatamente letterario o filosofico. E allora Rosella Postorino? La vincitrice del premio Campiello del 2018 scrive nel suo romanzo Le assaggiatrici sull’«ambiguità delle pulsioni umane, il confine sottile tra vittima e colpevole, la coercizione, gli effetti delle organizzazioni totalitarie (dalla mafia al carcere, al nazismo) sulla vita (privata) delle persone», come dice lei stessa in una intervista a «Il libraio».

Siamo insomma di fronte a un tipo di letteratura che pare subito ben poco calabrese, e che costituisce un salto di qualità. L’uomo è un essere complesso, ha diverse sfaccettature e dimensioni, e tutto ciò è stato colto dalla penna della Postorino. Che riporta la letteratura calabrese, nel suo caso nazionale, agli onori della cronaca, alla testa di un drappello di letterati e di intellettuali che hanno voce in capitolo nella Industria Culturale – per citare Adorno e Horkheimer – italiana. Ciò che manca a quella forma di espressione artistica per essere del tutto maggiorenne è avere, appunto, voce in capitolo. Il sud deve ripartire dal proprio quoziente artistico, ossia dalla sua fonte primaria nella storia.