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Un Oltre da Abitare

Scritto da Nicoletta Prestifilippo.

Occorre mettersi in viaggio, per imparare a misurare i confini del vagare umano.

Il senso del limite si ricava per mezzo dell’esperienza, insieme all’ostacolo e all’opportunità dei percorsi alternativi, con il loro carico di possibilità impreviste. Non vi è passo più difficile da compiere, di quello che contempla l’immobilità in favore di condizioni migliori declinate al futuro: un terreno fertile per ogni sorta di rimpianto. Quante volte si previene l’errore, negandosi la possibilità di riuscire anche cadendo: non vi è serenità che non valga i piccoli fallimenti, accettati con forza d’animo e nuove imprese sospinte verso l’orizzonte. Ma si smette anche il coraggio pur di raccogliere consensi, e avere il sonno tranquillo (?) di chi conserva le apparenze. Svegliarsi equivale a guardarsi senza filtri, e accorgersi di non avere pulita la coscienza. Prendere consapevolezza del posto che si occupa nel mondo, e di ciò che questo comporta in positivo e in negativo, è un impegno che richiede uno sforzo eccessivo per chi non si cura di restituire quanto può e compensare, così, le sottrazioni e le incurie. Il presente è spesso votato allo spreco e le risorse non sono buone per tutti; non all’infinito. L’attenzione si sposta con troppa facilità ben oltre l’utile e il dilettevole, fin dentro il nocivo, l’apatia, coi mali piccoli e grandi che il corpo e la mente manifestano, se trascurati. Ecco alcune delle riflessioni nate da un libro di Marco Vagnozzi, prodotto di fantasia assai più concreto di certe realtà quotidiane, vissute in prima persona o trasposte nel virtuale: La Riviera dei Morti Viventi edito da edizioni Ensemble, è un’opera intensa e svelta, che tratteggia ogni personaggio con linee accurate, e lascia tutto il tempo di pensare, tornare a rileggere e tenere in caldo una serie di domande. Le mie le ho conservate bene, e le ho rivolte all’autore stesso.

Il mondo qualche anno fa, non era quello che conosciamo. Dai racconti di chi è venuto prima possiamo averne una visione più che attendibile, con l’aggiunta degli affetti e delle giuste nostalgie. Si potrebbe cominciare dalla fine e risalire la china in direzione ostinata e contraria, come direbbe qualcuno di grande. Quando siamo “morti”, e come abbiamo fatto ad accettare la sconfitta?
Il mondo di cui si parla nel romanzo non ha una precisa collocazione temporale, ma è abbastanza chiaro che sia quello attuale, con tutti i suoi correlati, in termini di abitudini e gesti quotidiani. Alessandro Corti, il protagonista, esce da uno studio in pieno centro cittadino, in estate, col viavai dei turisti, attraversa le prime avvisaglie di un’apocalisse zombie in piena regola, quindi sale sulla sua auto col cellulare in mano. Fin qui nulla di strano, neppure la gente che prende d’assalto i negozi per portar via televisori e altri oggetti elettronici di dubbia utilità, nel pieno di un’epidemia di quel genere. Questo è esattamente il genere di mondo distorto che improvvisamente si trova a dover fare i conti con qualcosa di catastrofico e inatteso, a cui non è assolutamente preparato. Poi c’è un altro mondo, figlio di un tempo che a tratti sembra essersi arrestato, ovvero quello rurale di cui lo stesso Alessandro va in cerca: il paesino di Conio, nell’entroterra, lontano dalla piaga dei morti viventi (anche se per poco), rappresenta un rifugio proprio perché è un tuffo nel passato, nelle abitudini sane andate perdute, in quel “fare contadino” di cui si è persa ogni traccia. I suoi abitanti, dal generoso e accogliente Gino al più truce Ares, invece, conservano quelle usanze e sanno che devono darsi da fare per non soccombere. Il piccolo mondo descritto nella parte centrale del romanzo, ambientata proprio a Conio, sebbene interrotta da varie imprese anche rocambolesche dei personaggi, fa da contraltare alla realtà cittadina e alla sua autentica devastazione da parte dei morti viventi, ma anche della furia cieca degli uomini.
Se dovessi dire quando è avvenuta questa inversione di tendenza che ci ha portati a dimenticare la solidarietà, i legami spontanei, in favore di nuove chiusure, o se vogliamo di questa specie di “nuovo Medioevo” che vediamo in molti aspetti della nostra quotidianità (il cosiddetto sovranismo, la pretesa della chiusura delle frontiere, l’ossessione per la sicurezza, l’indifferenza verso l’Altro), potrei far risalire il tutto ad un certo tipo di boom economico e urbanistico che ha radicalmente mutato la nostra esistenza. La civiltà del benessere ha fatto emergere molteplici malesseri, dei quali una piaga senza dubbio tragica è la devastazione degli spazi naturali, in nome di un principio di efficienza che tutto oltrepassa e a nulla si piega: di qui l’edilizia incontrollata, la costruzione selvaggia di infrastrutture non sempre così avveniristiche e solide come si pensa, la sottrazione di spazi alla natura. In questo romanzo è la stessa natura a richiamare prepotentemente e in modo arcaico l’uomo alle proprie responsabilità. Qualcosa di pre-umano e addirittura pre-animale, lo zombie, pone in radicale discussione la civiltà avanzata e riporta la morte tra noi. In fondo proprio in quest’ultimo punto si potrebbe collocare la risposta: siamo morti nel momento in cui ci siamo ritenuti immortali, in cui abbiamo dimenticato la nostra finitezza pensando di essere onnipotenti, e abbiamo accettato la sconfitta perché non l’abbiamo mai riconosciuta come tale, bensì l’abbiamo interpretata come un’illusoria vittoria sulla nostra natura. Pensiamoci bene, della morte non parliamo praticamente più. Anche linguisticamente, come diceva già negli anni Settanta Philippe Ariés nella sua Storia della morte in Occidente, questo fenomeno viene completamente rimosso, perché non si dice quasi più di una persona che “è morta”, ma, più genericamente, che “se n’è andata” o, nella peggiore delle ipotesi, che “ha tirato le cuoia”. La morte sta negli ospedali, negli obitori, lontana dalle case. Eppure la vediamo quotidianamente in televisione, nelle nuove guerre globali, negli annegamenti del Mediterraneo. Siamo circondati dalla morte, ma non ce ne accorgiamo. Lo zombie rovescia questa prospettiva, perché ci sbatte in faccia il nostro decadimento e ci ricorda che un giorno o l’altro saremo carne putrefatta e non più muscoli tirati, corpi rifatti, miracoli di Photoshop o trucchi televisivi.

Siamo come intorpiditi: vaganti con un cuore vivo sotto pelle. Eppure siamo pronti a trascinarci dal centro dei discorsi e delle questioni importanti, a un margine qualunque, svogliato e indifferente. Anche il tuo romanzo è itinerante. I personaggi si muovono per necessità, e poi per strategia: qualcuno abbandona la città sapendone i rischi. Il rifugio scelto è nei posti che sembrano un segreto, lontani dal turismo, dalla massa, da ogni frenesia. È dunque il luogo abitato a fare l’uomo, più che il contrario? E in che modo quello stesso rifugio incoraggia o allenta le alleanze strette tra sopravvissuti?
Si tratta esattamente di un romanzo itinerante. I suoi protagonisti sono costantemente in movimento, molti di loro più per indole che come conseguenza della catastrofe. L’io narrante, Alessandro Corti, è un eterno insoddisfatto, che scappa anche da se stesso e dalle proprie incertezze. Cerca la campagna, la quiete, ma al tempo stesso tutto ciò non gli basta, vuol ritrovare i genitori che abitano a Dolceacqua, e vorrebbe anche trovare una soluzione all’epidemia. Rimanere tra le mura non lo soddisfa, anche quando il paesino di Conio può essere autosufficiente e badare alla pura sussistenza, lui vuole andare in giro a cercare qualcosa in più per migliorarlo. Se poi guardiamo agli altri personaggi, ad esempio i due stranieri, il tedesco Hans e l’irlandese Padraic, l’immagine che salta agli occhi è immediatamente quella del vagabondo più che del turista della Riviera. Zaino in spalla e voglia di esplorare una terra semplice quanto affascinante come la Liguria. O almeno, questo era il loro sogno prima del disastro.
Effettivamente il rifugio per molti di questi uomini diventa il luogo lontano dalla frenesia e dalla massa, sia quella dei non morti sia quella dei vivi. Tutti cercano un’opportunità diversa di vita: abitudini di un tempo, re-imparare le piccole cose, sapersi arrangiare anziché vivacchiare nel benessere e nel consumo. Tuttavia, per rispondere all’ultima domanda, è sempre l’abitante a fare il luogo e a decidere se rispettarlo o viceversa trasfigurarlo radicalmente. In qualche modo finisce sempre per cambiarlo, ma bisogna vedere se questo cambiamento è tale da rappresentare un completo allontanamento dall’origine. Ogni qualvolta salta fuori il desiderio di sicurezza, l’ulteriore arroccamento, anche il paesino viene modificato alla radice. Nei primi capitoli abbiamo un uomo di città, Alessandro appunto, che incontra due paesani all’ingresso del paese, dietro a una semplice transenna di plastica da sagra. Pagina dopo pagina, a quella transenna si sostituiscono le reti, i muri, le cancellate, le fortificazioni che devono proteggere, ma finiscono per trasformare la comunità stessa, non solo architettonicamente. I sopravvissuti si stringono l’uno all’altro ma c’è sempre qualcosa che non funziona, qualcuno che rema in direzione contraria, vedi Ares che è l’essenza del personaggio “medievale”, rozzo, chiuso, intollerante, però diventa anche quello che meno sta all’interno delle mura con le mani in mano. Egli vorrebbe uscire, cacciare, far saltare la testa ad ogni zombie. E così, se ci pensiamo, anche lo stesso paesino-rifugio diventa colmo di contraddizioni.

Le contraddizioni di cui parli trovano spazio in molti punti del tuo romanzo, e sono quelle tipiche del cambiamento, anche cruciale, ottenuto per lacerazione più che per convinzione: adattarsi ad alcune circostanze crea degli strappi, è inevitabile. Ed è forse in seguito a quelli, che Alessandro afferma: «Convinto di non potere più tornare a esistere, mi limitavo a sopravvivere, come la maggior parte degli altri». Esistere e sopravvivere, a un primo sguardo, non si direbbero pratiche distanti: si è presenti col corpo in entrambi i casi. Le differenze tra una condizione e l’altra bisogna volerle indagare. Ti sei ispirato a una riflessione in particolare, magari tratta dai tuoi studi, che sappia distinguere il vivere quasi per inerzia, da una pienezza differente e agognata?
Sicuramente c’è molta filosofia dietro a questa distinzione, per nulla casuale, tra una vita autentica ed una pura sopravvivenza. Il riferimento quasi obbligato è a Martin Heidegger e al suo Essere e tempo, del 1927, libro nel quale si delinea l’esistenza dell’uomo, il Dasein, come caratterizzata da possibilità, progettualità, scelta: una presa di coscienza della propria condizione già-data, ma anche una costante apertura e proiezione in avanti. C’è molto Heidegger nel mio romanzo, a cominciare dalla sua nota concettualizzazione dell’essere-per-la-morte (Seinzum Tode), che non è la ricerca della morte stessa, ma il concepirla come la possibilità ultima e più reale dell’essere umano, da cui non si può scappare. L’esatto opposto di come la intendiamo oggi, o meglio di come la rimuoviamo completamente, come se non ci fosse. Questa è l’esistenza inautentica, è qui che l’uomo si perde nella massa informe, nell’indefinito, nell’ònkos platonico (che non a caso qualcuno ha associato all’idea di zombie proprio come insieme non pensante e parassitario, poiché dal termine greco ònkos deriva, in medicina, il concetto di massa tumorale). Nel passo citato, Alessandro sente che anche lui sta cercando semplicemente di sopravvivere, perché non può progettarsi come individuo diverso, come cittadino di una comunità che abbia superato il disastro e possa tornare a guardare al futuro. Nella sua vita, come in quella degli altri, non vi è altro che presente, in parte per la necessità di difendersi dalla piaga dei vaganti, e in parte perché uomini e donne hanno smesso di credere che possa esistere qualcos’altro, ossia un mondo migliore. Ad un certo punto perfino la speranza e la volontà di Alessandro di rivedere i genitori vacillano, tanto che sembra portato a lasciarsi andare al freddo dell’inverno, ma poi interviene qualcosa, o meglio qualcuno. Ecco che allora un personaggio come Padraic, non a caso vagabondo, antitetico alle abitudini del tranquillo cittadino, e per di più straniero, riporta in primo piano la vita. Lui brinda alla vita stessa, ma lo fa proprio perché c’è la morte e va compresa come possibilità. Come Ares è autentico nel suo male, così Padraic lo è nello slancio di positività che porta. Sono forse i personaggi che hanno scelto più fortemente di vivere e meno di sopravvivere.

Il tempo concesso ai personaggi, quel presente ininterrotto che li avvolge e li sospinge, mi conduce all’immagine di un gatto bianco e senza nome, che si appropria di uno spazio che è suo di diritto poiché esiste, anche lui, a dispetto degli eventi; e che annusa «il terreno, l’aria, intento a tradurre i rumori nella lingua della preda o del gioco, rispettando la consegna della solitudine». Con poche parole ti soffermi su un’intesa silente tra uomo e animale: quest’ultimo impara la vita pure senza manuali, e non brama congegni tecnologici volti a rimpiazzare l’urgenza del bisogno e dell’istinto. Si basta, come potremmo fare noi. Quale posto occupa la natura nel tuo romanzo? È lei la fonte unica e ultima di un equilibrio da emulare e ristabilire?
Nomino poco gli animali, ed anzi molto spesso questi diventano più facilmente vittima dello squilibrio e della devastazione umana. In uno dei vari passaggi splatter del mio romanzo, un pastore tedesco viene sbranato dal suo padrone, trasformatosi in zombie nel giardino della propria villa. Per il resto, gli animali riemergono solo a tratti, nella quiete del paesino, dove affiancano l’uomo che deve imparare nuovamente ad allevarli e ristabilire un rapporto con loro: non sono più semplici oggetti da compagnia o status symbol, ma quello che erano un tempo per il contadino. Il gatto bianco in questione rappresenta la natura che non necessariamente va “addomesticata” (il gatto non sarà mai assoggettato pienamente a noi, con buona pace degli esseri umani!) ma affiancata, conosciuta e per l’appunto rispettata. L’anziano Bruno ad esempio conosce già tutto questo, e la sua intesa quasi familiare con Alessandro fa sì che anche quest’ultimo metta da parte le abitudini cittadine e i vezzi tecnologici per imparare di nuovo a vivere in sintonia con l’ambiente che lo circonda.
La natura è lo sfondo ideale per La Riviera dei morti viventi perché da un lato è ciò che si ribella all’uomo e alle sue pretese di controllo sulla vita e soprattutto sulla morte, tanto da presentargli, come ostacolo con cui fare i conti, un’orda di esseri pre-animali come gli zombie, che mangiano per il puro istinto di farlo, senza alcun bisogno di nutrirsi, e vivono della propria esclusiva coazione a ripetere. La vera beffa è proprio questa, che degli esseri dotati di cervello e capacità di scelta, come gli umani, finiscano per soccombere ad una massa informe di “non completamente viventi” che neppure possiedono l’organizzazione e la capacità di un predatore. Dall’altro lato, però, la natura stessa è anche pronta ad accogliere nuovamente l’uomo, una volta riconosciuto che il suo ruolo sul pianeta non è quello di mero conquistatore e controllore d’ogni cosa. Non a caso, non sono gli agenti atmosferici a rovinare il rifugio dei sopravvissuti, ma ancora una volta la furia conquistatrice dei loro simili.

Il tuo romanzo si svela al lettore da un punto di vista umano e fallibile, ed è lì che conserva le cause di ogni male e i possibili rimedi. Le età dei personaggi sono differenti, come le voci, spesso declinate al maschile: non mancano le rughe sul volto, né l’inesperienza degli anni più giovani, appesantita da una prudenza portata agli estremi per ovvie ragioni. I passaggi al femminile hanno un’impronta corposa e fiera. Tutti loro scoprono che restare in vita significa dare nutrimento all’emotività, come al corpo. I sentimenti in un simile contesto, sono un’illusione, un inganno o l’ennesima risorsa?
Ho voluto rappresentare età differenti proprio perché questo libro, così incentrato sul tema della morte, fosse contemporaneamente un inno alla vita e alla sua pienezza. Senza dimenticare che la vita stessa è gioia e dolore, tranquillità e rabbia, paura, tristezza, e molto altro. Tutti i personaggi, pure nella loro diversità, incarnano sentimenti ed emozioni ed alla fine emergono proprio grazie a questi. Sono umani, troppo umani, direbbe Nietzsche, ma inevitabilmente diventano il cuore del romanzo, accanto alla trama e all’azione e forse tanto quanto i risvolti sociali, filosofici e psicologici. Se non avessero queste debolezze o non dessero spazio a momenti di profonda e pura emotività, scomparirebbero e costituirebbero uno sfondo vago e nebuloso. I dialoghi tra l’anziano e saggio Bruno ed il più giovane e incerto Alessandro sono l’emblema del rapporto umano intergenerazionale e sono i momenti nei quali forse emerge più radicalmente il sentimento. Poi c’è l’adolescente Camilla, un vulcano di passioni coerente con la propria età, sprezzante del pericolo e costretta a diventare grande troppo in fretta. Se penso ad un personaggio femminile che svetta, penso decisamente a lei. Le altre donne del romanzo sono in secondo piano, a tratti possono emergere o per la loro violenza e sicurezza, anche se apparente, come nel caso di Lisa (uno dei “cattivi”), o per la loro profonda umanità, come Agnese.
Non so rispondere tuttavia, in ultima analisi, se i sentimenti nel romanzo siano in ogni caso una risorsa. Personaggi molto legati al sentimento non fanno una bella fine, e questo fa pensare che in certi casi sia più utile un po’ di sprezzante durezza e capacità d’azione, come quella del malvagio ma alla fine indispensabile Ares. D’altra parte il significato ultimo del libro non è questo, come invece si potrebbe pensare nella tradizione degli zombie movies o di varie serie tv, pensiamo ad esempio a The Walking Dead. Ci sono personaggi che restano in vita pur lasciandosi andare alle emozioni, ed anzi forse tornano alla vita reale proprio per questo.

Prova a stilare una classifica zombie, fatta di tre sole posizioni: cinema e morti viventi sono un binomio consolidato. Tu cosa scegli e perché?
I morti viventi nascono al cinema. Se potessi farlo, nella mia classifica ideale metterei solo le opere di George Romero, l’inventore del cosiddetto horror politico, ma proviamo a dare spazio anche agli altri. Sicuramente in testa metterei Zombie (Dawn of the dead) del 1978, prodotto da Romero in collaborazione con Dario Argento: per intenderci, quello ambientato nel centro commerciale, dove la metafora del “consumatore consumato” quanto mai attuale, viene delineata per la prima volta. Al secondo posto un po’ a sorpresa colloco La notte dei morti viventi ma non nella sua versione originale del ’68, perché sarebbe banale e perché risulterei davvero “romerocentrico”, bensì il remake del 1990 a cura di Tom Savini. Lo scelgo in quanto è stato il primo horror che ho visto, avevo poco più di sette anni, mi ha colpito davvero molto perché non prende troppo le distanze dall’originale ma al tempo stesso vi aggiunge quel tocco splatter e quella rinnovata attenzione per gli effetti speciali tipica degli anni ’80 e ’90. Infine sul terzo gradino del podio metto l’ancor meno atteso Warm Bodies, film che parla soprattutto dell’adolescenza, nel quale un giovane zombie si innamora di una coetanea umana. E’ una pellicola un po’ fuori dallo stereotipo, che mi ha sorpreso proprio per questo motivo.

La metafora del “consumatore consumato” richiama il concetto di alienazione, e lo unisce a quello di omologazione. Mi viene in mente un dipinto di Munch: Sera sul viale Karl Johan. Risale al 1892, e l’idea dello zombie non era proprio dichiarata; eppure sembra rivelarsi negli sguardi innaturali, nella pelle contaminata, nel fluire di una massa da cui non si ricava l’individuo ma un insieme compatto che agisce per cento, e lo fa pure male. Ti vengono in mente altre opere, scritte o impresse su una tela, in grado di trasmettere la stessa angoscia, seppure espressa con altri termini e altri mezzi, in epoche lontane dalla nostra?
Il concetto di alienazione rimanda sicuramente già all’Ottocento, all’angoscia trasposta in termini sociali e non solamente psicologici: temi che troviamo bene espressi in Marx e che poi inevitabilmente sono stati approfonditi in un Novecento che ha visto gli orrori della guerra, delle deportazioni e dei conflitti etnici. Munch nell’arte è quello che meglio ha espresso l’angoscia e l’alienazione e in effetti il dipinto che tu citi può richiamare la massa dei morti viventi, oltre che la solitudine dei viventi, anche se personalmente dai colori e dai tratti del viso mi fa pensare a qualcosa di più “vampiresco”.
Uno dei pittori che maggiormente mi trasmette questa angoscia esistenziale, benché decisamente meno legata al tema dell’uomo-massa ma più all’individuo e ai suoi risvolti psicologici, è Francis Bacon. Penso soprattutto ai Three studies for a Portrait of George Dyer del 1964, che Bacon dedica all’amico e amante, che non a caso morirà suicida qualche anno dopo. I tratti deformati di quel volto, con sovrapposizioni di nero, rosso e bianco, trasfigurano Dyer e gli attribuiscono elementi davvero inquietanti.
Nei libri e nella storia della letteratura i riferimenti potrebbero essere moltissimi. Credo sia impossibile non citare Frankenstein di Mary Shelley, perché come lo zombie il mostro descritto nel libro atterrisce e fa riflettere allo stesso tempo, e poi perché apre per la psicologia e la filosofia tutto il tema del doppio e del perturbante, che genera angoscia. Ma in fondo certi passi in cui descrivo le orde dei morti viventi su una tranquilla strada statale non sono poi così distanti da certi gironi danteschi. Diciamo che l’Inferno di Dante è un riferimento quasi obbligato. Non sono credente ma il riferimento religioso all’oltretomba, ed anche all’Apocalisse, è molto frequente in Romero e caratterizza non poco alcune parti del libro. Una parte di me crede che tutto sommato la piaga degli zombie sia meritata per un’umanità che arriva a certi punti di devastazione e depravazione.

Il corpo è un elemento significativo per la religione, e non soltanto: ne La Riviera dei Morti Viventi lasci che i vivi si approprino di uno spazio e lo rendano il più possibile familiare, promettente. I non-vivi sono già finiti da un pezzo, ma è chiaro che una fine arriverà per tutti, prima o poi. Nel caso degli zombie il disfacimento è esasperato, accelerato: si presentano come involucri senza un’anima, ottusi e famelici. Sono l’ombra di ciò che erano, catapultati in un eterno presente. Volendo rifarsi ai precetti religiosi, sono persino svuotati di una speranza che gli antichi veneravano come una divinità e che i cristiani ritengono una guida, una confidente: lei conosce le coordinate di un oltre da abitare, dopo la venuta della signora con la falce. È dunque la paura del nulla, del vuoto ripetuto all’infinito, che ci fa risorgere in ogni modo, almeno con la fantasia?
Il tema dell’anima è complesso, sicuramente va molto oltre le pretese di questo romanzo. In fondo vi sono riflessioni filosofiche sul rapporto tra uomo, vita e morte, ma non vi sono mai cenni ad una vita ultraterrena o ad una sopravvivenza di una qualche entità spirituale dopo la fine di quella corporea. Si capisce solo che almeno due personaggi (non posso dire quali, altrimenti svelerei troppo la trama del mio libro) piuttosto che accettare una vita infernale, una non-vita come quella dello zombie, scelgono di ammazzarsi, di negarsi anche le ultime ore di respiro. E, se vogliamo, questo libro ad un certo punto prende anche una posizione netta su alcune questioni rilevanti di bioetica, proprio per questa scelta: se un tuo parente o un tuo amico sta per trasformarsi in zombie, meglio dargli l’opportunità di una morte dignitosa, che sicuramente è anche una scelta egoista (in questo modo non potrà attaccarmi), ma vuole liberare quella persona dalla possibilità di una vita che non è più definibile come tale. Credo si capisca dove voglio andare a parare. Forse è proprio la paura del nulla, anche se in fondo nessuno di noi può essere certo che ci sia qualcosa oppure il nulla. Mi sono sempre sentito più agnostico che ateo, questo è certo, ma nel libro c’è davvero tanta spiritualità. E’ proprio perché siamo qualcosa di più di un corpo da adornare o abbellire o mostrare, è proprio perché siamo esseri pensanti e capaci di viaggiare con la fantasia, che non ci basta il vuoto ripetitivo. Non ci può bastare nella nostra routine di consumatori della civiltà tecnologica avanzata, come non possiamo accettare di diventare uno zombie che passa la giornata alla ricerca spasmodica di budella da ingerire.

La musica compare in molte parti del tuo libro. Ogni brano è ben pensato, si lega alle parole, rimarca sensazioni mutevoli, rendendo anche più fluidi i percorsi seguiti dalla mente. Rileggendo quanto scritto in questa intervista, quale pezzo metteresti in sottofondo?
Dato che il mio libro vuole suscitare molti dubbi e dare molte meno certezze, e forse chi legge questa intervista e le mie risposte sarà ancora più spaesato, scelgo decisamente The neverendingwhy dei Placebo.