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Malati di Poco Popolo

Scritto da Riccardo De Rosa.

«Abbiamo comunicato male l’idea di Europa», diceva alcune sere fa uno storico durante un convegno sulle nuove realtà dell’Unione.

La tematica dell’incontro era Stati Uniti d’Europa: che fare? e non sembrava, a giudicare dagli argomenti, che anche i relatori avessero chiara la strategia. Dopo una dozzina di minuti a descrivere a tinte fosche ciò che a detta degli oratori è il rischio del sovranismo, del salvinismo, del grillismo, del populismo, ed una overdose di -ismo tale da dare l’idea di un apocalismo, pardon, apocalisse, pronta a inghiottirci appena fuori dal sit-in, il pubblico convenuto annuiva, agitando il crapone per assentire o in atteggiamento riflessivo. Molti, tra un passaggio e l’altro, reprimevano qualche sbadiglio; una minima parte fremeva di dire la propria. Del resto, sono anni che l’Europa viene spiegata sempre in modo errato. Forse, osserva un uomo, perché la pretesa di essere forma di espressione plurale di ciò che è troppo singolare per amalgamarsi è già un errore di suo. 
Lo storico, però, non è solo, e prima di sbausciare qualche corbelleria guarda i compagni di avventura, tra cui ci sono un docente di economia ed uno di scienze politiche. È quest’ultimo a intervenire, facendo notare agli astanti come la tanto vituperata Europa abbia realizzato qualcosa di unico al mondo, mettendo assieme Stati che nel solo XX secolo si erano fronteggiati più volte, causando due guerre mondiali. 

L’atmosfera si carica di un silenzio eloquente, e quando l’uomo alza di nuovo la mano per aggiungere un paio di cose, i relatori hanno già passato la parola ad una donna che li elogia a gran voce, e dice: «Ce ne fossero, teste così, e saremmo ancora il faro del mondo». 
«Ma quando mai?» sbotta qualcuno dal fondo della sala. «Manco i lumini delle tombe...». 
Una risata scroscia, repentina, e l’uomo rimasto con il pensiero a fil di labbra riprende fiato: «A me pare che le guerre le abbiano fatte i crucchi, tre volte, e l’Europa di oggi gli ha dato un premio». 
«In che senso?» chiede il più giovane dei relatori. 
«Nell’unico possibile. A fare le guerre sono stati i tedeschi...». 
«E quindi... dobbiamo demonizzarli?» lo ammonisce il professore. «Sanno il loro passato, e sono stati tra i pochi a dare corpo al progetto Europa...». 
«Ero buono anch’io a dare corpo al progetto,» salta su un altro, «se ci guadagnavo!». 
«Intanto loro danno corpo,» rinforza il primo «e noi, di corpo, ci andiamo». 
«Signori,» ferma tutti il relatore, «non cadiamo nel volgare». 
«Volgare è la guerra,» dice una donna con il volto raggrinzito ma un paio di occhi vivi, pungenti, «e mi pare un po’ inutile girarci intorno: l’Europa delle unioni è tutta una guerra!». 
«Signora, mi perdoni,» tenta di mitigare il relatore, «non ci sono guerre in atto. Semmai, c’è una crisi, di cui siamo noi i primi responsabili». 
«Le prime vittime, vorrà dire!» rincara ancora l’uomo, ormai in aperta opposizione. «Già...» commenta una giovane, «e siccome i tedeschi ci hanno provato tre volte con le armi, stavolta gli hanno dato modo di fare la guerra con i soldi». 
Lo storico allora cita Calamandrei, il manifesto dei primi europeisti, il buonsenso che li animava. 
«Seh,» sbottano un paio di voci all’unisono, «negli anni Quaranta!». 
«Siamo sempre lì...» riparte la signora, «ci danno a vedere che la colpa della crisi è nostra. Invece la colpa è di chi ci ha fatti entrare in quel meccanismo». 
«La guerra?» domanda uno che pare essersi svegliato in quel momento. 
«La guerra dei tedeschi... fatta coi soldi, con la finanza», precisa la donna. 
«Infatti la vincono sicuro» ribatte l’uomo, che ci tiene a ribadire di non essere un contestatore; lui è più che favorevole all’idea di cui vanno blaterando i docenti, ma ha le bocce piene di parole vuote. Così i tre alla cattedra si addentrano nel cuore della questione e figurano una soluzione federalista. Cioè, dice in sintesi lo storico, bisogna smetterla di pensare ognuno ai casi suoi, e cedere la sovranità. 
«Perché?» squilla una donna dalla prima fila. «Così diamo più forza ai sovranisti!». 
«Per fare funzionare meglio le cose» argomenta il docente. «Vede, le pare possibile che se tanti Stati sono d’accordo su un progetto e uno, uno solo di quelli, è contrario, tutto si blocca? Serve democrazia, signora, una vera democrazia». 

Apriticielo. La donna si alza e poco ci manca che rubi il microfono: «La democrazia? Io sono democratica, ma non lo sono con chi vuole comandare con la patente di democratico!». 
I relatori si guardano, sbigottiti, e le chiedono cosa intende con quel discorso. 
«Come, cosa intendo?» squilla lei, acuta. «Intendo che l’Europa è fatta di Paesi troppo diversi e se a chi sta in Olanda va bene una cosa, a chi sta in Croazia o in Portogallo può andar male... ma non perché è un tipo alla Orban che non vuole i negri,» – e i tre professori fanno la faccia contrita – «ma perché c’è un clima, una terra, una gente diversa... e il clima, la terra e la gente hanno bisogni diversi». 
«Signora...» tenta di spegnere il fuoco l’economista, «il parlamento europeo è lì apposta per discutere e per dare voce a tutti gli Stati». 
«Allora perché finora ha dato ascolto solo ai bisogni di alcuni? Sa,» prosegue accalorata, «io non sono una con la cultura di scuola, ma mio marito era un artigiano, mio padre e mio nonno erano artigiani, e da che si è detto arriva l’Europa, i vostri guai sono finiti, uno dopo l’altro gli artigiani hanno chiuso». 
«Sono le politiche del mercato», le fa eco l’uomo che era intervenuto per primo. «Se si cede sovranità, si va a casa del nemico coi fiori in mano». 
«Non scherziamo», blocca tutti il docente di scienze politiche. «Senza l’Europa saremmo falliti». 
«E chi l’ha detto?» rimbecca la donna. «Chi? Io ho sessantadue anni, non ho mai visto la guerra in tutta la vita, ma ho visto la mia famiglia stare peggio che durante la guerra. Sa chi vuole l’Europa? La gente che ha la pancia piena e i soldi in banca. Senza offesa neh, ma giornalisti, prufesùr, dirigenti, direttori, preti, gente che sta nelle banche e nello Stato... a quelli lì gli va bene l’Europa; a tutti gli altri, però...». 
Tant’è il fuoco della signora che lo storico le va incontro, e snocciola i dati dei sondaggisti che sanno un po’ di acqua calda e un  po’ di sentenza: in Italia, oggi, il 64% degli interpellati vorrebbe tenersi l’euro, ma solo il 44% voterebbe a favore per rimanere nella UE. Stima di eurobarometro
«Capite,» motiva il docente, «quant’è stata comunicata male l’idea? Serve un’Europa differente». 
«Io capisco che la signora» si intromette un barbuto finora in silenzio, «ha ragione. Vogliamo avere dei dati più concreti? Guardiamo lo stato di fatto, la condizione delle famiglie: si stava meglio prima o dopo la UE? Il potere d’acquisto degli italiani si è ridotto di quasi il quaranta per cento... e io mi baso sui dati, sui numeri, sull’evidenza!» si accalora il ragazzo. «Quindi, se il popolo si impoverisce e lo speculatore no, c’è ben poco da discutere». 
«Sapete,» precisa lo storico, «quanto costerebbe uscire?». 
«Meno che continuare a restarci in mezzo», osserva una donna elegante, seduta in prima fila. 
«Può illuminarci?» l’interroga il professore.

La donna leva gli occhiali e commenta: «Non sono una lampadina,» dice lei, «e neanche una economista, ma il ragazzo ha parlato chiaro. E i fatti anche. Prendiamo la Gran Bretagna. Tanto baccano per la Brexit, però la Gran Bretagna si è tenuta cara la sua moneta; si nutrono forse di bruchi e di radici? I dati sulla perdita del potere d’acquisto sono reali, sono veri, non li ha prodotti nessun istituto come l’eurobarometro, che lavora per il committente, e se si parla di interessi sul debito mi direste, numeri alla mano, perché con la lira ci avrebbero strozzato?». 
«Finalmente qualcuno lo ammette!», tuona il barbuto. «Il mantenimento del vecchio conio, per gli esperti che ci hanno venduti all’euro, avrebbe impedito la riduzione del debito. Peccato che oltre a non averne mai e poi mai spiegato bene le ragioni concrete, numeri alla mano la verità sia tutta diversa». 
Il trio di docenti è ammutolito. Di solito, a questi convegni non ci si aspetta una reazione del genere, e per lo più la gente sonnecchia, o lascia la parola a chi rinforza le teorie dei chiacchieroni da cattedra. 
«L’ingresso nell’euro,» fa notare un signore distinto, «ha avuto, per noi, un rapporto punitivo. E se non me la sento di condividere le posizioni più drastiche, con un milione e mezzo di lire di pensione vivevo bene, e il mio potere di acquisto era notevole. Oggi, con mille euro fatico, e parecchio. La rivalutazione nel tempo è stata non solo irrisoria, ma dannosa perché in flessione costante». 
«Per questo» riprende lo storico, «siamo qua a discutere di un’Europa diversa. Niente unione di popoli, e di populismi, ma economica, e federalista». 
«Mi permetta,» lo interrompe una giovane, «ma bisogna chiarire». Così, dopo avere spiegato ai presenti ciò che significa federalismo, precisando che se non si unificano redditi, tasse e pensioni il federalismo è una pura chimera – e invece di unificare il prezzo di cozze, profilattici ed arance, andava messa in bolla la qualità di servizi, poste, sanità e trasporti –, «qua, di populismo non ce n’è. Dove voi dite cittadini, la gente dice popolo: è solo un termine, un vizio di forma alla quale attaccarsi». 
«Io i populisti li ho conosciuti davvero...», si inserisce piano un anziano, la cui voce è flebile e il consesso si fa meno rumoroso per poterla udire. «Voi forse li avete visti al cinema. Vi ricordate Don Camillo? Sì, sì, il prete dei film presi dai libri di Guareschi. Ce lo avete presente Peppone, il comunista? Peppone, tra i due, era il populista, quello che voleva la “casa del popolo” e parlava come parla oggi Di Maio. L’altro, il don, era la DC, il potere del sistema, che ha più mezzi e con mille sotterfugi se la cava sempre. Ma allora lo Stato era pieno di gente capace, e della politica si poteva anche ridere. Oggi non si ride più, e tutto si è come ribaltato. Solo il popolo è rimasto oppresso. Ci sono più poveri. Tanti di più. Ecco perché Peppone è ancora all’opposizione, e lo sarà fino a quando non si ragionerà con il popolo, per lui, perché senza il popolo non ha senso alcuna istituzione, e le istituzioni, che siano Stati singoli o una unione di Stati, hanno senso solo se lavorano per il popolo. Non per la finanza: per il popolo. E volete che un polacco, un tedesco, un danese, un greco o un italiano, lavorino per un popolo che conoscono meno? No, è chiaro che un politico – non discuto se sciacallo o meno, tanto sappiamo tutti a chi alludo – usi le istanze del popolo per servire la sua causa: ne guadagna in consenso e ne va a vantaggio sia suo, sia, e la cosa non è di poca importanza, del popolo. Fa presa... parla il suo linguaggio. Gli fa sentire di essere con lui. E non si tratta di un’illusione perché i dati, i numeri li avete dati, e sono cifre che parlano chiaro. Mettono paura».