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L'Omertà Segna più degli Schiaffi

Scritto da Silvia Sbaffoni.

La parola giustizia, nel vocabolario, è virtù morale che consiste nel rispettare i diritti altrui e nel riconoscere a ciascuno ciò che gli spetta.

Il primo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti umani recita: «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza».
Nell’inchiesta sul caso Cucchi ha fatto un grande scalpore l’ammissione, da parte del carabiniere Francesco Tedesco, del reale pestaggio avvenuto in caserma, sul quale in pochi avevano dubbi. Dopo nove anni, quindi, si è potuto riprendere a fare luce su uno dei casi di cronaca nera che ha segnato la storia italiana e quella delle sue istituzioni. Il ragazzo, arrestato per possesso di droga, entra sano nella caserma dei carabinieri, ed esce cadavere sette giorni dopo dal reparto detentivo dell’ospedale Sandro Pertini di Roma. Una storia, la sua, fatta di omertà, cattiveria e delirio di impunità. Ed ancora c’è chi dice: «Se l’è cercata», o «non mi fa pena, è solo uno spacciatore di meno!». Già, perché se hai commesso un reato, meriti di essere pestato a sangue e lasciato a morire da solo...

Adesso, io non ho competenze per analizzare i fatti in chiave giuridica, ci mancherebbe, ma questa vicenda, da cittadina forse illusa di vivere in una terra civile, è di uno squallore unico. Cerco di analizzare i fatti per ciò che è provato da essi, ovvero: il ragazzo è entrato sano in caserma, ci è finito per detenzione di stupefacenti, e sette giorni dopo è morto. 
C’è chi sostiene che Stefano abbia dato in escandescenze al momento dell’arresto ma non mi pare gli sia stato contestato anche il reato di resistenza a pubblico ufficiale, che avrebbe “giustificato” qualche livido – non certo i segni e le fratture che ha riportato realmente –, per cui avrebbe dovuto essere giudicato solo ed esclusivamente per il reato contestato, nelle apposite sedi, e rispettando tutti i diritti di ogni essere umano. La vicenda invece è stata avvelenata da bugie, depistaggi, tentativi di insabbiare i fatti e verità taciute. E poi c’è il peso del trattamento: non ho mai sentito di pestaggi ai danni di mafiosi, capoclan o pedofili. Ci sono, del resto, ruoli e personalità che vengono gestiti in modo alquanto diverso, secondo i famosi «due pesi e due misure». Una, la peggiore, è la misura di colui che si crede al di sopra della legge che dovrebbe incarnare. La divisa è un fregio, e non un marchio: chi la indossa deve indossarla con onore, e garantire che l’onore e il diritto siano rispettati. Chi la indossa deve essere un esempio. Eppure, ciò che spaventa di più, al vedere la piega presa negli anni passati dalla vicenda e ciò che è venuto a galla adesso, è che se la tenacia della famiglia di Cucchi fosse venuta meno, Stefano sarebbe solo e davvero un «tossico morto perché se l’era cercata», un «venditore di morte» travolto, suo malgrado, da un osceno pattume mediatico che dà risalto a chi tenta di salvare l’insalvabile.  Sconforta il fatto che sia uno dei tanti episodi che la cronaca riporta con una leggerezza tale da far pensare «io, dopo il tg, per rilassarmi, metto su un film di Tarantino», perché se la brutalità è insita – ahinoi – nella natura umana, la sua esibizione è propria dei media che ci hanno resi quasi adusi, e impermeabili, a tutto ciò. Il fango, poi, in cui l’omertà ha immerso le storie di Aldrovandi, la mattanza della scuola Diaz durante il G8 e parecchi altri, sono episodi accomunati da sistematici abusi di potere e dal tentativo di non far emergere la verità ad ogni costo. 

E poi, nella vicenda del diciottenne ferrarese, oltre al fatto che gli imputati sono stati condannati in tutti e tre i gradi di giudizio, ciò che non convince sta all’inizio della vicenda, quando gli agenti chiamano il 118 per il presunto malore del ragazzo, e i sanitari accorsi lo trovano riverso a faccia in giù, ammanettato. Se il ragazzo avesse accusato un malore e i militari lo avessero lasciato attendere in quella posizione, sarebbero da condannare già solo per questo. Per non parlare delle 54 fratture riportate e dei 2 manganelli rotti, delle registrazioni in cui si sentono gli agenti evitare di rispondere al cellulare del ragazzo perché non sanno cosa dire ai famigliari. E di nuovo, come nel caso Cucchi, per anni si è tentato di far ricadere la colpa sul ragazzo. 
Oltraggiosa è la vicenda che ruota attorno al caso della scuola Diaz; lo stesso Fourier, all’epoca vice questore aggiunto del primo reparto mobile di Roma, ha definito la scena che si è trovato davanti entrando nella scuola da vera «macelleria messicana». Come negli altri episodi, anche in questo caso Fourier parlerà solo sei anni dopo, dicendo: «Non ho parlato prima per spirito di appartenenza». Eppure come si può provare un tale sentimento nei confronti dell’Arma, di fronte a vicende del genere? I numeri non sanno mentire: 93 attivisti fermati, 61 feriti, di cui 3 ricoverati in prognosi riservata e uno in coma. Nonostante le testimonianze, i tentativi di infangare la verità sono stati – anche qui – innumerevoli; nella sentenza della corte di Strasburgo, a cui è ricorso uno dei fermati, Arnaldo Cestaro, si legge: «L’assenza di identificazione degli autori materiali in causa deriva dalla difficoltà oggettiva della Procura di procedere a identificazioni certe e dalla mancata collaborazione della polizia nel corso delle indagini preliminari. La corte si rammarica che la polizia italiana si sia potuta rifiutare impunemente di fornire alle autorità competenti la collaborazione necessaria all’identificazione degli agenti che potevano essere coinvolti negli atti di tortura». Quel rifiutarsi impunemente segna in modo gravissimo la credibilità del nostro Paese, delle sue istituzioni e di chi ne dovrebbe garantire l’onore e l’integrità. È dai cittadini che dovrebbe partire l’esigenza di far luce su fatti tanto biechi, invece ad oggi c’è ancora chi non sa cosa sia avvenuto in quella scuola, chi fa finta di non sapere, e chi ancora lo nega. La reticenza ha troppe volte preso il sopravvento sulla giustizia, e chi deve rappresentare un emblema di onestà e rettitudine si è trovato sul banco degli imputati per guai che infamano quei valori. È una triste realtà: la barbarie non ha quartiere e ci può stare la macchia – proprio per la fallibilità umana –, ma poi va punito chi la commette. Chi opera per la verità non ha ragione di insabbiare, depistare, o tentare di coprire chi l’ha perduta di vista.

È inutile (e meschino) difendere chi ha sbagliato; per di più, se il CSM indaga sul sostituto procuratore generale, reo di aver dichiarato che i torturatori della Diaz sono ai vertici della Polizia viste le promozioni, le carriere di tanti di loro e il reintegro di alcuni funzionari condannati in via definitiva, qualcosa non torna. Ora, il mio intento non è quello di fare un j’accuse mediatico: ce ne sono già in esubero, e tutti vani, perché per i processi vi sono sedi apposite; ciò che mi preme, invece, è chiarire che non si può essere di parte per partito preso, e non è un gioco di parole. Negare l’evidenza per Credo politico è porsi ad un livello più basso di chi fa spallucce. Del resto è troppo facile fare i fascisti in democrazia, ben più difficile è essere democratici in un regime che non lo è. I dati scoraggiano, i moniti non mancano, però la Storia ai nostri paisà proprio non piace. Se ne vuole eliminare perfino il tema, a scuola, nelle tracce a scelta, dal momento in cui nessuno lo affronta. Sarà forse perché non viene data in pasto agli studenti con il giusto approccio?
Per carità, sia fatto il volere degli “illuminati” Ministeri, che a colpi di geniali intuizioni hanno via via tolto risorse alla scuola sotto tutti i profili: docenze qualificate e libere di operare sui programmi, risorse economiche per gli istituti stessi, tagli a sedi, orari, personale, nozioni, e il gap delle ultime è una perdita enorme. In fondo, gli “illuminati” sanno bene che il controllo del cittadino inizia dalla sua formazione.