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La Complicità del Silenzio

Scritto da Anna Rocca.

Spesso mi domando da quando siamo diventati esseri dis-umani.

La risposta a un quesito che tanti si pongono e pochi affrontano davvero potrebbe essere da quando si è iniziato a vedere l’altro non più come una risorsa, ma come un ostacolo alla autoaffermazione. Qualche anno fa, qualcuno avrebbe detto homo homini lupus, e a me verrebbe da rispondere: oh, magari! Un lupo sarebbe sicuramente più etico. Lui attacca per sopravvivere; noi, invece, ci stiamo levando pian piano le risorse a vicenda e non certo perché ci manchi il pane. Viviamo tempi nei quali si permette che ai bambini venga negato il permesso di mangiare con i loro compagni. Ho omesso il fatto che questi ultimi fossero stranieri, perché i bambini sono bambini, punto. E un uomo non ha nazionalità: le bandiere, i confini sono tracce di fantasia, sono limiti che la realtà non contempla, argini che un passato feudale ha alzato sopra la dignità, e sarebbe ora di uscire dalla prigione ottusa del feudalesimo.
I bambini, poi, se proprio si vuole parlare di un Paese, ne sono il futuro; sono coloro sui quali si fonda, dal momento che il futuro è nelle loro mani. Se non si è in grado di preparare un terreno fertile per i concetti di accoglienza, cultura, valori sociali, non andremo lontano. E chi non denuncia, chi tace su tutto ciò, è il primo complice. 

Mi domando quando è scattata la molla disumanizzante in molti di noi, la molla per cui un essere umano, una persona, con tutta la sua storia, il suo passato, il suo vissuto, non è più tale, ma diventa esclusivamente uno fra tanti, quel gruppo indefinito e nel quale rientrano tutte le nostre paure e insicurezze: gli immigrati. Pare un termine abusato, inflazionato? No, è solamente attuale e io sono una cronista del mio tempo. Che poi se si ragionasse un momento su questo termine, esattamente, cosa significa “immigrati”? Passati da un paese all’altro. Ecco, non lo sono anche tutti quelli europei? Un francese, uno spagnolo un sudamericano o un cinese sono tutti immigrati in Italia, eppure ci infastidiscono solo certi tipi di immigrati, mica tutti. 
E insomma, tutta questa paura di essere invasi da chissà quali mostri che ci stupreranno le donne, e che ci ruberanno il lavoro e la casa: perché? Non siamo un Paese così ricco da essere nei desideri di alcuno, per questo. Se oltre alla storia, si studiasse meglio anche la geografia, si capirebbe che siamo privilegiati per posizione. Siamo una porta sul Mediterraneo e la gente arriva qui perché è tra le rotte più comode per arrivare in Europa. Non è che interessi più di tanto ai migranti di stare in Italia. Anzi, non interessa quasi più neppure agli italiani! La verità è che lo Stivale è una zona di passaggio, la porta per luoghi più civili.

Ad ogni modo ammettiamo pure che il migrante, questo mostro che vuole il nostro male, sbarchi in uno dei modi più o meno leciti sulle coste italiane, ciò che farebbe di lui un uomo diverso sarebbe per lo meno ricevere un’educazione, sia civica che generale, che comprende anche un certo livello di istruzione. Lasciamo per un momento da parte l’inclusione che sta tanto antipatica ai politicanti, i quali cianciano di lavori che gli italiani non vorrebbero più fare, e che invece non vengono più proposti se non a manodopere minori, alle quali dare uno stipendio da fame anche nei luoghi dove la fame vi è per davvero. In sostanza, emancipandosi da tutte le frasi fatte, serve istruire una persona perché sappia come deve comportarsi un società e quali sono i suoi compiti per certi ruoli, anche per chi deve solo (si fa per dire) spalare fango.
Ecco, se una persona riceve un’istruzione e un lavoro, ed è messa nelle condizioni di vivere la sua vita onestamente, senza imbrogliare nessuno, se lo fa esiste la giustizia e si può intervenire, ma non avrebbe interesse a farlo perché non sta male. Ma se una persona non è nelle condizioni di vivere la sua vita degnamente, allora io che l’ho accolta ne faccio un ladro, perché non gli lascio altra scelta, dal momento che tornare nel Paese d’origine, per varie ragioni, non è possibile.

Su questo molti non saranno d’accordo ma non limitiamoci a subìre la propaganda: proviamo invece a seguire il filo di un ragionamento. Se una persona è nelle condizioni di stare più o meno bene, di guadagnarsi da vivere onestamente, e vuole stabilirsi qui pagando tutte le tasse che sono da pagare (a differenza di tanti italiani che si indignano per la loro presenza e che gridano al ladro quando i primi a fare i furbi, per genoma, sono loro), forse metterà su famiglia e nasceranno dei bambini. Cittadini italiani, e italiani in quanto il suolo che ai signori delle leggi è tanto caro, è tale entro una certa serie di confini. Quindi, è il caso di ribadire, bambini e un giorno adulti del tutto italiani. E costoro sono esseri umani venuti al mondo in un luogo che non hanno scelto, in famiglie che non hanno scelto, in una società dove non hanno scelto loro di stare e potrei andare avanti ancora parecchio. I bambini sono frutto delle scelte altrui, a cominciare dal fatto di essere concepiti. Eppure, sono il futuro.
Diventeranno ragazzi e poi nuovi padri e madri e porteranno avanti il Paese, in qualche modo.

Ora, io, che con i bambini ci lavoro e sono particolarmente sensibile al tema, credo che ognuno nasca con un compito.
Ognuno, nel mondo, ha un suo posto, una sua dimensione, un ruolo. Ognuno ha un suo carattere, una sua identità, una sua storia. Ognuno è un animale sociale e culturale, e il bisogno di cultura, nei bambini, è insaziabile. Qualunque tipo di cultura, in ogni momento. E sapete qual è la cultura che forma di più? La
peer education, l’educazione tra pari.
Ciò significa che noi adulti, ovvero le loro non-scelte, per quanto possiamo sforzarci di trasmettere, non saremo mai così interessanti come un coetaneo! E ciò deriva dal nostro istinto animale: avete mai osservato i cuccioli di altri mammiferi? Imparano presto a fare tutto da soli, e giocano subito tra di loro. I grandi sono solo uno “strumento” per capire come funziona il mondo che ancora non conoscono, poi per il resto, si arrangiano da subito!
Ciò premesso, torno alla prima domanda: da quando siamo diventati così dis-umani al punto da privare questo naturale accadimento, che va, se andiamo a vedere bene, contro la nostra stessa specie? Impedire ad un bambino di confrontarsi con un altro bambino significa impedirgli di scoprire il mondo. La perdita, in toto, è per i bambini di tutte le razze, di tutte le etnie che si riconoscono in una sola (quella umana), le cui ali vengono tarpate da adulti resi, appunto, dis-umani, o più precisamente subumani, i quali tentano con pretesti illogici di impedire loro l’accesso al mondo. E certo il Paese, qualunque esso sia, ne risentirà, perderà in ricchezza, cultura, capacità di evolversi. Diventeremo vecchi senza avere mai vissuto sul serio, e lasceremo un mondo arido e senza gioia. Perché la gioia di un animale sociale come l’uomo è prima di tutto confrontarsi con il prossimo. Pensiamo per un attimo alle scoperte dell’uomo, dal fuoco alla lotta contro i virus, anche i più difficili: è grazie al confronto continuo e costante con gli altri che sono nate certe teorie, o nessuno ne avrebbe saputo mai nulla e il suo ipotetico inventore si sarebbe portato l’intuizione nella tomba, non dovendo comunicare con nessuno.