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Nella Valle del Raiale

Scritto da Giuseppe Lalli.

Ci sono luoghi, in Italia, dove l'aura di mite solidità è evidente anche per le più torpide fantasie.

Uno di quei luoghi è l'Abruzzo. Il campanilismo che portò i fedeli discepoli dei borghi a rivelare che il vero cognome di D'Annunzio era Rapagnetta, con fine di mero scherno, risale al tempo in cui la stirpe dei Sabini entrò nel valico di Sella di Corno e si andò sparpagliando in tante tribù verso il mare o lungo i crinali dei colli, le creste dei monti, le valli che l'uomo aveva toccato di rado. E ancora oggi, per fortuna, di quelle glorie paesistiche, e poco più in là artistiche, non è stato fatto uno scempio completo. Certo, si tratta di reliquie per lo più consegnate a una memoria silenziosa, ma che buon suono fa il silenzio! Si pensi alla ridente valle del Raiale.
La prima tappa, a Paganica, è alla chiesa di San Giustino, antichissima, in stile romanico, dalla scarna e severa bellezza che invita al raccoglimento.
Dopo una breve visita alla villa comunale e a Palazzo Dragonetti, si fa sosta alla Madonna d’Appari, autentico gioiello incastonato nella roccia e lambito dalle acque di un armonioso ruscello. Nel portale principale, che risale al Cinquecento, la lunetta raffigura una Madonna col Bambino, mentre nella lunetta del portale laterale, a due passi dal ruscello, vi è una bella immagine di Sant’Anna con la Vergine bambina. A poca distanza, sulla medesima parete si scopre un antico disegno scolpito nella roccia dal significato simbolico.

La piccola e fiabesca chiesa riserva al visitatore, appena dentro, una insospettata fantasmagoria di colori: dalle vòlte e dalle pareti emana un profluvio di luce, degno di uno dei templi del rinascimento fiorentino.
Una spettacolare Crocifissione e scene della vita di Maria, attribuiti a Francesco da Montereale, affrescano la volta del Presbiterio, mentre sulla parete di destra un pregevole affresco raffigurante una Comunione agli apostoli nell’ultima cena – opera del figlio del suddetto Francesco – fa da sfondo ad una edicola semicircolare con imbotte a cassettoni e un archivolto riccamente inghirlandato. Altri affreschi, sulla parete di destra, raffigurano Sant’Antonio e San Bernardino da Siena, molto popolare nelle chiese dell’Aquilano.
Unico dipinto ad olio è una grande tela di fine cinquecento sulla parete sinistra, attribuita al pittore aquilano Pompeo Mausonio: è la Madonna del Rosario, inquadrata nei quindici pannelli dei Misteri, che molto ricorda la Madonna di Pompei.
Di fronte a tanta bellezza si rimane avvinti, e quasi non ci si staccherebbe da questo angolo dove pare che natura, fede e poesia si siano date convegno. Un convegno che dura da secoli.

Risalendo la valle ci si imbatte in Assergi, un antico castello medievale con in bella vista le mura di cinta sapientemente ristrutturate. Attraversando la porta d’ingresso si accede quasi subito alla piazza del borgo, bella sotto un cielo terso, con al centro una fontana dove un tempo le donne attingevano l’acqua con le conche di rame che poi portavano sulla testa. Sullo sfondo, la chiesa di Santa Maria Assunta, con la sua luminosa facciata in levigata cortina a pietra concia, il portale romanico, il leggiadro gotico rosone e un superbo campanile a vela.

Un grande storico dell’arte, che visitò la chiesa agli albori del secolo scorso, disse che essa parlava tante lingue per quanti erano gli stili architettonici che si erano succeduti nel corso della sua vita – quasi millenaria. All’originario romanico si sovrappose infatti nel Settecento il ridondante barocco, che ne seppellì in sconce colate di stucco la sobria eleganza degli interni affrescati, e pretese di rimodellare le colonne e rialzare la volta centrale. Solo la facciata non venne toccata, ma qualcuno rimurò dall’interno il rosone e la finestra gotica sopra l’abside. Ci vollero due coraggiosi interventi, tra gli anni Sessanta e i primi Settanta del secolo scorso, per rimuovere la pesantezza estetica e statica, e riscoprire, insieme a un delicato, pure se a tratti frammentario manto decorativo, affreschi di pregio databili tra il XIV e il XV secolo, alcuni dei quali attribuiti a Francesco da Montereale e Saturnino Gatti, protagonisti di primo piano, insieme a Silvestro dell’Aquila e al grande Cola dell’Amatrice, del Rinascimento aquilano.
Oggi la Chiesa Parrocchiale di Assergi si offre in tutta la mistica e sobria eleganza che acquisì nei tempi della rivalità tra campanili, tuttora ancora sentitissima, con due asimmetriche cappelle riscoperte e con alcuni caratteri riferibili al primo gotico (presenti nell’involucro murario e nelle luci), che abbelliscono l’ambiente senza compromettere l’originaria traccia romanica, che resiste nella forma larga e a tutto sesto delle arcate e nell’abside, semicircolare e di modesta grandezza.

Un'altra opera artisticamente pregevole è l’altare lapideo dedicato a San Franco, protettore di Assergi, raffigurato in una elegante statua lignea quattrocentesca contornata da bozzetti, che ricordano episodi salienti dell’esistenza terrena del santo eremita. Vicino all’altare maggiore si può ammirare uno stupendo tabernacolo in pietra policroma del 1502 che sposa felicemente il gotico e il rinascimentale, mentre dall’altro una piccola edicola lignea in stile barocco incornicia una graziosa immagine della
Madonna con Bambino.
Impossibile, per motivi tecnici, scendere nella cripta, autentico gioiello nel gioiello, antichissima, che al solo vederla parla il linguaggio misterioso e affascinante del medioevo. In essa vi sono due opere d’arte di grande valore: l'urna argentea che contiene le ossa di San Franco, opera di Giacomo di Paolo da Sulmona; e la statua di legno che raffigura una misteriosa donna coronata su cui è fiorito, attraverso i secoli, un’affascinante racconto popolare (fu regina del Cielo o regina della Terra?), diretta erede, quanto a stile scultoreo, della scuola francese “Ile de France”. Sono lavori che potrebbero, da soli, giustificare una intera sala museale.
Un figlio di Assergi, Silvio Lalli, direttore didattico e poeta tra le due guerre, dedicò alla Chiesa di Santa Maria Assunta un sonetto, scritto nel 1931:

Commosso un canto a l’arte sua vetusta
scioglier vuole un tuo figlio, bella chiesa
sorgente dalla roccia: il tempo resa
t’ha ognor più sacra e ognora più venusta.

Nei secoli, di gloria fosti onusta
e meta di fedeli: a tua difesa
sorser le mura del Castel che offesa
non permisero a tua grandezza augusta.

Passar generazioni in pia preghiera
fra le svelte tue tre, ampie navate
che cantici ascoltaro e nenie tristi.

Qual madre, il giorno e ne la bruna sera
accogli ancor le genti affaticate:
alle ingiurie dei secoli resisti!