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I Pagliacci, il Golpe e Sei Minuti di Applausi

Scritto da Fabio Ivan Pigola.

Centro storico di Piacenza, le luci calme del teatro Municipale sono accese.

Fuori, i muri di mattoni e le foglie degli aceri mandano bagliori di rosso, la prima nebbia sfuma i profili e di tanto in tanto l'eco di un clacson, un freno, una sirena si sforzano di fare più chiassosa la solitudine degli uomini; dentro, la liturgia di un tempio sacro per il climax e le storie che in esso si calano, e per trovare la purezza si vestono di volta in volta di abiti sciatti, fastosi, lirici, crudi, scarni, pagani, torpidi o sanguigni.
Pagliacci, di Ruggero Leoncavallo, racchiude molti di quegli aspetti, in modo particolare gli ultimi. Non ci sono domande da diluire nel sangue, ma solo gli attimi nei quali monta più caldo che mai, come calda è la conchiglia del teatro che apre il sipario su un dramma del sud quale punto cardinale che unisce gli uomini nei deliri di sempre: i bollori della gioventù, il possesso, la gelosia, lo scherno, la vendetta.
Tutto, alla luce di un potere senza potere: la pretesa di vantarlo su qualcuno. Corrado Alvaro diceva che il potere è una forma di schiavitù con l'illusione del comando, e lui gli uomini del sud li conosceva bene. In un'indagine era emerso che i cittadini avevano fiducia al primo posto nella madre e in ultimo negli onorevoli, in mezzo era tutta terra del dubbio e del libero sospetto. E quel sospetto avvelena i pensieri e lo spirito di Canio, roso da un male al quale ha fretta di porre fine nel modo più virulento: la sua etica gli impone di punire Nedda, la adorata Nedda che ha tolto dalla strada, cresciuto e trattato come una regina, e l'amante con cui lo ha tradito. 

Ora, forse l'anagrafe non mi pone tra i melomani incalliti, e dichiaro subito la mia appartenenza a un altro tipo di culto, ma ho fatto in tempo ad assistere tre volte al dramma e veder piangere intere platee. In due atti Leoncavallo metteva in scena il dolore di molti, con uno stile tutt'altro che allusivo; piuttosto, con la forma di un oratorio sulla natura crudele dell'esistenza. Il deforme Tonio apre e chiude la liturgia con la voce a muoversi sola nel silenzio degli animi in fiamme prima e dopo i fatti, in un fuoco che non termina una volta chiuso il sipario, e neppure dopo gli applausi, perché tutti gli attori sono vittime di un discorso antico e infinito che non sente la vita come un mite passatempo.
Da buon peccatore, l'autore disse di avere messo nell'opera tutti gli ingredienti che fanno il peccato più dolce e più vero, trovando di fronte ad esso un'attenuante per quasi tutte le colpe, se di colpe si poteva parlare. Oggi, nell'èra dei buonisti di carta e da tastiera che conciliano Vogue con
il Capitale, e al posto di idee agitano slogan, i coltelli non dovrebbero più avere il ruolo degli aggettivi; eppure, ad onor di cronaca, intorno a quei totem danzano ancora fedeli visi pallidi. La vita del resto non ha un andamento armonioso, e se ogni sequenza si collega in modo centrifugo alla precedente e dunque a quella che la segue, ecco la foresta di spine e di sassi nella quale si muovono i Pagliacci, maschere misere ma reali di una condizione comune in tutte le età, retaggio della «ferocia del non capire» su cui ci hanno eruditi la genetica, la filosofia medievale e il verismo del drammaturgo.

Tant'è l'impatto è forte, e garantito. La resa anche. I costumi di Alessandro Lai, l'orchestra Giovanile Luigi Cherubini e la direzione del maestro Ovodok, i cori: la cura è ottima. La perizia delle maestranze del Municipale, poi, è nota. Le allegre mutilazioni al testo e all'impianto originale del dramma, invece, per chi è stato "viziato" da grandi regie – capaci di dare un tocco personale ma senza ingerenze discutibili – danno più di una perplessità. Se è vero che il gusto, come l'ideologia, parte da chi sta sui gradini di mezzo, accende gli entusiasmi di quelli di sotto e trascina con sé le masse, il buonsenso mi vieta di aderire al golpe. Certo, non sono tra quelli che si collocano in alto, e prendo le debite distanze dai conservatori, ma anche dalla scelta di una voce femminile appena discreta, flautata, ma dal timbro così flebile che viene coperta dallo starnuto di una corista.

Di contro, applausi convinti a Vittorio Prato, la più brillante delle stelle nel cielo di una sera: il
suo Silvio è maiuscolo. In linea sono Diego Cavazzin, lodevole nella parte del focoso e impulsivo Canio, Giovanni Sala e Kiril Manolov nei ruoli di Beppe e di Tonio, ma anche l'acrobata Andrea Neyroz, tutti gli artisti del circo e i DanzActori per cui il pubblico, a fine spettacolo, si spella volentieri le mani.
I sei minuti di tributo sono un premio a quel merito che non è un miraggio confinato a stereotipi da cabaret: riconoscerlo è dare valore al lavoro e alla passione, ad una coscienza che cerca la verità senza piaggerie né atteggiamenti da sociologi più simili a Louis Vuitton che a Brecht o Marcuse.