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Il Cromosoma Del Cronista

Scritto da Matteo Corti.

Siamo un popolo conservatore, poco dedito però alla memoria.

Preserviamo di tutto: carabattole, attrezzi, vestiti, ciarpame di ogni tipo e provenienza, residui di una generazione che ha perso con il tempo la presa, la storia, e tutte le guerre. Affidiamo ai materiali la custodia degli affetti, e talvolta persino delle idee. Quanti libri ho trovato ammonticchiati in cantine e ripostigli, quanti ne troverò bazzicando i mercatini dell’usato, le bancarelle distratte, gli scaffali refrattari al ricordo, roba da un tanto al chilo. Tedeschi e francesi, invece, non buttano neanche le cartoline.
Figuriamoci i libri. Da noi c’è chi li apre quando non ha la scuola di mezzo, che obbliga a leggerne controvoglia; quando sta sotto l’ombrellone o nello scompartimento d’un treno, le rare volte in cui passa. Nelle notti bianche delle città, ormai diffuse pure nei comuni, il remainder meno visitato è il proto-libraio, che spesso espone piccoli tesori.

Tra pagine slabbrate e copertine divelte muovo le mani febbrile, quasi imbarazzato.
Ho il timore di stropicciare ancor più quei brandelli, quella rinfusa in cui pesco, involontariamente, un’opera di Bulgakov: La Guardia Bianca. Mi soffermo un attimo, respiro a fondo e non mi occupo del prezzo, né dello stato di integrità del volume; sono qui perché ho fame di parole.


Penso all’autore de Il Maestro e Margherita, al suo proposito di fuggire da una patria in cui viene stroncato dai critici e dalla censura, dove niente – come oggi da noi – si conserva. Scrive una lettera a Stalin che lo chiama il giorno dopo il suicidio di Majakovskij, e gli promette un incontro che non sarà mai. Il tempo libera del peso ogni discorso.
Come l’autunno sbriciola le foglie, non c’è garanzia che tenga. Appena un velo di casualità. Ed ecco il Caso che muove il mondo, e le mie azioni insignificanti, e sposta una pila di calendari inumiditi. Li blocco allungando un braccio, senza impedire la caduta di un altro fascicolo. Pescatori Di Perle, si intitola. Lo leggo sulla costina centrale, perché la cover è strappata, non c’è più.
L’uomo del mercato me lo regala, dice che è lì da qualche anno-luce e nessuno lo vuole, chissà se è un segno del destino. Guaina a parte, il resto è abbastanza in ordine. Più lo guardo e più mi piace. Ho due ore di autobus per leggerlo, basteranno di certo.
L’editore è Dall’Oglio, l’anno è il Sessantaquattro. Non ancora un’anticaglia, ma potrebbe essere un testimone unico, oppure raro. Appena poso lo sguardo sull’autore mi convinco di entrambe le cose. È Albert Londres, di cui i francesi celebrano proprio quest’anno l’ottantesimo dalla morte. Che poi mi chiedo per quale ragione si ricordino le personalità nell’anniversario della scomparsa e non in quello, ben più valido, e poetico, della nascita.

Di Londres conosco solamente brevi note biografiche. So che nasce a Vichy nel 1884 ed è il padre di tutti gli inviati speciali: parte, vede, registra, annota, racconta. Niente Moleskine, prima di Bruce Chatwin c’è lui. Che arriva dappertutto. Intervista Lenin, Gandhi, Nehru, viaggia in mezzo Oriente, ha pratica delle mete di Salgari, e una sua inchiesta-denuncia fa chiudere il penitenziario della Caienna.
Il libro è una piccola perla; mi accompagna lungo il viaggio, nessun frangente è più consono dato il personaggio. In una biblioteca raccolgo informazioni, e scopro la lucidità nel suo fermare il mondo sull’equilibrio perfetto, con metafore o immagini candide, evocative, realistiche. «Il posto più triste del mondo sono i locali dove la notte ci si diverte ad annoiarsi».
Paul Morand è il suo gemello letterario, ma non è solo un figlio del romanticismo decadentista. Le sue testimonianze fanno chiasso, siano esse dall’Africa o dagli ospedali psichiatrici, dal terrorismo slavo ai pogrom.
Perisce nell’incendio della Georges-Philippar, una nave a cui la sua ideologia era contraria, perché era sicuro: «un cronista conosce una sola linea, quella ferroviaria». Piazzava la penna nella piaga, senza curarsi se la cosa potesse far piacere o meno a chicchessia, era contrario all’ipocrisia viscida dei leccapiedi. Era il suo modo di rispettare tutti: trattando pari merito, analizzando i fatti e non gli aggettivi, evidenziando il dialogo e non la trasgressione.
In un famoso memorial, un grande giornalista lo accosta a Kurt Tucholsky, reporter tedesco esule in Svezia. Entrambi hanno patito la mezzanotte del secolo. «Adesso che ora sarà?»