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La Riviera dei Morti Viventi

Scritto da Nicoletta Prestifilippo.

Stayin' alive non è solo un brano di enorme successo.

Occorrerebbe dissipare ogni dubbio e darsi alla certezza dell’essere vivi, quando intorno si ritaglia uno spazio per la sola inclemenza del giudizio e tutto è imprendibile, fuorché le conseguenze delle proprie azioni: che siano mancate o portate avanti col vizio dell’approssimazione e dell’avventatezza, sono proprio quelle che consentono all’essere vivente di dirsi tale e con cognizione di causa, non in virtù delle sole ipotesi.
L’essere umano è da sempre sedotto dal principio dell’evoluzione. Per tale ragione tenta di affermare con ogni mezzo una superiorità di imprese e di intelletto su chi lo ha preceduto, salvo poi retrocedere miseramente agli occhi di una natura madre e maestra, dileggiata in ogni modo: siamo l’esempio di ciò che non avremmo dovuto osare e invece osiamo, nel torto, nell’indifferenza e nell’eccesso. Non vi è metafora più compiuta e calzante di quella dei morti viventi risorti sullo schermo, in letteratura, in filosofia e nelle manovre grossolane delle strategie di marketing, per descrivere le movenze nocive e insensate dell’uomo contemporaneo. Il sentiero è impervio, e il futuro è oramai una merce svalutata, scordata, raggranellata ai margini dei discorsi che contano, lustrati per bene e urlati in tv: a volte siamo un’orda stolida, e poco più che un mucchio di carne e istinti presi per il verso sbagliato. Però sappiamo essere umani per davvero quando nessuno mette fretta, e niente punge, urta e scalpita: nell’intimità è facile restare autentici, perché si tenta di esserlo per sé stessi e per qualcuno scelto, insieme a tutto il buono che siamo stati in grado di conservare, nonostante la desolazione delle apparenze e la minaccia della semplicità che non può nulla contro l’eccezione che si deve rappresentare a ogni costo. In nome di una sola esclusiva, del pregio e dello scalpore, si compiono le più atroci intemperanze.

Vivere nel presente mostra quanto di (di)storto ci sia in certi meccanismi marci ma oliati alla perfezione, tanto da essere spacciati per sani e poi diffusi a gran voce da una moltitudine. Perché se un’idea è sostenuta da una maggioranza, allora è una cosa legittima: così crede la mente troppo pigra per il ragionamento e la curiosità.
Inoltre è pure vero che la storia si ripete, lo dice con parole affilate Marco Vagnozzi ne
La Riviera dei Morti Viventi, pubblicato da edizioni Ensemble: «… li ho visti anch’io gli zombie: gridavano “evviva!” quando il pelato parlava da un balcone… Ci siamo capiti. Li ho visti anch’io, gli zombie. Avevano la giubba con la svastica, e prima di noi li avevano visti i poveri e i ricchi, i prussiani, i longobardi, i romani e gli schiavi agli ordini dei faraoni».

È tutto scritto in un racconto che parla, e non per sentito dire. Ed è una zona franca esaltata da una fantasia generosa, pronta a dedicarsi ai personaggi che attraversano pochi luoghi nell’arco di un tempo altrettanto contenuto: non si narra dello scorrere di intere epoche, ma di un cambiamento drastico e temibile, avvenuto davanti a occhi cinici e spenti, in un presente che potremmo riconoscere per molti versi: quello degli alienati, delle serate in compagnia (di un cellulare), e della vanità esposta in vetrina, con la smania dei social e una solitudine che difficilmente viene ammessa, per paura o per pudore: si nasconde dietro abitudini vuote, dietro la meccanica dei sorrisi per convenienza e delle confidenze da riservare alle pagine di un blog. E porta con sé una fragilità che insegna la chiusura, e una sorta di amara diffidenza. Non si parla, non si ascolta: chi lo fa è un anarchico, è un folle, è uno che resta a fissare con aria estasiata il gioco delle nuvole, perché sa che bisogna difendere quello stupore, per restare vivi.

Di tanta vita, poi, non si può che morire. Non a caso per i sentieri del racconto e nelle terre liguri, Marco Vagnozzi lascia risorgere un buon numero di morti, ciondolanti e famelici, sulla scia dei vaganti di The Walking Dead, tanto per citare una saga recente che ha proiettato sullo schermo gli stessi esseri non-vivi e non-morti, putrescenti e lesi in ogni parte: creature mosse da un istinto forte più di qualsiasi altra spinta, prive del ricordo, dell’emozione, disumanizzate, eppure ancora simili ai viventi nelle fattezze, al di là dei versi che sostituiscono le parole, e dalla carne che non vuole saperne di restare attaccata alle ossa. Via le viscere, via l’intelletto, via la testa in senso letterale, certe volte. Ma resta quasi sempre un forte dubbio sul senso di giustizia, quando si tratta di disfarsi di quei corpi messi in piedi per un gioco crudele, pallidi strascichi di una vita passata. E la risposta è sempre positiva, quando si capisce che bisogna farlo per sopravvivere. Gli stessi quesiti si sollevano nella mente di Alessandro Corti, uno dei protagonisti del libro, e trovano una risposta sofferta nel viaggio che lo condurrà dai luoghi confortevoli e familiari dell’infanzia, a quelli dell’età adulta; fino ad approdare a una sorta di villaggio, una comunità che ha le movenze misurate e lente di una adunanza quasi primitiva, con la venuta improvvisa al sapore di cataclisma di quegli stessi vaganti che chiameranno zombie o walkers, all’occorrenza.

Saranno in molti ad impersonare, condurre, riempire le curve di un racconto dal ritmo avvincente; ma nessuno prevarrà davvero più del paesaggio deturpato, e della natura che sempre insegna e resiste. Si avrà chiaro il punto di vista di una ragazza, Camilla, coi suoi pochi anni sulle spalle e le piccole rivoluzioni da tentare: non è ancora maggiorenne quando conosce la gentilezza di Alessandro, i suoi modi pavidi ma gentili; non è donna e non è più bambina, perciò si penserebbe agli amori, all’odore di uno zaino con dentro pochi libri di scuola; alla crescita che viene il più possibile accesa, fremente, attesa e rallentata poi, nello scorrere degli anni, nelle rughe disegnate sui volti della madre e del padre, che correranno per lei ogni rischio, senza temere il peggio.
E vi sarà posto, insieme a loro, per la fame degli onesti e dei corrotti, per i riti da creare all’interno di una comunità che si avvarrà del potere saldo e affidabile dell’empatia e della collaborazione. Le stagioni continueranno a susseguirsi: l’estate sfumerà fino al freddo dell’inverno, con la neve a bussare sulla terra, a cadere dai rami in grossi mucchi, mentre i fiocchi resteranno leggeri e toccheranno le guance, arrossandole come un bacio senza schiocco.

Alcune parti nell’intera storia, sono da consegnare alle descrizioni di un territorio amato e abitato, conosciuto dunque, e non soltanto per la recita di una sfilza di fredde nozioni, ma da vicino e con nostalgia dei tempi più floridi, delle case rade a macchiare di poco la visione d’insieme, e di una presenza umana rispettosa e non invadente.
In altri punti della narrazione, invece, si sorride per quell’ironia che viene tanto bene a chi conosce l’estro e fa buon uso dell’intelligenza; è a tale scopo che viene introdotto un irlandese rosso di capelli, con la febbre di vivere e tanta buona musica in testa: parla spesso per citazioni musicali, ride di un riso chiassoso, si difende con le armi e con l’astuzia, ed è la parte limpida e forte, l’anello di congiunzione di una combriccola che non sarebbe stata altrettanto unita e allegra, senza di lui.
La Riviera dei Morti Viventi è una piccola rivelazione, a risaltare in mezzo a storie che spesso si somigliano: è un libro acuto e sano, vivissimo, nonostante le apparenze. È una riflessione attenta e leggera sui tempi che fuggono e sfuggono al controllo, accompagnata da un assaggio di filosofia, quella disciplina profonda e magnetica che viene spesso sfiorata e mai messa in cattedra.



La riviera dei morti viventi, di Marco Vagnozzi
Edizioni Ensemble, Settembre 2018
Editing: Fabio Ivan Pigola
ISBN 978-88-6881-290-4