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Il Vangelo secondo Pietro

Scritto da Dario Panizza.

Calma signori, nessuna eresia. È, si fa per dire, letteratura.

Certamente lo fece notare anche Pietro Maffi quando, alla richiesta di realizzare una specola sulla sommità del duomo di Pavia, sentì bocciare la proposta dal vescovo: «Sarebbe un sacrilegio. Il duomo è un luogo di culto». Così, brigò per farla costruire sul tetto del seminario vescovile dove aveva studiato, perché quella postazione per lui era davvero un luogo di culto, e duplice: di studio e di fede. Da lassù, infatti, studiò il cielo, le stelle, le Perseidi, le comete, e condusse ricerche illuminanti in campo astronomico, meteorologico, fisico, ed oltre a comunicare i risultati – davvero sorprendenti per un autodidatta – al mondo scientifico e scolastico, ne tirò fuori alcune opere destinate alle librerie. Opere di grande riscontro e dalle numerose ristampe. Inoltre portava gli studenti che partecipavano alle sue lezioni/osservazioni più vicini al cielo, al quale un religioso tende per vocazione.
Sembra poco, nei tempi odierni, ma è una enormità se si pensa che Pietro Maffi ha realizzato tutto ciò a fine Ottocento, quando la scienza sembrava ogni giorno pronta a seppellire le bubbole della fede.

«Non sono nemiche,» diceva il prelato, «tutt’e due servono all’uomo, ognuna nella propria misura. Dimostrano, tanto per cominciare, quanto siamo piccoli e bisognosi di orizzonti, di cure e di rimedi per il corpo e per lo spirito; quindi, quanto potremmo donarci un paradiso in terra se sapessimo collaborare. Il nemico, qualunque forma o personalità esso abbia, è per definizione entità negativa, antagonista della libera scelta e del libero pensiero. Ordunque, ha un senso coltivare un nemico nella ricerca scientifica o nel Credo, in qualsivoglia campo s’abbiano a muovere? [...] È negare il fondamento di tutte le scienze, basate sulla necessità dell’indagine e della scoperta, nondimeno della fede, che per chi crede senza vedere deve avere zolle fertili nelle quali gettare radici che, prima di farsi salde, han corpo avventizio». Quando ho letto queste parole ho pensato a don Gallo, dicendomi che da ateo ne avevo spesso condiviso le istanze, ma ignorando che qualcuno era venuto prima di lui, e il prete di strada ne aveva recepito e accolto il messaggio.
Entrambi hanno prodotto opere il cui contenuto ha mosso le coscienze e porta con sé un credo laico straordinario: per questo ribadisco la mia allergia a religioni, confessioni, omelie. Ecco, il Maffi prima di essere prete, rettore del seminario pavese, arcivescovo di Pisa e cardinale in odor di papato per ben due volte, fu un bibliofilo, un lettore infaticabile ed un narratore. Dello scienziato s’è detto, ed anche meglio ne dice Lorenzo Campanella – editor senza rivali, in Europa – nel numero 4 della collana Le scie, proposta da Divergenze.

La neonata casa editrice di Belgioioso presenta il secondo romanzo d’appendice del Maffi in un volume che già al tatto è una goduria. Copertina cartonata ruvida, zigrinata, con sottilissime venature a effetto pergamena antica; carta spessa e leggermente ambrata, avoriata; fascicoli cuciti a filo di refe, e un carattere grafico che per un occhialuto come me è una manna. Tondo, riposante e diverso da molti font che imbastardiscono la novità con una impostazione standard, e dopo dieci pagine fanno domandare chi diavolo li ha promossi. E di diavolo, anzi, di diavoli è pieno il romanzo pubblicato da questi folli divergenti (ci vuole tantissima follia a riproporre autori stradefunti in una confezione che umilia i Meridiani!), per di più sceneggiato da un sacerdote ritenuto, centoventi anni fa, “pericolosamente socialista” da certi ambienti della curia. L’etichetta che in tanti si affannarono a smentire, riuscendoci solo in parte, emerge con nitidezza fin dal prologo, manzoniano per passione e per retroterra, proletario per linguaggio e contenuti. I diavoli, perciò, imperversano in ogni quartiere della storia, ritratta nel paese di Ballino, immaginario ma non troppo, trattandosi di Corteolona – borgo natio del Maffi – sotto mentite spoglie. E siccome di uomini si parla i diavolacci occupano un posto d’onore sul palcoscenico, nonostante il prodigarsi di anime gentili e piene di buonsenso. 

La tentazione di uscire dalla prigione delle convenzioni, tentati da esperienze ardite od anche, solamente, lontane dalla consuetudine immutabile di campi, botteghe, mulini e fatiche secolari è forte e viva in ogni uomo, e il Maffi la bagna, o meglio la immerge in una cascata di ironia, regalando personaggi in predicato di annegare negli equivoci grotteschi ed esilaranti dei quali sono registi. Uno per tutti è il dottor Fasolari, così convinto della propria erudizione da farne una dottrina amaramente umoristica dinanzi all’intera popolazione. Oggi, ad oltre centoventi anni di (presunto) progresso, gente come il Fasolari è al timone di holding, di consigli di amministrazione, enti pubblici e soprattutto partiti politici. Facile immaginare come gli sparvieri del titolo, rapaci vestiti da uomini, possano muoversi con agio e destrezza in una regione del genere. Il signor Aristide e il cortigianesco Poldino ci impiegano poco a ribaltare il paese e, con l’astuzia tipica dei predatori, ad accalappiare i grulli facendone lancia e scudo, l’artiglio per ghermire, non visti, le prede a cui mirano.

È quello il momento nel quale il lettore si aspetta la predica, la piazzata del ministro di dio in trasferta sul quotidiano ecclesiastico, eppure quello è anche il momento che smonta l’ovvietà, che delude il prevenuto e lo spiazza, perché Pietro Maffi continua a narrare le vicende evitando i giudizi diretti, i moniti, gli anatemi. Le uniche prese di posizione, quasi tutte infilate in battute di scherno o borbottii di Papà Giovanni, le fa dire ai personaggi (dimostrando di conoscere alla perfezione i meccanismi letterari), che distribuiscono a questo e a quello certificati di bigotto, canaglia, ruffiano o svitato, come accade nei più riconosciuti tribunali d’Italia: i bar. Ma se nell’èra digitale i bar, le osterie e il negozio del barbiere sono stati sostituiti dai social e ogni fiamma si spegne in un post di indignazione e rivolta impotente, a fine Ottocento gli strumenti erano umani – per dirla con il poeta Vittorio Sereni –, ed i rimedi si potevano ancora trovare. Venivano dritti dal senso di comunità sociale, dalla capacità di fare opposizione, argomento caro al cardinale, che vista “normalizzata” la sua Pisa scrisse un telegramma di sdegno e di ripudio al governo fascista; del resto lui era uno che, dalle mezze misure, si emancipava subito, uno che ne Gli sparvieri è riuscito a parlare di valori, di affari loschi e di beatitudine citando appena un dio che, se esiste, ha rimesso la giustizia nelle mani degli uomini consapevole che, eccezioni a parte, non sapranno mai cosa farsene.