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Dame, Autunno e Malinconie di John Atkinson Grimshaw

Scritto da Filippo Lancietto.

Tra filari di alberi e alte maree che fanno l’orlo al cielo, vanno mutando le stagioni, gli anni e i sentimenti.

Questi ultimi si adattano alla parola e al vissuto di un momento che può dirsi all’avanguardia nell’istante in cui lo si vive: diviene passato in fretta, per il capriccio di una sola distrazione. Il presente si coniuga infatti con gran rapidità, e non ha i tempi languidi e collosi di ciò che è stato fatto, lasciando tracce di esperienze, contaminazioni, discendenze e mescolanze esaltanti, nella forma degli occhi e nella pelle che racconta gli avi e i territori da loro calpestati; il corpo ha le linee di un’anfora, e si piega come i nodi alle radici, quando l’età somma un buon numero di anni e fa il sorriso stanco e gli occhi vispi e grati per la vita stessa. La pelle conosce i colori più lievi, a volte quasi ambrati, oppure scuri come terra riarsa dal sole. Tinte che porgono allo sguardo un linguaggio che non sempre sappiamo tradurre, ed è allora che le storie vengono addosso, con il loro carico di domande inesplose, gentili e vivaci: ci sono giorni in cui vorrei sapere tutto, solo guardando e respirando. Sapere il viaggio e la bufera, l’incastro. Scansare la soluzione e saggiare con fame la contemplazione, che è un po’ il gioco dei gatti quando restano sornioni e silenziosi, a fissare un punto sospeso con gli occhi ridotti a una fessura, e un sonno incipiente che arriccia la coda e ritira le zampe sotto sbuffi di pelo morbido, lucido, in nome del caro tepore e dell’amato ozio.
È in quell’attimo di silenzio pieno fino all’orlo di una bellezza minuta e laboriosa, che il paesaggio circostante si fa tela da riempire di ogni sostanza e impressione. Un po’ come fanno i poeti coi loro versi, e i pittori che osservano la realtà e una natura assai più segreta e intima delle cose, e le riproducono con l’aggiunta dello stupore, dell’emotivitàe della fantasia.

Vi sono creazioni, come quelle di John Atkinson Grimshaw che mostrano in certe loro forme, nelle strade, nelle linee vaporose delle vesti, un momento riconducibile agli anni che vanno dal 1836 al Novantatre, in cui l’artista nacque e visse seguendo l’intensità di un’ispirazione generosa ed incantevole. Quella spinta si traduceva nei paesaggi raccontati con pennellate ampie e ricche, e da quelle trapela la densità di un istante, con ogni sensazione attonita, nostalgica, curiosa e cupa, diluita nelle tinte spesso acquose, grigie, e a volte rosse per un accattivante contrasto: quando viene, l’autunno sfoggia venature scarlatte che pizzicano più dell’aria fresca, e poi seducono e mettono in bocca il silenzio dell’attesa di quegli attimi che precedono qualunque cosa, e sono mille volte buoni, se l’impazienza li coglie e loro restano zitti.
Vi è spesso un sentore di imminenza, nei dipinti di Grimshaw, e si depone in un viale stretto coi colori sbriciolati negli angoli lontani; ruggine e polvere, piccole assi di legno e un cielo pesante, plumbeo, a risaltare l’oro dei pochi raggi di un sole ostinato che fa mostra di sé ai piedi degli alberi, e sulla strada che non suggerisce neppure l’idea dell’asfalto, anzi: ancora terriccio e polvere, e l’impronta di una carrozza col rumore sordo degli zoccoli dei cavalli e il cigolio di una vettura chiusa e stretta, lenta e fragrante. Nessuna presenza umana, ma sembra che qualcuno osservi, che sia stato e andato, che sia pronto a calcare quei luoghi silenziosi, avendo l’animo in perfetto accordo con la natura circostante.

Una donna fa capolino in un altro dipinto. È una figura minuta, guardata da lontano con passo discreto e occhio attento ai dettagli. Un braccio regge il peso di una cesta, e un cappello di un colore chiaro, copre del tutto i capelli e svela il capriccio di un nastro che termina in un fiocconella parte posteriore. La donna osserva un punto lontano, ai lati opposti di una casa che promette ogni agio e vede trapelare luci buone a illuminare la sera ormai giunta, dunque ancora una presenza umana da intuire dietro i vetri di alcune finestre. Solo lei si palesa, e continua a camminare, con la sua gonna dai volumi affatto sfarzosi e uno scialle posato sulla schiena. La luna fa capolino tra i rami spogli degli alberi: magnetica e sonnolenta, tra nuvole sfilacciate, scure e pigre.

Le tinte si fanno ben più audaci in un dipinto che cattura le forme di una casa maestosa: ha colori infiammati, sembra abitata dagli spiriti, tra incantesimi scordati e pozioni rovesciate su un tappeto logoro.
Si immaginano sale larghe, polverose, e l’eco di eventi mondani appuntato alle pareti, sbilenco, assieme alle cornici dei quadri, erose dal tempo.
Ciò che si vede è silenzio. Nessuno riempie gli spazi esterni, non vi è niente che inviti e sappia accogliere. Ogni cosa è dimenticata, sospesa, come in attesa di un visitatore impavido. Su un tappeto di foglie rosse, secche, restano piantati scheletri di alberi sparsi in cerchio; uno specchio d’acqua precede un rialzo di pochi gradini, e la corsa di alcune sbarre di ferro a delimitare un ampio ingresso, punta dritta verso un cielo di una tinta che riprende l’audacia delle foglie, in un arancione che si allunga, si fa liquido, fino a sfumare nel calore rotondo e suadente di un giallo ocra.

L’arte di John Atkinson Grimshaw è, sovente, un viaggio che conosce atmosfere lugubri, fatate o meditative. Le sue tele praticano il potere della suggestione, lo tramandano di epoca in epoca, senza che quella veda sbiadire la propria efficacia. Il dono dell’artista, è anche quello di saper fabbricare storie dal nulla, e di omaggiarne delle altre che già sono state approfondite con la parola che a tratti s’innalza come un canto oppure si fa bassa, sibilante. Lo stesso cambio di registro è dato dal colore che è persino più bello, quando lo si lascia risaltare per contrasto. Sarebbe un vero peccato usare una sola tonalità, un’intenzione unica e immutata. Dalle case infestate e dalle tinte vibranti, è dunque facile che lo sguardo si incagli nel verde ombreggiato e paludoso, e nelle linee di un corso d’acqua increspato appena, dal lento scorrere di una imbarcazione triste ed esile: il dipinto che ritrae la dama di Shalott è tra i più belli dell’intera produzione di Grimshaw.
Forse perché narra una storia che odora di vecchi merletti, di rugiada e malinconia. Narra di una donna gracile, di una disperazione sottile che si tramuta in coraggio, e parla dell’amore, e della solitudine, di come accade di perdersi e della strada da fare per trovare sé stessi, che è quasi sempre in salita e controcorrente.

Nel poema di Alfred Tennyson, trova posto, grazia e malia, la Signora di Shalott: creatura silente, confinata entro le mura di una torre e nei pressi di un fiume che lascia correre le sue acque fino alla leggendaria Camelot, regno di re Artù. Una maledizione grava sul suo animo, dunque non le resta che immaginare ciò che il mondo riserva a tutti fuorché a lei, che brama ogni pezzetto di luce e di terra, fuori dalla chiusura che l’affligge in quella sua vita stretta e solitaria. Così guarda l’esterno solo di riflesso: l’esistenza altrui e il mutare delle stagioni le si rivela tramite uno specchio. Se guardasse con i propri occhi la realtà accalcata poco più in là di una finestra, morirebbe all’istante.
Grimshaw tesse su una tela magica, quelle poche briciole di verità che riesce a scorgere. Ed è irremovibile, fino a che formula poche parole, come un incantesimo: «Mi sto stancando delle ombre», dice; ed ogni cosa muta per amore, per rischio e per rivalsa. Si invaghisce di uno solo dei molti riflessi imprigionati nel suo specchio: è il volto di Lancillotto che la spinge a lasciare quella sua prigione dorata anche a costo della morte:

«(…) Lasciò la tela, lasciò il telaio,
fece tre passi nella stanza,
vide le ninfee in fiore,
vide l’elmo ed il pennacchio,
e guardò verso Camelot.
La tela volò via fluttuando spiegata;
lo specchio si spezzò da cima a fondo
«La maledizione mi ha colta» urlò
la Signora di Shalott.

Nel tempestoso vento dell’est che sferzava,
i boschi giallo pallido si indebolivano
l’ampio fiume nei suoi argini si lamentava.
Dal cielo basso la pioggia scrosciava 
sopra la turrita Camelot;
lei discese e trovò una barca
galleggiante presso un salice,
e intorno alla prua scrisse
la Signora di Shalott».

Si lascia cullare dalle acque con aria risoluta; fiuta la libertà, la mescola alla sua stessa fine e non la teme. Arriverà già morta, proprio davanti a colui che senza saperlo, aveva mosso le certezze e le incertezze di una vita spenta già prima del gesto definitivo.
Grimshaw coglie in pieno l’essenza di questa triste storia, e in un dipinto ritrae l’eterea dama con i lunghi capelli biondi, gli occhi chiusi, il viso appuntito e rivolto verso il cielo, come a voler sentire proprio tutto: una leggera brezza sulle gote, e odori salmastri, guizzi di animali acquatici e la promessa di ogni meraviglia a vibrare nell’aria. Amore inconosciuto e appreso di soppiatto, come un’esplosione contenuta a stento: una mano si posa lieve in prossimità del cuore, come a raccogliere anche l’ultima goccia di vita, l’ultimo battito. Sempre viva, pure in assenza di respiro: creatura immaginaria e senza età, che trova nei colori la sua stessa linfa, e un respiro nuovo in ogni tocco di pennello, in ogni parola pensata, trascritta, o gettata al vento.