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Il Femminismo, le Donne e le Mutande

Scritto da Silvia Sbaffoni.

«La gente mi chiama femminista ogni volta che scrivo di sentimenti che mi differenziano da un zerbino».

In pieno accordo col pensiero di Rebecca West, io sono femminista. Eppure a mio avviso, già soltanto dirlo discrimina. Femminista è una parola che aveva senso agli albori della battaglia, quando la donna era considerata mera fabbrica di bambini, cuoca, colf o badante. Oggi però, come sempre accade, stiamo esagerando un po' troppo con il reale significato del termine. Il pretesto della ribalta delle donne ha dato vita ad eccessi insignificanti che, non solo non rendono onore alle donne, ma le discriminano ancora di più. 
Il femminismo è nato quando le donne non avevano diritti, ma solo doveri; quando, lottando, hanno deciso che potevano essere più di semplici giumente dedite solamente a casa e famiglia; potevano essere madri e medici, studiose, letterate, scienziate; potevano essere esattamente quello che erano gli uomini.
Molte donne hanno lottato, nel corso degli anni, per i privilegi di cui noi godiamo e stravolgere il loro lavoro con eccessi banali e privi di qualsiasi significato, a mio avviso, non rende loro onore.
Da secoli si parla di parità dei sessi, quella visione per cui uomini e donne dovrebbero ricevere i pari trattamenti, senza discriminazioni di alcun genere. Alle Nazioni Unite si susseguono ambasciatrici di successo che cercano, a loro modo, di fare passi avanti nella conquista di questo traguardo. Ma la parità dei sessi l’abbiamo veramente raggiunta?
No, alla luce della cronaca e della vita quotidiana di relazione, assolutamente no.

Nel corso del tempo il significato del termine è andato modificandosi, ma si è evoluto? Il percorso verso quell'agognata uguaglianza è costellato di tanti obiettivi: se pensiamo che ora molte donne possono svolgere professioni che secoli fa erano prettamente maschili oppure possono svolgere semplicemente una professione, può sembrare che il fine sia stato raggiunto in toto; per far un esempio, nomi illustri di donne nel campo della medicina ce ne sono eccome, mentre agli inizi del XX secolo autrici come Cordelia, per citarne una a me cara, hanno speso non poche parole per tessere le lodi di donne medici o medichesse come le chiamava lei, per far capire al mondo di allora che le donne potevano essere come gli uomini, e perché no?, più degli uomini.
Sembrerebbe, allora, che il traguardo sia stato raggiunto; salvo che molti maschi dicano che è grazie a loro se la donna può svolgere quel tipo di lavori, emancipata dai vecchi dogmi. Ma lo è davvero?
No, ancora una volta no. Anzi, stiamo regredendo.
Hanno istituito le quote rosa, dimenticando che la vera conquista è stata la possibilità di votare, e in realtà bastava quello per affermare i diritti femminili. Abbiamo fatto conquiste e le abbiamo stravolte: le quote rosa avevano senso quando le donne erano volutamente escluse perché ritenute inferiori, incapaci.

Oggi quel concetto è mutato, e non vedo perché nei consigli di amministrazione, nelle liste elettorali, nei servizi pubblici debbano esserci obbligatoriamente delle quote esclusivamente femminili. Sono provvedimenti che non fanno altro che rimarcare la disparità. Ciò che dovrebbe essere garantito è la scelta di candidati che meglio soddisfino i requisiti richiesti per svolgere una determinata mansione, maschi o femmine che siano.
Un organico potrebbe essere composto da tutti uomini o tutte donne, o da uomini e donne in percentuali diverse, purché siano i candidati migliori per ricoprire quel ruolo, senza dovere per forza rispettare le quote rosa.

Insomma, le tanto promosse “misure introdotte per garantire la rappresentatività femminile” sono delle discriminazioni mascherate da pietà, concessioni di cui proprio non c'è alcun bisogno. Un linguaggio pericolosamente dem, di quei dem inconcludenti e parolai che fanno la morale a tutti dall'alto delle loro torri d'avorio.
Ci hanno concesso i posti auto per le mamme, come se i papà non potessero andare in giro con i bambini; la possibilità di saltare la fila alle casse dei supermercati, ma nel XXI secolo esistono ancora pregiudizi per come una donna si veste, per il lavoro che svolge o per lo stile di vita che conduce.
Chiedetelo a Michela Andreozzi, attrice e sceneggiatrice italiana, in quella sorta di autobiografia romanzata Non me lo chiedete più, nella quale spiega come una donna è una donna anche se volontariamente sceglie di non essere madre; e nonostante il progresso se non ha dei figli è considerata nessuno. Ha scritto bene Basilio Petruzza, che commentando chi, sotto una foto di Chiara Ferragni nei suoi soliti abiti succinti, chiedeva come mai il suo fidanzato le permettesse di vestirsi in quella maniera, spiegava che ci sono donne ancora convinte di essere subordinate al volere dell’uomo, convinte che quando si diventa madri e mogli non si è più donne.

Poi non è una questione di eleganza o di decoro: è una questione mentale. Sono convinzioni radicate in una mentalità ignorante nella più pura accezione latina (ignorare = non sapere), e il pudore delle donne l'hanno inventato gli uomini. Tant'è, il focus non è parlare di femminismo, ma provare a uscire dalla spirale ottusa del maschilismo. Dalle carnevalate che proclamano in piazza la propria uguaglianza e poi tirano fuori le tette per far vedere che si è ancora subordinati.
Perché ci vuole un attimo per mettersi all'angolo: basta usare le armi che gli altri hanno usato contro di te e illudersi di renderle efficaci. Inoltre le mutande, la Ferragni le portava. E nella coppia, come nella vita, anche i pantaloni.