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La lira di Orfeo e il sonno eterno di Euridice

Scritto da Fiorella Pesino.

Non vi è nulla che curi il male dei giorni sempre uguali come il bene della fantasia.

Recitare una vita, quando questa possiede poco meno che stimoli moribondi o prospettive sdrucite, ed intraprendenze intente a sanare una ferita che sputa rabbia a fiotti, non ricompone nulla che non riguardi le sole apparenze. Il tempo bacia i mutamenti, poi suggerisce labili o imponenti rivoluzioni interiori, a seconda del bisogno. Se non lo fa, qualcosa è andato storto. C’è chi prova a rimediare, e se non è nobile la riuscita, lo è senz’altro il tentativo. Risollevarsi da una fine che già in vita mantiene ciò che promette, in termini di desolazione, di paesaggi sempre uguali e disfatti, è il tentativo migliore che ci si possa concedere. Anche l’occhio vuole la sua parte, ma quello vede opachi perfino i colori più sgargianti se non è la mente a sorreggere lo sguardo, insieme all’equilibrio che questa sancisce con il corpo, come fosse un patto incorruttibile. Si tratta di una mescolanza audace, di un azzardo. Le varie parti non sono spese mai in dosi identiche, ma nei casi migliori le difficoltà e quei sorsi di felicità a dir poco fulminei trovano posto nella stessa persona, nel medesimo ingranaggio. Certo non è cosa facile, e se qualcuno pensa sia tutto dovuto, fa presto a ricredersi. Il torto più cattivo da infliggersi, lo trattiene chi avverte come dovuto anche il dolore, e lo usa come un castigo, un atto usuale che riconosce e che conforta per estrema svista e paradosso: così si perde consistenza e direzione. A volte si è poco più che un mucchio di ombre a gravare sulla carne e sulle ossa convinti di saper resistere, trascinati su una linea sottile e un concetto discutibile di decoro; su una compostezza che non si accascia su sé stessa per chissà quale forza. 

Tornare al mondo dopo essere stati esuli e appartati per lungo tempo è un avanzare che mescola entusiasmo e prudenza, guarda a ciò che occorre per rendere più morbido l’impatto. Quello che non è presente e concreto, talvolta lo si può inventare. Si può creare una dimensione nuova che sollevi dall’ingombro di non saper restare dentro sé, e in uno spazio imposto. Mentre si cerca una via d’uscita, o di recupero, col verbo costruire sillabato in punta di labbra e sottovoce, si può pensare e ascoltare altro, trovare spunti utili e fantasie da fare anche più bella la notte, specie quando è fresca e lascia piovere le stelle, ma anche quando quelle stanno appese, brillanti e sonnolente, a lasciarsi rimirare. Un soffio di aria sottile e inaspettata, rallegra le pose più ingobbite; porta odori nuovi proprio sotto il naso, ricordi di altri tempi, storie arruffate: la notte è per i passi felpati, il vuoto nello stomaco e i tesori nascosti, anche quando il valore di questi è da attribuire a una vicinanza tutta umana, col calore che viene dal corpo e dai gesti. Le parole sono un affare più complesso: se ben infilate una dietro l’altra, ornano i sogni come farebbe un accessorio di pregevole fattura: scivolano dalle labbra in un soffio e portano in grembo altre storie, in un intreccio saldo e pieno di sorprese.
A volte sono storie nuove, agili; altre volte portano in dono lo scricchiolio delle ossa e un bacio spinoso sulla guancia, con la barba imbiancata da un tempo ingeneroso. Proprio quelle storie fabbricano spunti esaltanti: chissà con quale malia nascondono uno sguardo, la sporta stretta sotto un braccio, la promessa pronunciata a mezza bocca; ed è facile che ci si lasci assalire dal desiderio di ripercorrere anche le proprie origini, in cerca di qualche somiglianza con gli antenati, nella speranza che questi celino chissà quale segreto, pure piccolissimo, in grado di giustificare quel pizzicore alla base della nuca che viene con le intuizioni più astute, nei sensi che sfuggono e solo talvolta si riesce ad afferrare sulla stessa pelle o in una piega del destino. Così si scoperchia lo straordinario, pur di condurlo fin dentro il consueto, come nel caso delle leggende: ci si ritrova a vagare nei tempi mai esistiti, insieme a chi non sapendo spiegarsi un evento incredibile ricorreva agli incastri senza soluzione, li scartava, o li inventava per intero, e per quanto improbabili, li spacciava per veri senza troppi sforzi. 

Tornare alla mitologia di tanto in tanto è un modo per conservarsi al riparo dalla concretezza ad ogni costo. È imparare il processo che per spiegare un’intelligenza non irrilevante custodita entro fattezze femminili, faceva sbucare la dea Atena dalla testa del padre come in un trucco da giocolieri.
La testa è lo scrigno che contiene l’intelletto, la conoscenza, e quest’ultima deve essere preziosa se nasce e si tramuta in donna, proprio da un dio che diventa genitore in via del tutto eccezionale, partorendo in qualche verso, e alla maniera di una divinità capricciosa pronta a sovvertire le regole. 
Dalla ragione al cuore il passo è breve: quel divino ammasso di creature mitologiche era tutt’altro che quieto e mesto. Le baruffe erano all’ordine del giorno, i guazzabugli, le grandi bevute in compagnia di Bacco e poi Venere con la sua bellezza sinuosa, stordente, intenta a oscillare morbida e pensosa proprio davanti a Giove, che non aveva mica messo la testa sulle spalle: adorava le donne, e non si fermava a contemplarne la natura angelicata. Voleva toccare con mano ove possibile, e sotto i baffi di una contrariata Era. Ma in mezzo a tanto trambusto, succedeva pure che vi fosse quell’amore pieno, da suscitare invidia. Un amore che superava i confini della morte, ed era instancabile. Infatti percorreva lunghe distanze e profondità terrificanti, senza vedere svanire i suoi effetti: successe a Orfeo ed Euridice che si amarono in vita e in musica, alla luce del sole esulle corde di una lira che Orfeo pizzicava con un trasporto tale da incantare ogni essere vivente. Come scrisse Seneca: «Alla musica dolce di Orfeo cessava il fragore del rapido torrente e l'acqua fugace, obliosa di proseguire il cammino, perdeva il suo impeto... Le selve inerti si movevano conducendo sugli alberi gli uccelli; o se qualcuno di questi volava, commuovendosi nell'ascoltare il dolce canto, perdeva le forze e cadeva... Le Driadi, uscendo dalle loro querce, si affrettavano verso il cantore, e perfino le belve accorrevano dalle loro tane al melodioso canto (...)».

Quel suono venne amato da Euridice, fanciulla dai modi soavi, che amò di un amore identico anche colui che lo sapeva usare. Senza di lei, l’uomo e lo strumento sarebbero rimasti muti, e vacanti. Per questo divenne la sposa di Orfeo, che ricambiò il suo affetto senza remore. La morte si mise in mezzo quando lei, per sfuggire alle attenzioni indesiderate di Aristeo fuggì, fu morsa da un serpente e scivolò nel regno di Ade, dio degli inferi, subito fredda e lontana eppure amata dal suo sposo che, non potendo vivere senza il suo amore, si recò in quei luoghi tetri per fare sì che lei potesse tornare indietro. La sua musica commosse Caronte, Cerbero, Persefone e lo stesso Ade. Le Erinni singhiozzavano e ogni sorta di mostro intento a lacerare le carni dei dannati, non seppe che restare inerme e rimandare il macabro banchetto.
I due giovani ottennero così di tornare nel mondo dei vivi, a patto che Orfeo conducesse fin lì la sua Euridice senza mai voltarsi a guardarla. Lui la guardò, invece, preda del dubbio e di sé stesso, vittima e carnefice del suo proprio destino.
I cattivi non possono certo essere buoni due volte, dunque si videro costretti a nutrire coi successivi dinieghi, la storia d’amore e la maledizione allacciata a un sentimento rimasto immutato, fino alla fine di tutto il conosciuto, e della stessa esistenza.
Un amore tormentato, sfortunato, sofferto, in odore di divinità eppure così carnale, quasi terreno, non si può dimenticare. Ne scrive Margaret Atwood, con parole incisive almeno quanto i morsi di Cerbero: 

Tu camminavi davanti a me 
mi trascinavi di nuovo fuori 
alla luce verde che un giorno 
aveva messo zanne per uccidermi. 
Io ero obbediente, ma 
torpida, come un braccio 
indolenzito; ritornare al tempo 
non era mia scelta.
Ormai abituata al silenzio 
come una cosa tesa tra noi 
un sussurro, una fune: 
il mio nome precedente, 
ben tirato. 
Tu avevi le tue vecchie catene 
con te, amore potresti chiamarle, 
e la tua voce di carne 
davanti agli occhi tenevi fissa 
l’immagine di come volevi 
mutarmi: viva di nuovo.
Era quella tua speranza che mi spingeva a seguirti.
Io ero la tua allucinazione, in ascolto 
e fiorita, e tu mi cantavi: 
già nuova pelle si stava formando su di me 
dentro il luminoso sudario di nebbia 
dell’altro mio corpo; già 
si riformava polvere sulle mie mani e avevo sete.
Io riuscivo a distinguere solo i contorni 
della tua testa e delle spalle, 
nere contro la bocca della caverna, 
quindi non ho potuto vedere affatto 
il tuo viso, quando ti sei voltato 
e mi hai chiamato perché già mi avevi 
perduta. ultima cosa 
di te, un ovale scuro.
Pur sapendo quanto ti avrebbe ferito 
questo fallimento, ho dovuto 
chiudermi come falena grigia e cadere. 
Tu non riuscivi a credere che ero più della tua eco. 

Della definitiva scomparsa di Euridice nell’esatto istante in cui avviene, e dell’amore desolato e affranto di Orfeo, parla anche Pavese nei Dialoghi con Leucò: «S’intravvedeva sulle foglie il barlume del cielo. Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, che ciò ch’è stato, sarà ancora. Pensavo alla vita con lei, come era prima; che un’altra volta sarebbe finita. Ciò ch’è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi “Sia finita” e mi voltai.
«Euridice scomparve come si spegne una candela. Sentii soltanto un cigolìo, come d’un topo che si salva». 
Da Quasimodo vengono parole brucianti, che fanno leva sul dolore, sull’errore inammissibile, e sulla solitudine di chi porta addosso il peso della colpa: 

Siamo sporchi di guerra e Orfeo brulica 
d’insetti, è bucato dai pidocchi, 
e tu sei morta. L’inverno, quel peso 
di ghiaccio l’acqua l’aria di tempesta 
furono con te, e il tuono di eco in eco 
nelle tue notti di terra. E ora so 
che ti dovevo più forte consenso, 
ma il nostro tempo è stato furia e sangue: 
altri già affondavano nel fango, 
avevano le mani, gli occhi disfatti, 
urlavano misericordia e amore. 
Ma come è sempre tardi per amare; 
perdonami dunque. Ora grido anch’io 
il tuo nome in quest’ora meridiana 
pigra d’ali, di corde di cicale 
tese dentro le scorze dei cipressi. (…). 

Ogni cosa ha una fine. E ciò che arriva a saggiare l’immortalità ha spesso a che fare con la mente: si tramanda per bocca, carta, immaginario. Tocca la sfera emotiva, resta artigliato alla fantasia: ciò che il tempo non scalfisce rimane intatto, perché racconta qualcosa di noi, a noi stessi.
E lo fa in un’epoca in cui diviene pressante l’urgenza di raccontarsi una favola, mettersi a dormire, dirsi che andrà tutto bene, anche quando fuori è buio e la paura rosicchia le intenzioni migliori. E andrà tutto bene per davvero, pure quando farà male. Basterà avrà un obiettivo, una discesa e una risalita, un amore per cui valga la pena addentrarsi nei sentieri dell’incerto, mentre Orfeo suona ed Euridice dorme: noi sapremo cosa non fare.