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Dio non Gioca a Dadi

Scritto da Giuseppe Lalli.

Ho seguito qualche giorno fa un programma interessantissimo, verteva sulla genesi e lo sviluppo della celebre teoria della relatività di Albert Einstein, che risale a più di cento anni fa.

Si spiegava che la teoria che ha rivoluzionato le conoscenze dell'astrofisica inaugurando un nuovo, e al tempo imprevisto paradigma scientifico, assume il paradosso alla base dei suoi fondamenti. 
Lo scienziato tedesco di origine ebraica la concepì mentre era impiegato all'ufficio brevetti di Berna. Alla base delle sue riflessioni non ci furono delle formule matematiche, bensì delle rappresentazioni mentali delle dinamiche della materia nell'universo. Immaginò che essa potesse scolpire – proprio così: scolpire – le forme del cosmo, vale a dire il tempo e lo spazio.
La formalizzazione matematica seguì e accompagnò, non precedette, le rappresentazioni mentali delle implicazioni della teoria. 

Ho avuto l'impressione, sentendo illustrare questo straordinario percorso intellettuale, che i pensieri di Einstein – lo dico con molta umiltà e nella quasi totale ignoranza della materia – seguissero con intuizione geniale un percorso in qualche modo già scritto nella materia cosmica, e che lui si incaricava di decifrare, stupendosi forse egli stesso ad ogni passo che compiva nel cammino della sua ricerca. Dalle interviste degli esperti si evinceva con chiarezza un concetto già espresso dal nostro Galilei trecento anni prima, e cioè che la matematica è il grande alfabeto con cui si può leggere l'universo e dare base di certezza a ciò che la mente ha intuito. 
Mi è parso di ricavare più di un'impressione. 

La prima è che le grandi scoperte scientifiche nascono spesso, se non sempre, dall'abbandono del senso comune e dalla assunzione del paradosso come spiegazione: da una sorta di "irrazionalità", verrebbe da dire. 
Legata a questo concetto c'è, poi, l'idea che la scoperta è il frutto di una scommessa vinta, dove ciò che il senso comune chiama caso altro non è che l'intelligenza delle cose che si palesa ad una mente generosa. 
Infine, ciò che più stupisce e che, paradossalmente, tanto più appare misterioso quanto più diventa noto, è il fatto che un solo cervello abbia potuto dominare tanta complessità.
Pochi centimetri quadrati di “materia grigia” hanno potuto contenere un intero indefinito cosmo. È come se la materia dell'universo fosse stata concepita fin dall'inizio nella prospettiva che qualcuno, prima o poi, potesse afferrarne le leggi. Una considerazione filosofica che si impone, a mio avviso, è che, affinché ciò possa essere possibile, si rende necessaria una sostanziale omogeneità tra la mente che conosce e la materia oggetto di conoscenza, cioè una sorta di pre-disposta compenetrazione. 

Spirito e materia non viaggiano su binari separati, a tratti sembra quasi che si rincorrano, con buona pace di Cartesio. Siamo, in qualche modo, della stessa sostanza delle stelle, per dirla con un'espressione tanto poetica quanto scientifica. 

Una cosa mi sembra di poter affermare: tutto ciò non può essere frutto del caso, e leggi della natura tanto complicate ed affascinanti non possono non avere un autore. 
Sono tentato di concludere che conosciamo già abbastanza la materia per poterci dire materialisti. 
Quelle che precedono sono, beninteso, solo personali e discutibili osservazioni. Chissà cosa mi avrebbe risposto, Albert. Forse mi avrebbe ricordato che dio non gioca a dadi, come pare ebbe a dire in qualche occasione.


Oltre le linee
che fanno le linee dei cieli
s'è fatto presto nell'ora un po' prima di tardi,
dove i profili non hanno forme
per dare alle forme il difetto di esistere,
e dare al tempo il tempo di essere.

(Symptom of the Universe)