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È Stata tua la Colpa

Scritto da Nicola Adriano.

«Ma adesso che sei normale quanto è assurdo il gioco che fai?» chiede una celebre canzone.

La penisola è stata un paese ad alto coefficiente di boscosità prima che i moschettieri del mattone, in pochi decenni, ne facessero una terra da appalti, lotti, bustarelle e ecomostri. Case dappertutto, oltre ogni ragione: su di un suolo poco più grande di una regione americana, ci sono edifici buoni ad ospitare gli interi USA. Ma se il solo spazio abitabile è tanto florido altrettanto lo è quello invalido: edifici iniziati e mai finiti, scheletri orbi di vie, ponti, pozzi, strade, tunnel e case, ancora case, palazzi, capannoni ai quali le imprese hanno dato un’area in cui sorgere a dispetto del verde, cioè la materia prima non solo più bella ma più utile, necessaria alla vita.
E l’area, una volta occupata da plinti, basi di calce, ferri e cemento, ed altri attrezzi pronti all’uso, è stata deflorata – nel senso letterale di privata della flora, del suo habitat legittimo e naturale – per dare i natali a un elemento che non vedrà pasque, o tutt’al più le vedrà rare in quanto terza o quarta casa di chi ne ha già in esubero per sé, ma che non sa dire di no alla vista su una spiaggia incantata, e cosa importa se è una zona protetta? Tanto nel giro di un paio di stagioni si fa un bel condono, e tutti felici. Del resto, da noi si è condonato di tutto, perfino gli anni di galera a furfanti con la laurea ad honorem; molti, infatti, li chiamano onorevoli. Ma la storia è piena di case del centro città, o del centro dei paesi (che si vanno spopolando per la migrazione verso le periferie o gli ex centri di un lavoro oggi sempre più in calo) vuote, o sfitte, lasciate dai loro antichi inquilini per le scuse più varie, dal non essere più a norma alla fame di nidi nei nuovi quartieri con tutti i comfort dal giardino alla wi-fi, il triplo garage o il posto auto a due passi dal cancello; è piena di case a cottimo, erette a metà e poi fermate per i soliti giochi luridi fra un fallimento e un fiorir d’aziende sotto altri nomi con le solite facce di prima, e giù di sequestri, débacle, fughe di capitali o di imprenditori. E le vecchie e care case fatte non a norma di regole folli, in sterile lingua di sauri da ufficio, ma a norma di esseri umani e dotate di corti, di orti e pompe per l’acqua – acqua di tutti, pescata con
la cucchiaia dalle falde a sei, sette metri sotto il filo del suolo – e di vani per la legna molto meno tossica della pellet, delle cantine per i vini e per il secco, che rispettavano i bisogni dei loro ospiti e gli spazi verdi intorno, che fine hanno fatto?

Ad alcune è andata bene: sono in piedi, in affitto a coppie o a single ai quali basta un buco nel quale è un attimo pulire e fare i mestieri, e tutto è a portata di mano; ad altre un po’ meno, usate a mo’ di discariche, o chiuse in un silenzio che non dà frutto né (per gli anziani o i più romantici) memorie, da una inutile porta di legno, una serie di travi, un assito buono per un avviso evergreen: si loca, o vendesi. Dinanzi a tanto orrore è per lo più curioso leggere, su un altro avviso, di un convegno sul verde pubblico. È tra due giorni: si fanno due calcoli e ci si va a dare un occhio. Lo so, non ho un linguaggio forbito e il lettore se ne sarà accorto da un pezzo... non sono un maestro della semantica, e forse è per questo che i suoi cliché non mi seducono.
Taglio corto: vado al convegno e tra gli atti ci sono una riga di bei propositi, tutti da tenere in gran conto. 
1. Adeguare i mezzi finanziari per migliorare i boschi esistenti (quali?, si domanda uno che vive nella parte più bassa e soggiogata dal cemento della Brianza, reduce della terra dei fuochi e da certi scempi liguri), e per dare una speranza di ricostruzione a quelli danneggiati da incendi e malattie; 
2. Sollecitare l’attuazione delle norme per la salvaguardia e la promozione di parchi e riserve (ma va?); 
3. Potenziamento delle risorse per la difesa del verde (ah, penso, ma la passata legislatura fasciorenziana non si era presa a cuore la cosa, riducendole drasticamente? Han perfino tagliato le guardie forestali); 
4. Istituzione di corsi di aggiornamento per le squadre di volontari contro gli incendi (ah, ripenso, ma non era da mo’ che s’era vietato alla gente “normale” di intralciare il lavoro dei corpi preposti?); 
5. Maggiore sensibilizzazione della comunità ai problemi del pianeta (tipo curare chi getta dalle auto i sacchi di rumenta nei campi e multarli, e fare lo stesso con gli zozzoni di città come i romani, che a fare la posta sotto i condomini si capisce subito chi svergogna la capitale?); 
6. Sovvenzionare i privati per la salvaguardia fitosanitaria e il rimboschimento (è un post di Lercio, vero?).

Insomma, a fine convegno danno la parola ai presenti. Bello, mi dico, c’è dibattito. Provo. 
- Di chi è la colpa? 
È solo il proemio, un antipasto in odor di banalità come quelle esposte, ma viene giù un casotto. 
- Colpa di che, scusi? 
- Dei guai di cui avete parlato... sono guai di tutta l’umanità, causati dall’umanità più recente. 
Nel mormorio indignato sento una relatrice dire che il convegno è stato organizzato allo scopo di esporre una serie di dati di fatto e far convergere esperienze e responsabilità qualificate. Ma allora, penso, perché non mi posso (e non mi devo) sentire ancora più autorizzato ad esporre certe perplessità? No, mi spiegano, mica si può far di tutta l’erba un fascio. Il fascio spetta a chi è nelle stanze dei bottoni. Gira e rigira si torna lì. Quando si vuole fare – dice più seria e convinta la relatrice – di uno slogan un valore, si rischia la retorica. 
- Anvedi l’esempio. 
- Ma come si permette? - rimbecca la donna. E pontifica che nessuno è alla ricerca di untori veri o presunti, e che i veri sono spesso presunti, e in Italia niente è facile. 
Già, rifletto... specie se fin dal primo approccio lavori per complicare ciò che facile sarebbe davvero. È ovvio che la mera individuazione dei capri espiatori, giusti o sbagliati, autorizza parecchi a bypassare i guai, perché fa sentire, chi più e chi meno sgravato da colpe che invece competono a tutti. Però che senso ha lavorare (perché è il verbo che loro usano, un verbo troppo nobile per essere sporcato da tanta ipocrisia) insieme, ciascuno per ciò che ha e per ciò che sa fare, al fine di realizzare in concreto le proposte. È un frullo di parole che porta a nulla, e io che sono un pratico, o se si vuole uno che non rientra fra gli intellettuali, penso a tutt’altro. 

Penso al manto vegetale che ricopre un luogo come al risultato non di un accumulo casuale di semi e di piante ma d’un lento, lungo processo evolutivo, che in poche ore l’uomo può spazzare via. A proprio vantaggio se vede la cosa nel breve termine, e a proprio svantaggio in ogni altro caso. Con il tempo, le condizioni ambientali subiscono ciò che è detto dagli specialisti un climax, ossia una serie di condizioni ideali per la sopravvivenza e la riproduzione di una forma di comunità ideale, adeguata alle precipitazioni, alle temperature, al regno animale tipico della zona. Frane, incendi e disboscamenti rimettono in moto il processo. Penso quindi a cosa combinano i sagaci figuri ai quali i Comuni danno onori ed oneri della cura e della piantumazione delle aree da tutelare o da recuperare. Lecci insieme ad ornielli, a loro volta insieme a cembri e a pini neri tagliati come se fossero gelsi, e cirmoli o banani nelle vie del centro, e i ficus a cui vengono lasciati crescere rami orizzontali del peso di varie tonnellate senza che nessuno intervenga, per poi trovarseli in mezzo alle vie, spezzati da un vento più forte del solito, o i pinus pinea del Lazio che cadono, rotti alla base perché murati al piede, e se il ceppo non può far flettere la pianta è inutile che ti lamenti se essa cade.
Era lì da secoli? Già, ma non si deve gridare al clima impazzito, come se il clima fosse un corpo che ragiona e di tanto in tanto si scaglia contro l’uomo (con tutte le ragioni per farlo); si deve avere il coraggio di dire chi è l’inetto pagato ad ufo, che asfalta gli spazi intorno ad alberi noti per le loro radici superficiali, e sia che cadano oppure che facciano cadere chi inciampa nei dossi o nei salti da esse creati non hanno responsabilità. Neppure una. Ci sono degli addetti che si presume dotati di un bagaglio di perizia. Invece no, stessa nenia che per le case. Queste sono per giunta la causa della brutta fine di tanti boschi e ai quali andrebbe data ogni attenzione.

La valutazione su indici di rischio di incendio, tolto che il 98% di essi è dovuto a piromani, è divisa per criteri oggettivi: 
a. Stato di secchezza del terreno e della vegetazione (che senza un fiammifero non prende fuoco); 
b. Intensità del flusso turistico (aredaje con le manacce nostre); 
c. Tendenza alla lottizzazione dei terreni boscati e intensa fruizione delle foreste (cervi, daini, corvi, storni, luì, topi, cani, gatti, talpe, bisce, falchi, vermi fruiscono in maniera costruttiva; l’uomo sfrutta, taglia, brucia, usa e abusa in modo distruttivo); 
d. Presenza di seconde o terze case e relative strade di accesso (rieccoci nell’occhio del... camino); 
e. Presenza di luoghi d’attrazione o di richiamo come discoteche, ristoranti, santuari, siti in foreste o in zone ad esse prossime (nun ce sappiamo manco divertì); 
f. Terreni d’interesse per organizzazioni criminali (okay: il problema dell’umanità sono gli esseri umani). 
Per concludere: quando si parla di salvaguardia dell’ambiente, si dovrebbe parlare di giovani generazioni. È ai più giovani infatti, che le “case per nessuno” e la distruzione del mondo vegetale crea più danni. Abbiamo a cuore sul serio il futuro dei nostri figli, dei nipoti, del prossimo? Bene, trattiamo la natura come uno di noi, perché il danno che si fa ad essa è fatto ai più piccoli: gli adulti ormai si sono acquisiti un patrimonio d’emozioni e di salute nel corso degli anni; chi può, invece, restituire ai bimbi la gioia di vivere in un bosco, ma pure in un giardino a contatto con la natura? I nostri nonni si facevano il bagno nei fossi, bevevano l’acqua dei fiumi, e si va indietro solo di pochi decenni. Forse noi svilupperemo, o no, ceppi resistenti alla diossina, a varie sostanze nocive che oggi non rendono più sicuri e balneabili neppure i mari, le coste un tempo piene di pesci, in cui bastava tuffarsi per urtare quasi un cefalo, un sarago, un pesce, e l’acqua non faceva la schiuma come dentro l’oblò di una lavatrice. Chissà. Però le sorgenti sono in pericolo: i veleni si avvicinano alle falde profonde, in meno di due decenni vi sarà un grave danno alla fonte primaria della Terra. Meglio dare ai bimbi le risorse per capire il mondo e tentare di salvarlo, o sedarli con un arnese digitale e continuare a fischiettare È stata tua la colpa senza aver mai capito il senso della canzone?