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Cronache dal Perimetro delle Apparenze

Scritto da Stefano Russo.

Chuck Kinder ha scritto che gli uomini sono acqua per il settanta per cento, e storie per il trenta. Memorabile.

Si capisce subito che l’autore non appartiene a quest’epoca di individui ridotti ad appendici dei propri apparecchi, dei cellulari o degli I-Phone, quelli che fanno rivista con wordpress, si inoculano il siero 2.0 dei blog, e si autopromuovono con l’aureola degli ideali. 
Le belle facce che sognano il successo e la ribalta non trovano spazio che in cartacce di provincia, al massimo qualche inquadratura violenta offerta loro da vicende sballate, da loschi faccendieri al soldo dell’esperienza. Orrori quotidiani. Nemmeno gli intellettuali sanno più a chi votarsi. E poco importa se gli ultimi hanno vissuto il tempo dei pensionati: le cifre parlano da sole. La cifra interiore degli uomini anche. Non parliamo di quella letteraria. Prima o poi il mainstream si mangerà i marchi di qualità, le major ed altri gruppi ingloberanno i più piccoli, e avanti così di capitale in capitale a mascherare la crisi. This is real fight. 
Si preferisce lottare in forma privata anziché nelle strade, nei centri del potere; trionfa il post-it sul ragionamento e sul dialogo. Si muovono i muscoli essenziali, si scrive mangia prega scopa e balla da soli sulle ceneri dei nostri fuochi, perché di troppo orgoglio si può anche uccidere.

In un click è semplice evadere, scappare in una realtà alternativa fatta di tweet, di pseudonimi e di alias, facce sicure, casualità. Poi c’è il neoquarantenne belloccio, o un sedicente tale, che smania di spendere il surplus di stipendio con splendide fanciulle in alberghi di lusso o camerini di yacht, presi in affitto da invisibili ed evasori plutocrati con il tacito benestare dell’azienda. C’è chi trova sui siti d’incontri la neomamma tradita dall’ex marito e la immagina timida, procace e inconsolabile. 
E c’è l’emancipata meridioccidentale che seguita a pensare all’uomo come a un’entità fallocentrica, che fa ruotare tutto attorno al membro guida di ogni azione, slancio, schiavitù. 
Ma siano rispettate le minoranze: esiste ancora la brava figliola, studiosa e spirituale, che stronca ogni contatto appena fiuta la fregatura, e guai a cadere in tentazione. 
Il cervello non è solo zavorra, e una sana intolleranza oggi tutela il bene domani. Perché alcuni credono ancora esista il male al servizio del male, non si impegnano in sereni esperimenti di comprensione. Tempo sprecato. 

Leggevo ieri sera che non ci sarebbe più speranza, perché ormai abbiamo chiuso le frontiere. Ah, mi diceva un collega, ma non sono sempre state chiuse, le frontiere, almeno quelle dell’animo? Siamo la terra dei recinti, dei feudi, dei campanili: se c’è una forma di accoglienza che abbiamo è quella verso la lagna. Lì, non ci batte nessuno. La chiusura è propria di chi ci vede invasi e fa leva sul pericolo di una perdita di identità mai avuta, e di chi legge tutto a rovescio perché così gli fa comodo, e non fa altro che dare alimento ai fuochi con la propria narcosi da frase fatta per partito preso. Un esempio: «Hai visto? Era ora che qualcuno facesse sentire la voce della vita. Io sto con gli ammutinati», riferito ai migranti che hanno fatto irruzione e minacciato il comandante di un natante che – a dir loro – li riportava dove gli era stato imposto.
«Anch’io» fa eco un altro, «sono grato a quei clandestini! Hanno fatto vedere agli scemi che il loro idolo con la felpa non conta niente. Dieci, cento, mille rivolte a bordo!». 
«Ma dici sul serio,» risponde una donna, «oppure hai bevuto? Stai giustificando, anzi, no, stai dando un premio a chi ha commesso un atto di violenza…». 
«Violenza? Hanno fatto bene!». 
«Io non sto mai con la violenza, chiunque sia ad usarla». 
«E comunque è ipotesi di reato. Accerteranno. Intanto è una cosina da niente rispetto a vietare che la gente in fuga dalle guerre sbarchi!». 
«Otto su dieci non fuggono dalle guerre. Però la violenza non è mai una cosa da niente, perché ne chiama altra». 
«Aò, ma stai coi razzisti?». 
«No, sto con il buonsenso. La violenza, ripeto, non è mai ammissibile. Se io sono una persona per bene non ho bisogno di aggredire nessuno». 
«Eh già, così Biancaneve non capirà mai che c’è pure la strega!». 
«Non è questione di streghe, e la fiaba è proprio una parabola sul genere umano, sul lato oscuro che in tanti di noi si nasconde». 
«Ma che cavolo dici? Sei fuori? È ora che tutti si ribellino, dovrebbero manifestare per la libertà, e se un bel giorno vanno sotto i palazzi del potere di Roma a spaccare tutto io vado con loro!».
«Lo vedi? Ribellione e manifestazione spesso portano alla violenza». 
«Se non ti ascoltano con le buone...». 
«Non sapevo che l’accoglienza fosse imposta con le cattive». 
«Vorrei vedere te, su una nave per la libertà a sentire che ti riportano nei lager... Quella gente si è data da fare per far portare a riva un gruppo di bambini malati, a rischio della vita!». 
«La notizia è stata smentita da tutti i fronti, e gli autori delle minacce hanno agito per sé». 
«E allora? A noi basta un click sul telecomando, a loro no», e seguono altre frasi fatte, proverbi tra il fuori luogo e il fuori tema. Alché, la prima riporta il dialogo su quello centrale, ossia la violenza. 
«Rimangono gesti da condannare. Sempre. Sia che vengano da una o dall’altra parte». 
«Già, tanto loro a morire in una terra morta, noi a vivere in una grassa che non meritiamo». 
«Tutto ciò non cancella il reato». 
«Ebbasta co’ sto reato! Saranno giudicati, anche se ho poca fiducia in ’sto governo di razzisti. Anzi, ti dirò che due belle sberle se le meritava quel pirata del comandante!». 
«Dunque, giustifichi la violenza». 
«Quante parole per niente. E intanto nessuno aiuta quella povera gente...». 
«Perché non vieni con noi» dice, indicando una donna seduta accanto, «a fargli assistenza?». 
«Seh, bella roba, così poi viene una squadra di sbirri e mi carica di randellate!». 
«Fammi capire: di fatto, allora, cosa fai?». 
«Cosa vuoi che faccia, se non ci fanno fare niente? Si stava meglio quando si stava peggio!». 

Ora: mancava solo che dicesse «governo ladro», ma tanto è bastato perché le due persone impegnate in una delle tante iniziative pro-accoglienza si guardassero sbigottite. L’altra si alza, saluta e se ne va, con un saluto, peraltro, assai poco generoso, come a dire: «Io ho fatto il mio dovere, faccio sentire a tutta voce la mia lagna, la mia inutile e vana protesta, perché questo mi concedono, e non oltre».
Andrà a rovesciare il livore sull’account di qualche twitter o facebook di sorta. 
Nel perimetro di queste esistenze si aprono e chiudono profili, si eliminano caselle, si sopprimono esistenze, e non si riabilita nessuno. Si mollano epiteti e beati saluti puntando decisi alla meta, perché la vita è poca e scarsa per scelta. 
Insomma, in questa età di passaggio che molti si augurano rapida, la percentuale di storie nel tessuto degli uomini ha travolto il trenta per cento, è cresciuta a dismisura, salvo ripetersi identica nei percorsi e nei gesti. Scriviamo perlopiù cattive tragedie, romanzi splatter da telegiornale con troppi punti esclamativi, novelle di xenofobia o del precariato, pronipoti di una letteratura instabile e crudele che portiamo dentro, e siamo preoccupati di alzarla sopra i difetti con mille plausibili ragioni. Perché “ciò che scende è del Diavolo e ciò che sale è di Dio”, anche se spesso quest’ultimo, per l’ambizione e la durezza delle sue creature, non sembra poi un privilegiato.