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L'Elmo di Scipio

Scritto da Giorgio Mascari.

A intonare l’inno nazionale, oggi, il pericolo minore è la stecca.

L’Italia è la capitale mondiale del turismo, dove nugoli di europei seguono le orme di Goethe, di Montaigne, di Stendhal, e sognano il Grand Tour seduti su un comodo pullman o un treno in ritardo. Quando tornano a casa ne ridono, con un riso che ha molto di bonario e altrettanto dell’esperienza da non ripetere, ma si sa come vanno queste cose: i visitatori non mutano il loro atteggiamento dal tempo dei romantici. Terra di dolci languori e di amari risvegli, è stata invasa da tutti, e a tutti si è venduta: Unni e Visigoti, Longobardi e Saraceni, Borboni, Luigi e Guglielmi, fascisti e renziani, e il piacere della carne – meglio se un po’ al sangue – ha spiegato ai più che tra i sinonimi dei saldi non c’è la prostituzione. Molti non hanno capito. Eppure le risorse di Casanova sono su tutti i souvenir, anche se gli artigiani che li hanno prodotti hanno chiuso bottega da anni, ancora una volta in ottemperanza alle leggi che ci fanno andare a schiena dritta solo se guidati da un regime. Lo chiamavano Trinità, oggi è diventato UE, che a levarle il maiuscolo immeritato pare un noto richiamo romano. La differenza sta tutta nella dignità: lo slang è un idioma dal potere comico e letterario, la sigla è un acronimo da banditi della finanza.

L’utopia della dolce vita è un ricordo da nostalgici di Cinecittà, che ogni tanto danno il compito a giornali, tivù e web di spiegare la filosofia di vita all’italiana, sempre più dorata di quella reale. I santi e i naviganti sono tutti da social e i poeti vi creano gruppi chiusi a mo’ di sette, che son sì una religione esclusiva ma danno l’idea di chi si dà un voto discreto per l’impegno a storpiare la lingua che a scuola ha studiato male, collassando tra una banalità fritta e una ribollita. La pancia piena, del resto, non produce rime, solo versi. Tant’è, gira e rigira la cucina fa tutti felici.
Grazie a quelli che celebrano gli scienziati ma poi votano gente che cura i cancri con il succo di arancia, agli angeli vegani della penitenza, i sudditi del Bel Paese hanno modificato le abitudini alimentari, e chi si frega le mani sono gli industriali del malessere. Ma largo a tutto ciò che viene da fuori, che dentro ce n’è già in esubero: siamo l’unico Stato al mondo ad includerne altri due (San Marino e il Vaticano), si parlano oltre 1.300 dialetti ahinoi in rapida scomparsa, per non dire delle comunità che tuttora si intendono in ladino, greco, albanese e rami più o meno spurii del bavarese.

Abbiamo gli orsi, nella Marsica, proprio come nei Carpazi, ed in Sardegna le foche, e i licheni, e tra la capitale e i suoi dintorni centinaia di enti inutili che tutelano i pidocchi del Pil. Ah, e il Pil è tra le sigle che più funestano la vita degli italiani in combutta con Inps, Imu, Rai, Inail, Iva, Eni, Irpef; di contro, tre polizie fan la guardia ai sonni tranquilli dei cittadini – Carabinieri, Pubblica Sicurezza e Guardia di Finanza – che vivono da onesti nel sacrificio, hanno la smania di contare di più, ma in genere si limitano al lamento. Roma infatti ne è la capitale. Ha vari primati: i suoi residenti fanno più vacanze di ogni altro, e in ufficio li trovi solo dopo otto caffè e due ore di fila a causa del traffico. Tutta colpa delle buche: ci sono troppi mezzi in giro, e a dirlo è chi non ha voglia di fare cento passi a piedi, e se potesse andrebbe in auto pure al cesso. Credo sia per questo che Flaubert, nella penisola, trovava tutto allegro e facile.
Dal 6 giugno del ’46 siamo una repubblica basata sul lavoro, e forse per sopportare ciò siamo al primo posto nel mondo per gli scioperi. E con l’arte andiamo anche meglio. La Gioconda è il quadro dalla valutazione più alta nella storia, e l’ha dipinto uno dei nostri; il più insigne poliglotta di tutti i tempi è un bolognese, il cardinal Giuseppe G. Mezzofanti, che sapeva tradurre 114 lingue e ne parlava quasi 40, il teatro al coperto più antico è il Palladio di Vicenza ed abbiamo siti protetti e tesori in quantità, però l’arte oggi è decimata, priva di incentivi e di spazi, e la cultura langue in una amara agonia: siamo i peggiori lettori l’Europa, non ci interessa il sapere al di fuori degli istituti scolastici, e molte chiese e monumenti sono stati privati di sassi e mattoni per pareggiare i muri degli orti.

Così, agli occhi di un foresto, gli italiani non esistono. Non li unisce neppure la pasta, in ogni luogo una ricetta: qui ai settemari, là alla puttanesca, allo scoglio, al pesto, alla amatriciana, al ragù, aglio e olio, all’assassina. Si può morire di mafia oppure di voucher, per gli studiosi siamo nipoti e eredi di gente che stava tra le cinte di feudi rivali, agli ordini di principi e signori che spesso venivano da fuori, e pur di arrangiarsi hanno mescolato mille geni, etnie e fedi, sporcando il sangue blu con quello della plebe, dando vita a una marmellata pirotecnica. Sulle vie e sui crinali, sulle coste e alle porte che tanti vorrebbero chiuse hanno bussato i mori, i fenici, gli arabi, i normanni, i celti, i teutoni, gli spagnoli: sentivano il fascino di boschi e contrade e si mettevano in moto. Per sola affinità, Shakespeare ambienta in Italia tredici drammi, e a Verona nasce la leggenda della finta tomba di Giulietta. L’estro è di casa... Sarà che quella di piacere è una vocazione nazionale, basta dare uno sguardo a come iniziano le lettere: il rapido dear sir inglese diventa a seconda dei casi illustre signore, dott., avv., ing., cav., prof., non importa se dotato di studio o di cattedra, in fondo il curriculum è un biglietto da visita che si può interpretare o gonfiare come una camera d’aria. Il suo cuscinetto serve, è risaputo, per attutire i colpi della strada.

C’è da farsi furbi, e se furbo è un aggettivo che ovunque è inteso come offesa (in oriente sa pure di infamia), da noi è un pregio, una medaglia. Fare fesso il prossimo è un merito, il dritto suscita una reale ammirazione. Quanti esempi illustri: dai cartelli con scritto “accà nisciun’ è fesso” a Guicciardini servo dei papi che odia, e poi Giovanni dalle Bande Nere che passa a cuor leggero dalle milizie pontificie alla corte di Francia, e l’Aretino che prende soldi ed esalta i clienti perché il denaro, a suo dire, è il fiato per le trombe della virtù. Tuttora ha folte schiere di seguaci. È che non siamo degli eroi: Garibaldi, in tanto apostolato, si circonda di appena mille uomini, Mazzini non arriva a duecento, e il sasso di Balilla, la stampella di Pietro Micca, la virtù ci raggiunge solo da morti. Anche l’inventore del cinepanettone è stato definito un eroe del cinema italiano: come ci ha dipinti lui neanche l’esule Dante, che peraltro si presentava nelle varie corti con un pacco di missive commendatizie, ossia le antenate della raccomandazione. Ma senza la protezione di un papi, di un uomo del sistema o di un cardinale, non godremmo la vista di certi affreschi o certi poemi. La sola differenza è che i potenti d’un tempo avevano il buon gusto di lasciar perdere gli ebeti.
Deve essere per una serie di cavilli che l’Italia ha i mari più sporchi di sempre, le falde inquinate, l’aria delle città e di molti paesi ai limiti del respirabile, i fiumi senza pesci, e per costruire un pozzo, che non è la piramide di Cheope, serve fare una trafila che porta in gita in ventisei uffici diversi. Ci rimane la gentilezza, poiché siamo esterofili. Se Baggio fosse stato serbo, cileno o russo, gli avremmo fatto vincere dieci palloni d’oro, dedicato vie e piazze, saggi, dibattiti, e qualche prete innovatore anche santini; abbiamo avuto Pantani, il più grande campione “a pedali” della storia, però tutti ai piedi di Armstrong, osceno solista della truffa sportiva. Dunque, dalla rapina al matrimonio, l’italiano vive dell’amore per le operazioni finanziarie e chi ha la memoria corta può andare a leggere come il solito maestro Casanova, beato patrono dei dandy e dei tamarri, rievoca le prestazioni della vivida Sgualda: «El me donnait de l’amour, et je lui donnais de l’argent».

* Source: Enzo Biagi, Italia, Rizzoli, Milano 1975.