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Il Futuro dopo Lenin

Scritto da Nicoletta Prestifilippo.

Negare la sola idea del viaggio, talvolta, è avere timore di vagare lungo i propri confini.

Tra le terre desolate delle solitudini più tenaci, le distanze più ostili, i declivi acerbi, come la maturità che si presuppone giunga in soccorso di un essere umano a un certo punto, e che a volte si rivela una fatica, una conquista presa per il verso opposto, troppo piccola per essere davvero rilevante. 
Chi teme il viaggio, specie se in solitaria, ha una confidenza superficiale col borbottare della mente, poiché capita che quella non sappia spegnersi e si ostini a cercare un confronto, una traiettoria, la soluzione ad almeno uno tra i numerosi quesiti che trova disseminati lungo la vita come in un sentiero impervio. Saper sostare al centro di sé, pure coi tormenti in agguato, e le incertezze, consente di avere uno sguardo limpido e più diretto col mondo circostante. Poiché proprio nei tratti irregolari di un paesaggio scelto, non vi è nulla di più simile all’interiorità: tutto è mutevole, e cresce con un gran rigoglio di vedute e perde forza; si nutre, muore, lascia una traccia di sé anche dopo aver vissuto. Stare al proprio centro, sì, ma pure un po’ di lato: restare al margine non significa non saper fare il punto della questione e del viaggio, godersi il panorama anche se appena spostato rispetto ai centri di interesse. Appartarsi è sporcarsi di voglie, e dell’allegria che non tocca le frasi fatte e l’umorismo orfano del bene dell’improvvisazione. La schiettezza è per i pochi coraggiosi che almeno qualche volta sanno mettersi in cammino, zaino in spalla e curiosità alla mano: la distanze sono spesso irrilevanti, e in certi momenti occorre che scendano a compromessi con le disponibilità economiche; ma nei casi più promettenti hanno quello stesso coraggio che a volte vacilla, che si fa presente di sottecchi, e che bisogna rafforzare senza troppo sperare in una riuscita vittoriosa: lasciarsi andare per vedere l’effetto che fa, può risanare ogni ferita. 

Ciascuno di noi necessita di un tempo che varia in base a un vissuto capace di sommare gli anni agli anni, e di tentare di ammorbidire le resistenze più difficili da debellare. Come una meta lontana, siamo il viaggio lungo che gode di soste, e che si può affrontare con i mezzi più vari: veloci e imprendibili, sulle ali del vento; ritmici e spediti, su rotaie atletiche, sempre in corsa verso chissà quale orizzonte. Oppure veloci, ma un poco meno, con le ruote sull’asfalto, coi passeggeri pronti a rallentare per sgranchirsi un po’ le gambe e i bagagli accatastati perfino sul sedile, se serve: si divide uno spazio già esiguo, col proprio fagotto di beni di prima, seconda, o ultima necessità. Beni di conforto, beni di carta da sfogliare quando, tutto intorno, il paesaggio sonnecchia. E il sonno arriva pure per chi non si piazza alla guida tra un racconto, una risata, un dettaglio colto al volo e condiviso con la compagnia di una o più persone: viaggiare, in quel caso, è sintonia e riflessione; e ha i tempi comodi dell’imprevisto che diviene sorpresa, piccola sfida e risorsa. Con quella sintonia si fa un po’ per uno, e con gusto, poiché i presenti, in quanto tali, non sono lì per caso ma per scelta e privilegio. 

Lungo il tragitto si usa spesso un verbo che è divenire. Si viaggia per non tornare esattamente come si era e non importa se si è stati lontani da casa centoventi minuti di treno, e un giorno in più. Il cammino, le distanze intercorse da un punto a un altro, sono una fase transitoria che lascia un segno, e spesso sfuma di passato in futuro, fermandosi a lambire le fresche e fuggevoli lande del presente. A volte si percorre quel tratto con spirito vivace ed entusiasta. E non sono pochi i casi in cui con piglio documentaristico, si tenta di imprimere sulle pagine di un libro un itinerario qualunque, che faccia da guida, da avvertimento, da memoria più o meno gradevole da proporre: se è un vano esercizio di stile, si perderà e sbiadirà in tempi molto rapidi. Raccontare un viaggio e riuscire a rendere vivo quel racconto, come le emozioni provate e le descrizioni dei luoghi, non è cosa semplice. Se non si trova la giusta chiave, la noia resta acquattata dietro l’angolo, e le pagine scorrono a rilento: occorre divertirsi, anche e soprattutto scrivendo; poiché l’esperienza si declina spesso al singolare e dunque gode della soggettività, occorre che vi sia un punto d’incontro ben solido, tra autore e lettore, che combacia spesso con la semplicità e la sincerità di chi serba le prime impressioni e le elabora, le aggiunge a uno sguardo più attento e ripetuto: chi resta fermo, ha bisogno di una spinta maggiore per riuscire a viaggiare almeno con la mente. E quella è data dalla spontaneità, dai tratti spesso scanzonati che si trovano in un libro pubblicato da DOTS Edizioni: Il Futuro dopo Lenin -Viaggio in Transnistria, custodisce la piacevolezza dell’andare, del vedere, e la traspone su un libro immediato e schietto, che non si compiace di ciò che mostra, non tende al nozionismo. Le sue pagine sono una piccola istantanea dei tempi del viaggio e della storia che viene evocata e vissuta con gli occhi di chi è venuto dopo, e dunque è coinvolto in senso letterario, riflessivo e sempre in bilico tra gli alti-e-bassi dell’emotività, e una curiosità che non si sa placare. 

I protagonisti di uno scritto che porta i segni della buona letteratura odeporica e del diario di bordo, sono tre: Martina, Simone e Marco. E sono proprio veri, in carne ed ossa, il che a tratti sorprende: non sono i personaggi di un romanzo, non possiamo mettere addosso a loro gesta improbabili. Ma i sogni si, i pensieri, le viste e le sviste, sono uguali alle cose nostre, con le dovute varianti. Ci si immedesima facilmente con loro, ed è una cosa affascinante. I tre si proiettano in una striscia di mondo inconsueta, un mosaico di colori e usanze, con certi quadretti idealmente esposti, che non sono spesso sgargianti, anzi: offrono un ritratto accurato dei tempi andati e rimasti, presi a morsi, ereditati dai più giovani senza alcuna spiegazione. Quelli non sanno cosa farne e allora c’è chi va, chi resta, chi forza le lancette di un orologio che rende collosi, opachi e inospitali i territori come le prospettive. Chi rimane si dichiara un nostalgico, e un po’ crede che le cose possano cambiare. Ma in fondo, non le vorrebbe diverse di una virgola. Una parola dopo l’altra, una pagina, una foto scattata sul momento, conducono il lettore nella terra di Transnistria: nelle sue linee discontinue, scontente, scordatee sonnolenti. Prima di quella terra, rinnegata e rimbalzata tra le mani di molti, terra di guerre senza voce, di identità da riaffermare un tassello alla volta, sono molti i giri fatti dai tre ragazzi, dotati di una macchina fotografica, di una discreta sete, e di aneddoti a riempire certe sere assai poco mondane, ma comunque tanto piene. Mentre il corpo reclama le sue attenzioni e dichiara di avere fame, si apprendono cibi inconsueti con le prime diffidenze presto smontate, i nomi da imparare e gli accostamenti che non si usano quotidianamente nelle terre natie: ogni luogo, ogni pasto, sono un colore a sé; sono un profumo, e la terra riarsa dai raggi appuntiti di un sole che fa l’estate senza gentilezze di sorta: si impone, arrossa la pelle e rosicchia le energie. Ogni angolo di paese è un micro-mondo, con la gente che lo popola e scova da lontano il visitatore: lo vede dalle pose, dalle facce stralunate, dal viso allungato per lo stupore.

Le persone sono diverse ovunque, e sono proprio uguali in ogni parte del globo terrestre, quello sospeso tra cielo, stelle, con le galassie e i pianeti, che a pensarci è tutto immenso così, e non si dovrebbe più cercare alcun contrasto, e nessuna delle piccolezze che mettiamo tra gli uni e gli altri: siamo già piccoli noi; siamo già immensi. E le preoccupazioni, reali e superflue, camuffate d’altro, nobili e misere, nascoste per un inutile pudore, la presunzione del sovrano al centro esatto del proprio regno, non fanno che mettere un abisso tra gli abitanti di un posto da chiamare casa, e tutto ciò che resta di mai visto e mai saputo, mai portato nel ricordo. Ed è in questo senso, è in questo spazio da colmare che trova posto il racconto di Martina, Marco e Simone: è una testimonianza spigliata, la loro; è intelligente e svelta, e narra ciò che non tutti sanno, e non tutti hanno visto.
Nelle terre di Lenin, con le statue, le piazze, gli ostelli e i divani sbrindellati, le tasche vuote e lo spirito ben rifocillato, i cimeli nemmeno troppo imbellettati, custoditi in nome di un passato che non si vuole seppellire; i dialoghi tra le persone, che rallentano, si fermano, ascoltano per davvero; i musei piccoli, dimenticati, perché la gente con il caldo trova oasi e frescura nei pressi dei corsi d’acqua (anche quando quelli non sono proprio limpidi). I furbi che si trovano sempre, gli sguardi sornioni, i confini angusti, le donne che a tratti sembrano pescate da un film di Almodóvar. Ma non si fa mai in tempo ad approfondire: il viaggio dura il tempo di un assaggio, le cose da sapere sono tante, e le si raccoglie sempre con intenzione e dedizione, con la nostalgia degli addii che magari non vorrebbero essere tali, e mettono in caldo un
forse da tirare fuori all’occorrenza.

La fine non è degna fine, se in qualche modo non presenta un inizio. E quella custodita tra le pagine de Il Futuro Dopo Lenin è morbida e lieve. Dice che non tutto quanto è da dichiarare, preservare, rimpolpare; che a volte le cose vanno, semplicemente: sbarrano la strada alla smania di controllo, e sono imprevedibili, carezzano scorci brevi e velocissimi che non si possono mai dimenticare. Dal presente al futuro il passo è breve. A volte, però, quello coincide col tempo di una vita. E allora serve stancarsi il più possibile, coltivare le rughe più che il rimpianto, dire grazie ai graffi, piangere fino a ridere, e risalire così la cresta: per onde, incavi, scenari imprevisti. Formare con tutto questo il proprio bagaglio, per rimirarlo, soppesarlo, e poi volerne ancora.