Stampa
PDF

Clint Eastwood: Il Regista Del Non-Detto

Scritto da Antonella Mecenero.

Secondo alcuni non è un autore, piuttosto un onesto artigiano del cinema, un falegname della regia.

Come un ebanista sceglie gli attori più adatti per dare spessore alle trame, che cesella con tecnica fine, classica, senza scriverle personalmente. La sua filmografia dietro la cinepresa va dal western al thriller soprannaturale, con qualche escursione nella commedia romantica. Ma se la regia e le interpretazioni sono quasi sempre impeccabili, è proprio la sceneggiatura che spesso, nei film diretti da Eastwood, fa la differenza tra ciò che è memorabile e ciò che non lo è.
In realtà, vi è una straordinaria coerenza nelle pellicole da lui dirette, quasi tutte incentrate su personaggi chiusi e trattenuti, che non possono o non vogliono palesare i propri sentimenti. Da decenni, ormai, Clint Eastwood è il regista del non detto. Il mondo si è accorto che non è più solo l’uomo dagli occhi di ghiaccio nel 1992, quando con Gli Spietati fu consacrato agli oscar.

Fa quasi ridere, adesso, ricordare che il film fu definito il suo testamento spirituale e una meditazione sulla vecchiaia, stessa cosa detta nel 2000 all’uscita di Space Cowboys, e ripetuta nel 2008 per Gran Torino (poi deve essersi stufato di chi lo vedeva pronto a far testamento ad ogni pellicola, e non si è più prestato al gioco).
Di quel lavoro rimane l’impressione di sporco e violenza, in un western brutale come pochi altri. La narrazione si apre e si chiude con l’inquadratura di una tomba isolata, sotto una pianta, e una voce fuori campo. L’intera vicenda, si apprende, è una sorta di spiegazione dei motivi che hanno indotto la moglie del protagonista a seguirlo. È una relazione di cui non c’è traccia nello storyboard, che presenta quest’ultimo già vedovo.
Tuttavia nei suoi atti, ben più che nelle parole, si percepisce una storia d’amore non raccontata, tutto un universo sotterraneo di sentimenti non detti.

Ugualmente, non è esplicita la storia d’amore tra la Francesca e il Robert de I ponti di Madison County, che i figli di lei scoprono solo dopo la sua morte, attraverso i suoi diari. Quando non è l’amore, è l’orrore che viene taciuto.
È un’esperienza che non si può raccontare, per la quale non c’è oblio né espiazione, ciò che unisce i protagonisti di Mystic River, così come, in modo diverso eppure simile, non si può farlo per quanto si intuisce ai confini della morte, in Hereafter.
Da decenni, ormai, Eastwood accarezza con la telecamera i confini del narrabile, cerca interpretazioni che parlino con i silenzi, filmando azioni al posto di parole e, quando queste sono irrinunciabili fa in modo che la conversazione non sia mai diretta, ma arrivi con l’intermediazione di chi vuole parlare a chi deve ascoltare. Forse un retaggio del suo antico maestro, Sergio Leone, ben visibile in Lettere da Iwo Jima, dove è tutto un susseguirsi di corrispondenze interrotte.

Le lettere sono quelle che i soldati giapponesi scrivono a casa, senza sapere che nessuno mai le consegnerà. In uno dei momenti più semplici e intensi del film, quei soldati ricevono un’inaspettata risposta: la missiva trovata addosso a un prigioniero americano, ricevuta da sua madre, l’unica di una madre indirizzata a un soldato giunta sull’isola assediata.
In Hereafter, film che si spinge molto oltre nel cercare di narrare ciò che non si può, i momenti clou sono quelli in cui la voce è affidata ad un audiolibro, che racconta l’indicibile disagio di un veggente che si sente maledetto dal proprio dono.
Nell’ultimo J. Edgard, l’unico modo che ha il protagonista per dichiarare il suo amore è con la lettura di una lettera trafugata, scritta da un’amante alla moglie del presidente degli Stati Uniti.
Coerente il suo percorso, qui Eastwood vuole compiere un passo in più, guardando dritto in faccia l’amore sempre negato e nascosto tra uno degli uomini più potenti della storia degli USA, J. Edgard Hoover, fondatore dell’FBI, e il suo vice. Non si tratta di un film perfetto sul quale pesano, oltre a una sceneggiatura non del tutto calibrata, un trucco non all’altezza, e nella versione italiana un doppiaggio insopportabile.
La storia privata dell’uomo fagocita quella pubblica, di cui lo spettatore vorrebbe sapere di più, e rimane l’impressione di una figura appena abbozzata, geniale e oppressiva insieme. Non fallisce invece l’intento di raccontare una storia d’amore invisibile, pur sotto gli occhi di tutti, tratteggiata in pochi momenti intimi, solo due sequenze, e in mille gesti abbozzati. Parole sottintese.
Nello spettatore resta così impressa la narrazione di un sentimento nella sua più delicata empatia, quella che gesti e parole non possono circoscrivere, cesellata da una regia che nulla mostra e tutto fa comprendere.