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La Canzone del Legame

Scritto da Daniel Di Chiara.

La rumeur des heures / est au faîte / des plus haute débris.

Tradurre una poesia, o comunque un verso ispirato da quell’estro che solo essa possiede, non è mai la più delicata delle operazioni, né la più indolore. Si rischia sovente di tralasciare qualcosa, e non sul piano del facile gioco lessicale o dei significati, ma su quello dell’atmosfera. Certo il clamore delle ore/è in cima/al più alto cumulo di macerie rende bene anche tradotto, specie se viene da un tratto di silloge che parla – come larga parte della produzione in versi di Jean-Claude Izzo – di terre: terre vicine o tenute più distanti da uomini che pretendono di farle lontane, terre sognate e mai viste e quindi da vivere in una raccolta che è un inno al sentiero comune, pure se viene percorso da un uomo solo.

Non c’è mai, in realtà, un attimo nel quale si è soli, neppure se ci si isola dal mondo. E questo perché è il mondo stesso a non lasciarci tali. Si può tentare di fuggire l’uomo o la natura, ma essi ci troveranno in ogni luogo, in ogni tempo. Pare un concetto banale, eppure non lo è, specie nel corso storico attuale, dove approssimarsi alla lontananza è il modo per farsi massa, e quindi avvicinarsi. Un’idea a dir poco terribile, se la si pensa applicata al quotidiano, ma tant’è la terra sta pian piano divenendo feudo di clan, di gruppi, razze, Stati, e si alzano muri e si abbassa la dignità che ci fa tutti di una sola etnia: il genere umano. E sia volendo che senza volerlo, monsieur Izzo ha cantato in quasi tutte le sue opere poetiche la canzone del legame. Ecco perché il clamore delle ore è in cima al più alto cumulo di macerie: non vi è minuto, non vi è respiro in cui passi una sorta di scossa, di corrente, una forza che aggrega ed è in grado di ridurre ad un mucchio di rovine la nostra esistenza, e la nostra interiorità. Siamo seduti sul monte dei ruderi della Storia, e non ne abbiamo tratto alcun insegnamento. Anzi, di volta in volta scaviamo quel monte alla ricerca di ciò che vi abbiamo sepolto e lo riportiamo alla luce come fosse la più bella e scintillante delle scoperte. La rivelazione però è muta, poiché parla per illusioni, per un valore alternativo che gli si è voluto dare in base ai bisogni, alle nuove e riciclate utilità.

Detta così sembra una fotografia spietata, ma lo è. A tutti gli effetti. Il creatore del noir mediterraneo, erede (anche se in maniera trasversale) di un certo André Héléna, non poteva far altro, pur se con la grazia di un poema. O meglio, dei tanti che ha scritto in un carriera iniziata nel 1970 con Poèmes à haute voix e non finita con la morte del giornalista, autore di romanzi, drammi e versi, nel Duemila, anno in cui le sue parole si consegnano per sempre alla memoria perpetua, poiché il cammino continua. E di quel cammino da fare insieme Jean-Claude Izzo ha parlato con particolare acume e sensibilità – una sensibilità profetica, a ben rileggere i suoi brani – per una carriera:
«Appartengo al Mediterraneo. Questo mare lo vivo, lo respiro, lo sogno, e lo penso da un solo punto di vista... Quello di Marsiglia. La città dove sono nato per un caso dall’esilio di mio padre, napoletano, e di mia madre, andalusa».
Rivendicando quel tipo di radici, quel tipo di identità e di appartenenza, fa il punto su un tema quanto mai attuale:
«Rientro nelle categorie delle nuove “classi pericolose”, così come sono definite da un importante rapporto della Banca Mondiale. E poi ancora, arbitrari, fanatici, violenti. E anche, evidentemente, miserabili. Questo rapporto dice che siamo, noi del Mediterraneo, numerosi, indisciplinati, certo migranti. Sempre in questo rapporto, la Banca Mondiale suggerisce all’Europa di erigere, fra il Nord e il Sud, un confine moderno, come un ricordo della frontiera fra l’Impero Romano e i barbari […]. In questa infelicità dorata culmina la tragedia». 

Non sono versi, ma riflessioni randagie, come randagio è il cammino dell’uomo sul pianeta che si è bene o male trovato ad abitare, e tra il bene e il male ha scelto sempre il secondo. Dando  a vedere il bene, il buonismo di fondo, ma adottando come un figlio il male. Ne è piena d’esempi proprio la Storia antica e quella recente. Quella della civiltà che dovremmo avere raggiunto e invece ci (s)fugge come una beffa, la più amara delle beffe, perché a portata di mani che non vogliono afferrarla. Si dà giusto l’impressione, si mostra l’intento; poi, però, si torna a fare la divisione tra gentili e barbari, tra il popolo eletto e quello che serve a dirsi, al primo dei due, eletto. Ma quale colpa ha un bambino, un uomo, per essere nato sulla riva sbagliata di un mare, il Mediterraneo, dove il Vecchio Mondo ha la pretesa che tutto sia nato?
E allora dov’è la nostra terre d’impatience/qui s’offre à toute les semailles, quella terra di fervori/che si offre a tutte le semine? Ogni popolo l’ha calpestata: cento, mille passi diversi hanno colto dal suolo i frutti che essa, generosa, non ha saputo negare per gene, per cromosoma, nell’unica legge valida al vivere, le palpitement des heures, il palpito delle ore. È la voce, la penna elegante e tagliente di Izzo a darne il peso più reale, nella sua opera
Lontano da ogni riva (edizioni Ensemble, a cura di Annalisa Comes, con illustrazioni di Jacques Fernandez), dove quel peso è il solo capace di sgravare il cuore di chiunque sa che fino al sogno, tutto è da conquistare.