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Love City

Scritto da Filippo Lancietto.

Vi sono luoghi da tenere cari, e non solo nel ricordo: sono terre emerse, dal profilo discontinuo e rassicurante proprio come i sogni, quando diamo loro il compito di farsi credibili e, di rimando, farci più veri.

Per questo rivolgiamo le fantasie a una mèta che sia raggiungibile, liberandole dall’insoddisfazione di un pensiero solo pensato e mai possibile da afferrare. Come col sogno, si potrebbe pensare alle curve sinuose di un paesaggio scelto, e le distese lisce, arricciate, gli angoli che sembrano quasi scordati dal dominio ottuso dell’uomo, con il fogliame che cresce rigoglioso, che pare quasi voler vestire le case come l’edera, o pungere le caviglie come le ortiche, quando si attraversano i campi per respirare quell’aria pulita, frizzante, lieve, che restituisce a chi ne inala almeno un pezzetto, l’idea di un’oasi e un patrimonio, a prescindere dalle dimensioni del tratto di terra, orto, giardino o strada di campagna a interrompere un fluire di asfalto e case tutte uguali, ad omaggiare il mondo che abitiamo col frutto e la pace che si trasmette al corpo e alla mente, solo guardando.
Basta poco, poi, per cambiare visione e sensazioni: la natura del paesaggio e del sentimento umano, sono strettamente correlati. Siamo il luogo in cui viviamo, siamo radicati nei luoghi natali, anche quando crescere crea separazioni, urti e nuove traiettorie da dover seguire. Basta fermarsi un istante per sentire con grande chiarezza l’energia che ci attornia, e a volte crea buone cose: se è del regno animale sa di affinità silenti; a volte invece ci sovrasta, toglie spazio all’autentico, impone una disciplina del tutto estranea ai nostri ritmi naturali. 

È in silenzio che si coglie il vibrare sommesso e crescente dell’aria, quando un temporale si avvicina; e si sanno i confini riarsi dal sole, linee immaginarie che precedono l’incontro e il principio, non il limite. La pioggia, quando la terra ha sete, è una benedizione che troppe volte passa inosservata. È una preghiera silenziosa, come lo stupore quando toglie urgenza a tutto e si ferma un istante ad osservare ciò che accade. 
Ho letto di recente un libro di Luce Spano, edito da Palabanda edizioni: tema portante sono il viaggio e la scoperta. Ecco perché pensavo ai luoghi, alle cose, al modo in cui gli esseri umani si fondono col territorio che dona loro asilo e identità. Mi piace pensare quel frammento di terra come un abbraccio, un luogo accogliente e non ostile, presuntuoso e disumano: troppo chiuso per essere all’aperto, con troppe prigioni intorno, fabbricate con gli ideali malati dei paladini del cemento che garantiscono l’involuzione più che la libertà di scelta e di vissuto. 

Leggere, come sempre, si rivela un’azione benefica e necessaria; ed è inoltre una specie di piccola macchina del tempo, un viaggio alla portata di ogni tasca: con La Città dell’Amore di Luce Spano, ho conosciuto Cagliari pur non avendola mai vista. Il romanzo è un reticolo di piccole rivelazioni: la storia di una città, vista con gli occhi di chi l’ha conosciuta e amata da sempre, si rivela minuziosa e pregna di un affetto che si vede bene tra le righe. Addentrarsi fin nei luoghi più piccoli, nelle stradine, col vento che porta in grembo l’odore dei fiori nei viali, e i profumi dei cibi, delle case e dei passanti, è una piccola avventura, una storia nella storia, che talvolta crea leggende, nomignoli, episodi che vengono dal basso, dalla gente, dalla terra stessa, che non hanno nulla di filtrato, di rivisitato, se non per bocca di chi racconta e a volte gonfia tutto, per amore di un clamore che ama vedere impresso nei volti degli astanti: il pubblico è modesto, e se non lo si prende per la gola e lo stupore, fa presto a sfaldarsi. E allora ecco che viene la testimonianza: Cagliari pare quasi una donna, col suo carico di vanità, coi suoi ricordi e le trasformazioni. Luce Spano le dedica uno sguardo attento: si ferma nei pressi del Mercato Vecchio, così pieno, vivace, colorato, e a questo accosta un pensiero di Tom Hardy, che lo vedeva come un «tempio pagano di ogni ben di Dio», che «per la sontuosità induce al raccoglimento e alla meditazione più che a far pensare alle esigenze dello stomaco». Ed è un concetto interessante, uno sbigottimento leggero, senza atti plateali: un caos sottile e cercato, una mescolanza di effetti che ci descrive per intero: dalla vista, alla sensazione, alle emozioni che introduciamo nel corpo, addentandole, proprio come il cibo. Vedere, osservare bene, è un po’ come lasciarsi accarezzare: la familiarità coi gesti e coi luoghi è un tessuto, un incontro che non sa perdere forza, a cui non potremmo rinunciare con facilità; siamo poco durevoli, siamo cittadini del mondo, almeno in potenziale; ma abbiamo bisogno di fare ritorno a un posto che sentiamo appartenerci, e ben al di là dei documenti, delle carte: solo al nostro interno, nel profondo. 

Non poche volte La Città dell’Amore omaggia Grazia Deledda e parla di lei, o attraverso lei. In un cammino soltanto immaginato ma generoso nelle descrizioni, ci ritroviamo nella parte alta di Cagliari: ogni capitolo introduce una zona specifica, per mezzo di una mappa disegnata e scritta, che dona risalto alle mete che poi verranno spiegate. La parte relativa al Quartiere di Castello, al Terrapieno, al Giardino sotto le mura e ai Giardini pubblici, alla Galleria Comunale d’Arte e al viale Buoncammino, è arricchita da una visione della Deledda che accompagna le parole dell’autrice del libro, e da sola dà risalto a tutto quanto: «Altri bei viali, come quello di Buoncammino o quello conducente al Santuario di Bonaria arricchiscono la città; pini marittimi, olmi, acacie, pioppi ombreggiano queste passeggiate ove è dolce vagare nei meravigliosi tramonti cagliaritani, quando l’occidente è tutto un incendio, il mare sanguinante ha luminose scie d’oro, e gli stagni sembrano di madreperla; par di essere fra cielo e terra, in un bagno di luce, e di percorrere una di quelle vie d’oro del mare che conducono verso l’ignoto Oriente».

Sarebbe bello un giorno, visitare Cagliari seguendo un simile percorso, turistico e letterario. E credo sia proprio questa la maniera più interessante di leggere un libro simile: partecipandovi, non solo con le immagini interiori ma vivendolo un passo alla volta, con gli occhi che cercano conferme delle parole lette, nelle case, nei monumenti, e negli scorci che stanno tra le une e gli altri, specie se inconsueti, come le virgole separano le parole, creando nuovi spazi in cui vagare.