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Il Tesoro sotto il Campanile

Scritto da Antonella Mecenero.

La bellezza del paese in cui abbiamo sorte di vivere si impone ai nostri occhi ogni volta che ci allontaniamo dagli itinerari prestabiliti.

Lasciandoci condurre dall’istinto attraverso strade di campagna, inerpicandoci tra colli, borghi, lo sguardo si perde su inediti panorami, in una continua scoperta di tesori inaspettati. 
Piccoli gioielli architettonici, gemme secondarie ma pur sempre fulgide di un passato che tutto il mondo ci invidia, ci attendono dietro ogni svolta. Tra castelli, pievi, raccolte d’arte, musei insoliti, tutto è poi piacevolmente intervallato da osterie e degustazioni; vi si potrebbero trascorrere anni. 
Eppure è esperienza comune per il turista come per l’appassionato trovare, magari al termine di una strada lunga e non ben segnalata, una porta chiusa, un cancello che comunica che il sito non è più accessibile; un malinconico cartello che segnala orari di apertura esigui, punitivi. E poiché questa è esperienza comune, non insorge neppure la rabbia. Si fanno spallucce e la domenica dopo si progetta una gita in un centro commerciale, che di sicuro sarà aperto e accogliente. 
Si instaura così un meccanismo di potenziali visitatori sfiduciati e di amministratori che, a fronte di un pubblico sempre più esiguo, non sentono più la necessità di investire in realtà culturali di secondaria importanza. 
Come ogni circolo vizioso, anche questo è difficile da spezzare, soprattutto se le cause sono oscure, nebulose. 

Dagli anni settanta il concetto di museo è stato radicalmente modificato. Da scrigno progettato per conservare e mostrare tesori inestimabili, il museo è diventato lo specchio in cui una comunità può riconoscersi. Si è capito che la cultura non è fatta solo di capolavori, magari giustapposti a casaccio, secondo i capricci dei curatori che nei secoli si sono succeduti. 
Cultura è anche l’arte di saper produrre un oggetto artigianale, la conoscenza di un singolo che si va perdendo. Cultura non è solo il Colosseo o la Torre di Pisa, ma anche la piccola fortificazione sulla sommità di un borgo, la chiesetta a lato di una strada, la necropoli periferica di un accampamento romano. 
Purtroppo in Italia, più che in altri paesi europei, questo cambiamento ha investito l’élite culturale, e lambito appena i cittadini. Così mentre un po’ ovunque nascevano comitati e associazioni per proteggere siti, per costruire musei dedicati alla civiltà contadina o a particolari tradizioni, la maggior parte degli italiani viveva ancora i musei come santuari delle meraviglie. 

A distanza di quarant’anni, il Bel Paese registra il tutto esaurito alle mostre, ma le collezioni permanenti dei musei, anche prestigiosi, accumulano polvere. Si va a visitare un monumento per stupirsi dell’eccezione, quasi mai per accrescere un bagaglio personale di conoscenze. Il primo problema, pertanto, è legato alla mentalità, a sua volta creata da un tipo di istruzione che si basa su programmi vecchi di decenni. Ancora oggi, a scuola, si insegna ai bambini che la cultura viene dai geni, dagli artisti, una casta privilegiata da cui l’uomo comune è escluso. 
Tuttavia, proprio dagli anni settanta, il progetto culturale si apriva al cambiamento. Molti musei e iniziative di restauro nascevano dal basso, da comitati e associazioni, spesso spinti dalla necessità di preservare ciò che andava svanendo sotto gli occhi di tutti. Gran parte di questi comitati non sono sopravvissuti al cambio generazionale. Invecchiati i fondatori, nessuno ha saputo sostituirli con la stessa passione e dedizione. Alcuni volontari hanno provato a sopperire per anni alla negligenza: custodi, curatori, uomini delle pulizie, memoria storica dell’istituzione, ma quando le forze non li hanno più sostenuti è calato il silenzio. 

Sovente, le amministrazioni pubbliche hanno ereditato opere non volute, che per decenni hanno proseguito da sole il cammino, per essere abbandonate di colpo come cuccioli senza più madre. 
E si tratta realtà piccole, dove spesso viene a mancare la competenza specifica prima della volontà politica, dove già senza crisi far quadrare i conti tra una strada da riasfaltare ed una mensa dell’asilo era questione delicata. Con la recessione, ogni cosa si è complicata ulteriormente. 
L’incapacità di fare squadra ha fatto il resto. Siamo un popolo che, a intervalli regolari, spande fiumi di inchiostro per chiedersi se Tex sia di destra o di sinistra. È già un miracolo se un’istituzione culturale di provincia riesce a sopravvivere attraverso il dedalo di gestioni di diverso colore e di orientamento; farla addirittura collaborare con la realtà del paese vicino, quello che sta al di là del fiume o sul versante opposto della collina, è fantascienza. 
Questa farragine periferica è presente a tutti i livelli. Qualunque tesista avventuratosi in una ricerca storica o culturale nel territorio si è dovuto confrontare con la frammentarietà degli archivi, con le più demenziali richieste di autorizzazioni all'accesso, con il campanilismo delle istituzioni. Prima ancora della volontà di fare rete, manca una lettura realistica e globale del territorio, che non si riesce o non si vuole guardare nel suo insieme. L’esperienza banale di rispondere a una domanda come: “quanti castelli ci sono nelle vicinanze?” ha portato chi scrive a scoprire che un’operazione basilare quale un censimento delle fortificazioni su quell’area non era mai stata fatta. Vi era pure chi ignorava di avere un castello nel proprio comune, e parlo di muri e torri visibili. In queste condizioni era impossibile rispondere a domande anche semplici come quando sono stati costruiti? Che connessioni ci sono fra di loro?
Fuori luogo, a maggior ragione, costruire un percorso turistico tematico e arrivare a valorizzare i siti.  

Come uscire, dunque, da questa situazione? 
Huge de Varine, uno dei massimi esperti di museologia europei ha proposto, in un intervento, alcune norme comuni di buon senso. In primo luogo, limitare l’apertura di nuovi musei o siti autonomi. Non ha senso, in un momento di risorse limitate, costruire cattedrali nel deserto, destinate a brillare il tempo di un’inaugurazione. Anche perché conservare non significa inscatolare oggetti, opere d’arte, e buttarne la chiave, ma creare le condizioni affinché un patrimonio rimanga accessibile nel tempo. Dove queste condizioni non sussistono, meglio non partire con un progetto, o affiliarsi a realtà già consolidate. Meglio un solo museo funzionante che due senza custode. 
La seconda linea guida, tanto scontata da essere difficile da realizzare, è quella di fare rete. Nel paese dei campanili, si ha l’impressione che si riesca a avere successo solo a discapito del vicino. Nella cultura nessun alleato è più importante di quest’ultimo. Lo Stivale è ancora un territorio dove, chi si dedica al turismo culturale fuori dagli itinerari noti, è una minoranza. Una minoranza, però, attenta e partecipe, che se dotata delle giuste informazioni è disposta a soprassedere sui disagi pur di godersi una visita. Non c’è luogo migliore per fare pubblicità ad un museo che un altro museo. Se ben curato e gestito, è il biglietto da visita ideale per gli altri siti del territorio. Il cultore più attento allungherà volentieri la strada di qualche chilometro, pur di arricchire la giornata di una visita in più. 

Il seguito perfetto di questa linea d’azione è creare percorsi tematici. In un territorio come il nostro, così ricco di storia e di avvenimenti, dovrebbe essere facile costruire simili percorsi. Invece, il più delle volte si visitano stupendi monumenti decontestualizzati, o si ammirano opere di cui a stento si intuisce cosa rappresentino, chi le ha realizzate e perché sono collocate in quel luogo. Poter seguire la vita di un personaggio storico, visualizzare passo a passo lo svolgersi di un evento del passato nei luoghi in cui è avvenuto, ammirare lo sviluppo di un’idea e di una tradizione è un valore aggiunto alla semplice fruizione estetica. 
Serve liberarsi della convinzione che cultura faccia rima con sofferenza. 
Per quanto eroico sia visitare un sito sotto il sole cocente, esplorare un museo nell’afa di agosto, agognare a un bagno che non si trova, reprimere il desiderio di un caffè, è indubbio che un certo agio induca il visitatore a tornare. Non occorre trasformare in piccole Disneyland le attrazioni culturali, ma è indubbio che debbano esserci dei minimi servizi in ogni punto di visita. A partire dal personale, sia lodato se gentile e competente, passando per un parcheggio accessibile, una toilette funzionante, un rinfresco nelle vicinanze. Piccole cose, mai troppo ovvie. 
In un momento di scarse risorse, in cui la cultura pare un valore sacrificabile, ognuno di questi imperfetti tentativi va incoraggiato e promosso. Oggi più che mai è necessario il coraggio di spingersi avanti, un poco più in là, nei percorsi di luce dietro alle macchie di buio.