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Eine Reihe von Träumen

Scritto da Francesca Maria Villani.

Ordinate uno dopo l’altro, si susseguono file di libri sulle bancarelle dei mercatini dell’usato.

Le pagine ingiallite, che a volte diventano rigide e ruvide al tatto per via della polvere e, l’odore di chiuso e muffa, creano un mix che fa starnutire tanti dei possibili acquirenti mentre altri si contentano di accarezzare le copertine di quelle che sembrano le edizioni più costose, per poi allontanarsi con un certo rammarico nell’animo. Per chi si trattiene, rimane invece la possibilità di scovare qualcosa di raro, magari un testo che da tempo si cercava, ma di cui si erano perse le tracce, oppure un altro di cui si era ignorata l’esistenza e che sembra chiamare, nella convinzione che siano i libri stessi a decidere il loro nuovo proprietario e non viceversa. Cercare, domandare, meravigliarsi, sono azioni alla base della nostra vita, quelli che ci rendono degni di apprezzare – e di fare – arte, poesia e musica, e che attraverso la lettura possiamo assimilare: grazie ad esse la realtà può apparire sotto un’altra prospettiva, quella che non avevamo ancora considerato.
Lo spiega con efficacia Hermann Hesse, che attraverso le sue fiabe pone l’accento su uomini, o interi popoli, che si sono perduti: attraverso la contemplazione della natura, l’ascolto di una voce durante un sogno o la presenza di una figura magica possono «sprofondare in sé stessi», cadere nell’oblio della loro anima e risalire per cercare la strada della felicità, sempre che non vengano inglobati da un vortice che è morte e distruzione, ma prima di tutto trasformazione in qualcosa di più grande e più completo. Ne sono un esempio i testi quali «Iris», «Il Reich», «Una serie di sogni».
L’ultima di queste fiabe è, in particolare, un concentrato di immagini e concetti che si susseguono in maniera vorticosa lasciando il lettore stordito e incapace di distinguere dove finisca l’immaginazione e dove inizi la realtà e facendogli nascere il dubbio di aver letto qualcosa al limite della follia.

Il tema della pazzia (un argomento rischioso, per il tempo) è infatti ricorrente, più volte il protagonista afferma di stare impazzendo e che nessuno degli altri personaggi del racconto riesca a comprenderlo. La lettura di queste pagine genera così un senso di disorientamento causato dalla presenza di un essere solo e non in grado di comunicare il dolore e il tormento che gli appartengono, agli altri: una sorta di Urlo di Munch espresso a parole. Esso non può essere udito, ché il grido non è altro che la voce della sua stessa anima. «Avevo l’impressione di aver trascorso già moltissimo tempo, un tempo inutile che scorreva come melassa» sono le parole con cui inizia la fiaba. La frase richiama alla mente uno dei quadri più famosi del Novecento: La persistenza della memoria in cui gli orologi molli, creati da Dalì sono riversi ora su un tavolo, ora abbandonati in terra o ricoperti di formiche.
Così, come per il pittore l’oggettività del tempo viene messa in discussione, e rapportata alla relazione con l’esperienza soggettiva dell’uomo, allo stesso modo le immagini, per il protagonista, sembrano non scorrere e bloccarsi: chiuso in un piccolo salottino attende una donna misteriosa, mentre si ritrova alla mercé di alcuni giovinastri che lo deridono e lo umiliano con i loro commenti. A legare ulteriormente i due artisti vi è inoltre l’inserimento di elementi paradossali: nel surrealismo, e in particolare nei lavori di Dalì, si accostano figure che sembrano non avere nulla in comune l’una con l’altra, proprio come avviene nei sogni, dove immagini diverse e spesso contrapposte si affiancano senza un’apparente ragione. Ecco perché, nello scritto, l’uomo appare senza scarpe: una rabbia recondita si risveglia nel protagonista, egli desidera essere accettato dagli altri due che nel loro perfetto abbigliamento gli ricordano la sua mancanza, il suo errore.

Poi una pantofola, che appare all’improvviso, apre uno scenario completamente differente: egli la maneggia e la modella fino a quando non assume la forma di qualcosa simile ad una clava con cui colpisce i giovani, che tuttavia non ne sono feriti, ma solo trasformati, secondo il modello della sua mente. Forse un’allusione all’operazione che il nostro intelletto compie di fronte alle situazioni spiacevoli dalle quali non sappiamo o non vogliamo uscire: ci creiamo delle ragioni che modificano l’oggetto del nostro rancore, a volte lo giustificano fino a renderlo consono ai nostri canoni. Modifichiamo le persone secondo l’idea che abbiamo di loro, attribuendo pregi o difetti che riteniamo opportuni, felici di poter modellare anche una vita che non ci appartiene, in un continuo gesto creativo che ci rende, in apparenza, vivi.
Ed è questa la sensazione che il protagonista prova: «Il nemico vinto non lo odiavo neanche un po’, anzi, mi appariva interessante, era un persona degna e cara, io ne ero padrone e il creatore».
Ma modificare l’immagine è solo un inganno, che si rivela poche pagine dopo, quando uno dei giovani che ora ha assunto il nome di Paul, ricompare. Stavolta però i lineamenti assumono nuovamente una loro personalità che si riafferma prepotente e richiama l’uomo alla sua iniziale debolezza e sottomissione: si è illuso di cambiare ciò che non gli apparteneva, poiché Paul racchiude in sé, infiniti aspetti e rappresenta, nel contempo, i momenti del presente e del passato e richiama elementi dell’infanzia e dell’adolescenza, errori e gioie, e piccoli dolori. In un istante di estasi egli ha creduto di avere raggiunto la perfezione e di essersi fuso, contemplando per un attimo la sua anima, con la vera natura del suo io. «L’onda fruscia intorno a te, e tu sei l’onda, sei bosco, sei foresta, (..) succhi luce e sei luce, assapori oscurità e sei oscurità».

Ma ancora significativa è la frase: «Non cerchiamo più Dio. Siamo Dio. Siamo il mondo (…) Tutto è nostro sogno, ogni cosa è il nostro sogno più bello» ed in un continuo susseguirsi di immagini in parte si legge un riferimento al sublime kantiano, in parte si può pensare ad uno dei Dialoghi con Leucò di Pavese, quello di Saffo con Britomarti. «La mia fuga era guardare nelle cose e nel tumulto e farne un canto» dice la poetessa greca, che non si spiega come mai il desiderio che le brucia nel petto e faceva parte della sua vita non si arresti neanche ora che è schiuma, e il mare in continuo movimento le ricorda prepotentemente come nulla si arresti e continui invece a mutare. Un’accettazione completa del destino le darebbe pace, così come una fusione completa del protagonista con l’Io più vero che pervade la natura, che altro non è se non lo spirito dell’uomo stesso, gli consentirebbe di intraprendere il sentiero verso la verità.
Egli ha visto il volto della donna misteriosa che ha scoperto non essere una «peccatrice» ma solo una «bambina» e quando anche questa visione è scomparsa un’altra più burrascosa ha preso il suo posto. É con Paul su una piattaforma posta al di sopra delle nuvole mentre osserva una rete di fili su cui circensi o forse zingari, quasi tutte ragazze, camminano sereni, sospesi tra la terra e il cielo in una dimensione in cui non provano senso di vertigine ma che consente loro di guardare con distacco chi invece risiede più in basso. La paura invece, si impossessa dell’uomo che adesso si aggrappa con forza al metallo della piazzola su cui si trova: la paura di essersi spinti troppo oltre, di aver arrischiato a vedere ciò che invece non era destinato ai suoi miseri occhi mortali. Ed infatti si aggrappa ai pioli di una scala e scende, gradino dopo gradino, fino a ripiombare in un salotto a lui familiare, quello della casa della sorella, dove un pianoforte troneggia la scena.

La musica è per Hesse, un motivo costante: appare in molti dei suoi scritti: una sinfonia di Haydn, predispone l’animo di Harry Haller nel Lupo della steppa, facendogli ricordare la sua parte «umana» mentre una sonata di Purcell è oggetto di discussione di Josef Knecht nel gioco delle perle di vetro e nella fiaba non mancano dapprima i riferimenti a Schubert ed in seguito quelli a Hugo Wolf. Sono i lieder di quest’ultimo che, sconvolgono la mente del protagonista.
La mente dell’uomo è turbata da alcuni versi di un brano che viene suonato dalla sorella: «Che sapete voi mai, cime elette / dell’antico, bel tempo passato? / ah la patria di là delle vette / la mia patria che ho lungi lasciato». E b
astano queste poche frasi a gettarlo nello sconforto più totale. Non si sa, in che maniera egli si senta esule, se non nella misura in cui, per chi non ha trovato sé stesso, non riesce ad avere in alcun posto riposo, perché tutto è a lui ostile e ogni terra è perciò sempre straniera. Un pianto liberatorio apre lo scenario per la conclusione del racconto. «Le lacrime sono il disgelo dell’anima, coloro che piangono sono vicini agli angeli. Piangevo dimentico di tutte le cause e moventi e sprofondavo in un’insopportabile tensione nel mite crepuscolo dei sentimenti quotidiani, senza pensieri, senza testimoni» scrive Hesse.

Ed infatti il riconoscimento di questa fragilità, l’ammissione di non essere infallibili ed indistruttibili fa sì che, di fronte ad un medico che gli preannuncia la morte, egli non provi nulla. Ricambia il sorriso, poi si distrae, richiamato dal suono della voce della madre. Non può comunicare con lei, un vetro glielo impedisce, una lastra che separa il tempo passato da quello presente e che, neanche nella dimensione del sogno riesce ad abbattere.
Eccola, dopo quasi dieci pagine, la fine della fiaba: la figura materna che cuce seduta su una sedia: eco del focolare domestico e appello a tempi passati: anni di gioia e di incoscienza e di meraviglia per le gioie del mondo che appaiono al bambino sempre nuove nel loro variegato modo di porsi. Proprio perché frutto di una perenne «prima volta» essi colgono l’eccezionale in quello che per gli adulti è «normale» ed forse la grazia concessa al protagonista dal pianto che fa sì che egli possa notare un dettaglio all’apparenza insignificante: la caduta dal cestino degli arnesi da cucito di un biglietto. «Calzoni di Hermann tutti sfilacciati, stendere la biancheria – rendere il libro di Dickens – ieri Hermann non ha pregato» sono le scritte che vi compaiono sopra.

«Flussi di ricordi, resti d’amore» commenta il protagonista. Ed infatti cos’altro potrebbe dare pace al volo pindarico fatto attraverso i suoi sogni nel corso della fiaba, se non l’affetto più semplice e puro come quello della madre per il figlio? La presenza dei semplici appunti di una madre è l’esempio più calzante di come si possa amare con piccoli gesti che a volte non sono altro che quelli dell’accudimento, perché come sosteneva Alda Merini, la frase d’amore più autentica non è «ti amo» ma «hai mangiato?». La quotidianità, la modestia e la familiarità di una simile scena rasserenano certo lo spirito dell’autore e del lettore e si sostituiscono a qualsiasi pretesa di voler scoprire la vera essenza dell’uomo anteponendo una semplice intuizione: la madre rappresenta la conclusione ultima di chi ormai uomo ritorna infine spaventato al suo grembo, in cerca di sostegno e di appoggio. Il vetro non rappresenta più, dunque una barriera, se non quella posta dal tempo stesso, egli attraverso il ricordo rivive quel momento che appartiene, ovviamente, alla sua infanzia eppure ciò basta a rasserenarlo pur rimanendo intangibile. La scomparsa della donna non provoca dolore ma solo nostalgia, quelle delle cose che ci sembrano perdute ma che, nella nostra memoria continuano a rivivere come lo scorrere della pellicola di un vecchio film.