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Gli Alchimisti del Tigullio

Scritto da Pietro Balestra.

È noto come, in Italia, molti siano i luoghi legati al mistero.

E dovunque ci sia il mistero fioriscono i miti sulla magia, l’alchimia, la suggestione, l’occulto. La tradizione vuole che una delle capitali di tutto ciò sia Torino, la placida e signorile città piemontese, ma anche le terre che furono dei Sanniti, e gli incubi padani hanno un fertile sottostrato in cui affondare le radici. Secondo una ricerca pare non vi sia città o paese, di qualunque dimensione, privo di vicende legate a riti arcani; e le case infestate dormono sonni quieti in ogni angolo della penisola, custodi dei segreti con i quali hanno alimentato le dicerie e le loro vicende. In passato si evitava di accollare narrative simili ai luoghi più beati, ai punti nei quali il turismo la faceva da padrone, proprio per non dare fiato ad un berciare dannoso ai traffici di routine in bassa e in alta stagione. Poi s’è scoperto che quelle narrative erano un ulteriore passo verso lo status “pop” di città e borghi vari, e grazie a storici e studiosi è emerso un po’ di tutto. Perfino nella placida e colorata Chiavari pare si celi un mistero che fa capo alla tradizione ermetica, al mondo fosco della cabala e delle antiche sette segrete, come quella dei Rosacroce. Il merito di avere aperto una finestra sul problema è di Elena Bono, l’autrice dei Galli notturni, che scoprì la singolarità del monumento e dei suoi simboli negli anni Settanta, e in modo del tutto casuale.

Fu quasi una folgorazione: pur avendovi posato l’occhio tante e tante volte, al pari di intere generazioni di chiavaresi, un giorno notò un muro con bifora nella centrale via Rivarola, adiacente alla casa dei Garibaldi. Era, ed è, uno degli angoli più frequentati del centro, un carrugio con i portici stretto fra due file di case alte e imponenti, a ridosso di piazza Della Torre. La porzione di muro è tutto ciò che rimane di un antico edificio quattrocentesco, scomparso da secoli e di cui non si ha nessuna notizia storica. Le sue epigrafi sono scolpite e incise, e la sua stessa incolumità attraverso i secoli pone una bella serie di domande a cui non è facile dare risposte attendibili. Il dato certo è che il muro poggia su due colonne e un pilastro ottagonale di marmo bianco; nella parte superiore – a circa tre metri di altezza – vi è una bifora sormontata da una lastra di ardesia. Sulla colonna al centro sono incise molte lettere indecifrabili che ricordano più o meno l’alfabeto ebraico: poste in ordine strano, in apparenza casuale, nel loro insieme paiono dare forma a una formula alchemica.

Poco sopra c’è una scultura, un busto d’uomo che ha in fronte una rosa ad otto petali, e sul capo una singolare chioma fiammeggiante; una figura che si ritrova, in forma meno definita, più grossolana sulla colonna sinistra, in parte incastrata in un pilastro nero. Ai lati delle colonne e sul retro vi sono appena abbozzate altre sculture, come di volti umani e teste di capro. Assai più delineato, sulla destra del pilastro ottagonale di marmo, vi è il monogramma di Cristo – IHS – con la croce sormontata da un braccio (che potrebbe essere la simbolica mano di luce egizia, simbolo di giustizia), con le lettere I e H prolungate verso il basso da due ramoscelli, rispettivamente a due foglie e un bocciolo di loto. Il monogramma è posto in mezzo a due rose simili a quella scolpita sulla fronte dell’uomo con la chioma fiammeggiante; a destra vi è quindi una rosa a cinque petali, mentre a sinistra una ad otto petali, che ne racchiude una di cinque. Sulle colonne e sul pilastro, inoltre, si vedono varie incisioni di un angolo acuto che pare orientato in modo tale da diventare, talvolta, un vero e proprio triangolo irregolare. Nella parte superiore del muro, infine, la lastra che sovrasta la bifora presenta altri simboli non meno suggestivi: al centro il monogramma di Cristo racchiuso dal sole a dodici raggi; ai lati le figure di due draghi con le ali, uno di sembianze umane ed uno animali. Tutto quanto parla il linguaggio del mistero. Pure la stessa incolumità del muro nel tempo, come si diceva. L’unica certezza è il periodo di costruzione: il XV secolo, forse la prima metà, in quanto la bifora non è più gotica, il rilievo è in ardesia (coevo del portale della casa dei Garibaldi), e la foggia delle vesti delle figure scolpite è tipica del periodo. Quanto al resto però, è il buio più assoluto. C’è il segno di una costruzione ma di essa non vi è più alcuna traccia. Rifatta? Distrutta? Quando, e perché? E la porzione di muro rimasta, allora?

L’interrogativo principale riguarda però il padrone – o i padroni – di casa, e anche qua il buio è completo. Dopo anni di ricerche, non si è riusciti a risalire a niente. L’unico aiuto proviene da quel complesso di simboli, tutt’altro che chiari e comprensibili. I tre più ripetuti, ovvero la rosa, la croce e la chioma fiammeggiante, sono tra i più frequenti nelle scienze occulte. I cinque petali indicherebbero gli alchimisti e gli otto sarebbero simbolo dell’infinito, ma secondo due esperti in materia – Gian Maria Gonella e Auri Campolonghi – le due rose del pilastro ottagonale sarebbero un simbolo ermetico; sarebbero, nella loro compenetrazione a corona circolare, gli stadi principali del processo integrativo umano, quello che Jung chiamava processo di individuazione dell’uomo. Gli stadi è possibile vederli anche dalla simbologia dei due draghi alati, incisi nella lastra sovrastante la bifora: l’animalità strisciante (il drago dalle forme animali) e la sua elevazione per mezzo dello spirito (quello di sembianze umane) verso la luce e la divinità (il sole e il simbolo di Cristo). 

Quanto alla croce con i bracci di luce potrebbe simboleggiare la stella polare e rappresentare il dinamismo della vita: dal buio alla luce. Sorge allora spontanea l’ipotesi suggestiva, già formulata da Elena Bono, che dà i Rosacroce come antichi abitatori della dimora di via Rivarola. Ciò tanto più che secondo la testimonianza di Walter Kemmler, un orafo tedesco trapiantato a Genova, le stesse figure di un uomo con la rosa in fronte e la chioma fiammeggiante si ritrovano nella bassa Renania, regione della Germania che è stata la culla dei Rosacroce, uno tra i casati più famosi ed esperti in problemi di ermetismo, alchimia e medicina taumaturgica, salito agli onori delle cronache agli inizi del XVII secolo coi manifesti di Kassel, nei quali era compresa la “Fama Fraternitatis Rosae Crucis” di Francoforte e di Parigi, e con la pubblicazione a Strasburgo delle celebri “nozze chimiche di Christian Rosenkreutz”. La setta pare discesa degli antichi Collegi d’Oriente: l’Ambesi, nel suo volume su Rosacroce, rintraccia già nell’VIII secolo l’iconografia Rosa + Croce, e che sarebbe stata restaurata in Europa da Christian Rosenkreutz, indicato nella “Fama Fraternitatis” come il fondatore dell’Ordine. Questi, sempre secondo il manifesto di Kassel, sarebbe nato nel 1378 e morto, ultracentenario, nel 1484.

Tant’è, nulla vieterebbe di ipotizzare la presenza a Chiavari di qualche adepto della setta, nel periodo al quale risale la costruzione di via Rivarola. In quegli anni, nel 1449 per la precisione, scoppiò a Chiavari e nei centri vicini un focolaio di peste, e dato che uno dei compiti principali dei Rosacroce era dedicarsi alla cura degli ammalati, è plausibile pensare che la cosa abbia spinto i circoli tedeschi della confraternita a creare un proprio nucleo sulle coste del Tigullio. Allo stesso modo non pare trascurabile ai fini sopra indicati l’episodio della visita a Chiavari, alcuni decenni dopo, di Massimiliano I, imperatore tedesco, che nel 1496 fu ospite di Gregorio Rivarola nel suo palazzo di famiglia, giusto nelle vicinanze.

Certo la prospettiva dei Rosacroce in città è una ipotesi labile, poiché non suffragata da fatti reali documentati, ma non è comunque da scartare a priori. Su basi diverse, infatti, ci si può sbizzarrire in ipotesi altrettanto suggestive. Il muro, supporto alla dottrina degli ermetici, viva in quelle che il Fulcanelli ha definito nella sua opera le “dimore filosofali”, esiste, e non dà spazio a troppi dubbi per la varietà e la pertinenza dei simboli proposti. Ovvio che quella di Chiavari non è una dimora paragonabile al castello della Salamandra di Lisieux, o a quello di Dampierre sur Boutonne, o al palazzo Holyrood di Edimburgo, e neppure al solo esempio italiano di un certo rilievo, vale a dire la
Porta Ermetica di piazza Vittorio Emanuele, a Roma: troppo esigua la costruzione rimasta in piedi, troppo pochi i simboli. Tuttavia, il muro di Chiavari è pur sempre cimelio prezioso per la sua rarità, e andrebbe studiato in maniera rigorosa, tutelato dall’usura del tempo, dallo smog, e dagli agenti atmosferici. Per giunta, non esistono calchi delle sue sculture, delle incisioni e delle colonne; giace nella totale incuria e sino al 1981, anno in cui comparve in un articolo, neppure foto ufficiali delle parti.

Una era contenuta in un opuscolo turistico per conto della Azienda Autonoma di Soggiorno chiavarese, che però a causa di alcuni errori lo ritirò dalla circolazione, e risulta ormai introvabile. Pure questo è un fatto strano che ha, in sé, qualcosa di misterioso. Il segreto della bifora di Chiavari non solo continua, ma rischia di divenire irrisolto per sempre se si andrà avanti, come in passato, a ignorarlo. È un segreto arcano, racchiuso in pochi sassi sopravvissuti alla rovina, e l’uomo dalla chioma fiammeggiante e dalla rosa in fronte ne è il vigile custode.


Taken from Una dimora filosofale a Chavari?, di Pier Antonio Zannoni, La Casana, III, 1981.