Stampa
PDF

Il Corpo delle Donne

Scritto da Nicoletta Prestifilippo.

Si legge e si respira un po’ dovunque, un bisogno impellente di sentirsi nudi.

Nudi nella carne e nella maniera di porsi, che si vorrebbe semplice, venuta fuori d’impatto e per una tremenda sete di qualcosa che arrivi da fuori a segnare nuove scuse, nuovi oblii, nuovi confini, placide accoglienze anziché rimostranze continue e taglienti su quanto si deve fare o evitare, sull’opinione che bisogna avere sulle cose importanti, per non restare tagliati fuori dal mondo, in bilico su un nulla troppo pigro e ridondante, troppo vuoto per dare un senso all’esistenza. Le parole feriscono ma il silenzio di più, quando appartiene a chi è stanco di fabbricare risorse che teme di non avere, e sbatte di continuo contro un sentore di impossibile. Può trattarsi di un atteggiamento codardo, più o meno giustificato: nei pressi dell’impossibile non ci si muove, ci si scontra col divieto o col diniego.
Dirsi di no è una sottile punizione, una copertura che frana da ogni parte. E allora serve spogliarsi per davvero, dare un senso al nostro corpo quasi mai omaggiato: dicono sia un tempio, una eco e un riverbero, ma succede che si riduca ad essere un ingombro, un grido d’allarme senza voce, che lascia bene chiusa la bocca e non raccoglie mai i suoi frutti: è forma rigogliosa solo in potenziale; e non è cosa arida, ma sa infliggersi la sete: il motivo di ciò non lo si spiega quasi mai, perché le parole sono un rumore, una dissonanza, un’esagerazione che pare evidente solo in virtù del razionale. Chi sente esagerato e vive senza mezzi termini persino da immobile, esiliato ai confini dell’invisibile, siede dalla parte di chi sa bene l’equazione del ritrarsi anche quando vorrebbe conoscere ed avanzare, anche senza sapere fare i conti con i numeri: la solitudine dei numeri singoli, vaganti, qualche volta si sa addizionare al mondo circostante. Ma dopo, chi lo sa perché, torna a farsi virgola, frazione, cosa prossima allo zero. 

Chi si mette a nudo, lo fa per voglia o per esigenza. Capita che tutto dentro non possa più restarci, e allora la risposta è nel riparo che si sceglie e nella fiducia concessa a pochi, nello svelare la forma originaria, a volte ben poco desiderabile ma sincera, ferita e traballante. Perché non è detto che si sappia vivere con coraggio, non sempre si è in grado di farlo. Per qualcuno è più difficile che per altri, ma non è una conseguenza ovvia neppure per loro, il voler sbiadire. Non è cosa alla quale si cede di buon grado. Se si sente dolore, inquietudine, sforzo, non può essere altro che vita da voler vivere e timore o convinzione di non avere i mezzi, il passo giusto, la misura e l’incastro. Quel coraggio magari lo si trova, a forza di procurarsi lividi nell’impatto col meraviglioso e con le aspettative da dover disimparare. 

Non è tutto rose e fiori, si sa. Quello che non ci viene detto abbastanza, è il grigio, il nero, l’aurora boreale, la danza delle lucciole, e tutto quello che ristagna. Chi non trova pace, percorre ombre di un color fumo torbido e opaco, a uniformare tutto; e sembra quasi quasi di stare sott’acqua, con la differenza sostanziale del blu che viene a mancare, come i riflessi luccicanti del sole sulla superficie liquida: tutto è cangiante, tutto va e viene, magari torna col suo carico di scoperte.
Questo il grigio non lo sa. 
Occorre mettersi a nudo per declinare in ogni forma l’incarnato, e il respiro che disegna ombre e nuovi rilievi: a volte lo si fa in maniera semplice, seguendo un istinto che da sempre si cerca e si alimenta per dare nuova forza a una libertà che in ogni modo ci viene sottratta. Il corpo di per sé, è un’ammissione potente; il modo in cui lasciamo che si muova, e che si lasci avvicinare, completa un quadro che non smette mai di rivelare dettagli, sfumature, significati nascosti che aspettano di essere percorsi e ascoltati. Capita di ornare quelle linee, di non lasciarle mai del tutto spoglie. A volte per via di un sottile estro, una complicità divisa tra due o uno soltanto. A volte per il gusto o l’esigenza della maschera, del sottile impedimento. Il corpo si fa tela, nel body painting; e i colori sono esperienza che non dovrà risultare perfetta: l’insieme tende al solo gioco, all’improvvisazione. 

Vi sono gli accessori, poi, che aggiungono o tolgono qualcosa, a seconda dei gusti: la scelta dell’intimo è da ricondurre a una serie di caratteristiche che possono rispondere alla semplice praticità, oppure ammiccare, sedurre, fare un po’ di sana autoironia: vi sono linee e stili adatti ad ogni età e forma. Le dive di un tempo, quelle dei film rimasti impressi nella storia del cinema, indossavano bustini e autoreggenti con una tale disinvoltura, e in una maniera così accattivante, da incarnare in poche e abili mosse delle icone di irraggiungibile bellezza. Scena famosa, è quella che vede l’attrice Sofia Loren alle prese con uno spogliarello che non rivela proprio tutto, ed è proprio per questo che non si dimentica: Ieri, Oggi, Domani, resta nell’immaginario collettivo anche per una scena girata al chiuso di una stanza, e così sensuale da rendere assai credibile l’espressione di un Marcello Mastroianni sbigottito e a dir poco partecipe, arenato su un letto e senza alcuna costrizione: quello in atto era una sorta di incantesimo, e come tale finiva per togliere slancio a buona parte delle iniziative facilmente intuibili: era tutto lento, bisognava attendere, anticipare, pregustare. Ecco la resa, il talento, la più morbida sensualità, che era anche nelle forme, non certo esili ma invitanti. 
Dal reggicalze alla giarrettiera, il passo non è poi così lungo. È ben poca, la stoffa usata per creare un simile gingillo, che ha attraversato gli anni senza mai subire i segni del tempo. Ne fanno uso le spose, e le donne procaci dei fumetti e dei videogiochi: basti pensare alla Margot di Lupin, croce e delizia di un ladro per vocazione, che nascondeva una pistola sotto una gonna cortissima; oppure a un’agile Lara Croft in Tomb Rider. 

Leggenda narra che il re Edoardo III di Inghilterra, promotore di un certo Ordine della Giarrettiera, si ritrovò a corte in occasione di un ballo, nel lontano 1334. Sua compagna di danze, era la contessa Giovanna di Salisbury, che si vocifera intrattenesse col sovrano dei rapporti che superavano di molto la buona etichetta. Pare che i due se la intendessero, ma mai nulla fu dato per certo. L’audacia del re si palesò tutta dinanzi a un clamoroso evento che sconvolse il pubblico della serata, fatto di illustri esponenti della borghesia del tempo, i cui rumori vennero presto messi a tacere: durante il ballo alla contessa scivolò una giarrettiera e le mani del re seppero riposizionarla a modo, senza troppo pensarci. Fu un atto di confidenza molto intimo, l’audacia di uno e l’arrendevolezza dell’altra, e proprio quell’episodio segnò la nascita di una frase che ancora campeggia sull’insegna di quell’Ordine e nell’antico francese di corte così recitava: «Honni soit qui maly pense», o «Vituperato sia chi pensa male». 

Neppure l’arte prende le distanze dalla sinuosità di un corpo femminile, con e senza giarrettiera; e con Alfredo Protti conosce un tocco vellutato, dai toni caldi e spesso sfumati, che raccontano l’universo femminile in maniera naturale, curiosa ma non invadente, di certo ammirata: le giovani donne ritratte, sono spesso pensose, morbide, vanitose. Non di rado vengono colte nell’atto di rimirare il proprio riflesso allo specchio, o distese su un comodo giaciglio: gli interni fastosi, i colori che quasi riprendono l’incarnato, lo esaltano anche per contrasto. Gli occhi chiusi, le braccia molli, la schiena lievemente inarcata, le stesse calze rosse che danno il titolo a uno dei dipinti più belli, che imitano la tinta vivida delle labbra e restano il solo indumento scelto. In un altro dipinto, si nota una giarrettiera posata su un cumulo di altre vesti, che appaiono vaporose, fruscianti. Una donna viene ritratta di spalle, seduta su quello che sembrerebbe un pouf tutto damasco e morbidezza. Lo sguardo di lei non si può che intuire: deve essere placido, assorto, sospeso. La posa suggerisce un’attesa di cose imprendibili, con la luce dorata e ovattata del giorno accalcata oltre una finestra, lasciata fuori dalla tela. Un mazzetto di fiori e pochi soprammobili: tutto sembra ricondurre all’eleganza espressa da un corpo femminile che pare ignaro, distante. Le gambe accavallate, i capelli raccolti e lasciati ricadere su una spalla, una mano su di essi e una scivolata su una gamba. Sono spesso così, le donne ritratte da Protti: belle e piene, non solo nelle forme generose, ma nella vitalità che sanno trasmettere fin da una prima occhiata.
Non sono donne idealizzate, severe, pezzi di carne sui quali fabbricare una morale rigida, o assurde pretese. Sono libere, nell’esporsi e nell’osservarsi, a tratti malinconiche, oppure sfrontate e ammiccanti, come nel caso di un dipinto che ritrae una donna con un cesto di vimini posto fra le gambe schiuse, e dentro quello delle ciliegie rosse. La gonna sollevata fino alle anche, una mano sulla bocca e ancora una volta il rosso, sulle labbra e nel frutto che intendono accogliere. 

Sarebbe bello pensare sempre il corpo come un paesaggio mutevole, conoscerlo e riconoscerlo per la vita intera, come un lingua che bisogna articolare bene, anche per sé stessi. E non è sempre facile, non per tutti: a volte il corpo è nemico, a volte ostaggio; a volte si fa ritorno a lui come a un’entità distinta dal proprio sentire. In certi punti fa male; e vi sono istanti in cui vedersi per davvero, è sollievo che inonda i polmoni e li spinge contro la gabbia toracica, come il respiro che segue una lunga apnea. Osservo i dipinti, le storie appena accennate. La mia storia. E penso che bisognerebbe provare a non coprirsi, ma a vestirsi. E a non togliersi le cose di dosso senza soffermarsi un istante con le mani, con le braccia, col cuore che non si capisce dove voglia andare con quel battito furioso, e di protesta. Fermarsi un momento e guardare; svestirsi e sentire cosa cambia, nel fare ritorno a una dimensione conosciuta. E indagarla, guardarla, tornare a lei come a un porto sicuro, non fare sempre e solo tempesta, di quel passaggio che dal fuori conduce al dentro, anche in senso letterale: la compostezza dei ruoli e delle apparenze, non è sempre benefica, né spontanea.
A volte quella compostezza è costruita, impiastricciata, con l’imbarazzo che impedisce le mosse più autentiche. 

Si fa tanto parlare di canoni estetici, di magrezza eccessiva, di obesità. Il peso forma non fa scalpore, a volte sembra che non costi impegno, e se proprio non si ha nulla da fare, si paragona ai modelli più alti e pare trascurabile. La salute non è trascurabile. La serenità, non lo è. È il non trovare il giusto modo di esprimersi, ad essere tremendamente sbagliato. Ed è una cosa che non si può assimilare al difetto, né alla colpa: è una condanna gommosa, ostile. Tutto le rimbalza contro, compresa io, compreso chiunque si riconosca in un connubio che mette vicini l’essenza e l’apparenza, senza che queste combacino mai. La sfida sta nell’accettare che non esiste sfida, ma viaggio: il viaggio che sta fuori e che sta dentro, lì si che si coincide: si diventa un tutt’uno col fare e con l’andare, e a volte si sta fermi e nessuno lo sa, che intanto dentro tutto vortica, precipita, si inabissa, muore e torna a germogliare: il corpo è storia, il corpo è diverso, il corpo scorda le carezze, il corpo è persona, quante volte lo dimentico. Il corpo è vita da mettere insieme un pezzo alla volta. 
E si fa presto a catalogare, a dire quale sia la cosa giusta da fare: le regole del buon vivere le sappiamo tutti. Ciò che spiazza è la formula che fa di un corpo, un peso che oscilla da una magrezza eccessiva, malata, a una rotondità di forme altrettanto esasperate e insane. E le fa inaspettatamente simili, nelle origini, nei meccanismi mentali e nelle spinte, solo qualche volta ma succede. E allora che difetto sia, pure con la tempesta all’orizzonte; e con le autoreggenti, gli anfibi, le pantofole, i piedi nudi in pieno Agosto, le giarrettiere e i vestiti a trapezio, a cilindro, a palla, purché camuffino. I tubini e i jeans, i capelli lunghi, corti o a zigzag, le maniche a tre quarti anche se fa caldo, gli scolli generosi sulla schiena. Le lacrime e l’impotenza, e poi l’istinto vitale che c’è sempre, ma a volte è proprio una febbre che torna ciclicamente, dopo ogni battuta d’arresto, dopo ogni sonno. E rimane lì, sornione, tanto che quasi gli si vorrebbe dire: bentornato. E ora dove si va?



Photo source: Paulo Brandao, Woman silhouette (2005)