Stampa
PDF

Un Anno a Rovere

Scritto da Mario Setta.

I libri sono vettori di storie e desideri, e chi ha desideri è giovane a vita.

Poi ci sono storie che la gioventù l’hanno portata a spalle, incisa nella pelle per generazioni intere. E le storie di quel tipo sono ciò che fa esistere quando Ulisse solcava il Mediterraneo, quando Dante girava un po’ furbo e un po’ folle negli inferi della fantasia, e dava appuntamento ad altri uomini e donne e storie, sì, altre storie che il lettore avrà vissuto. Perché ciò che è stato scritto, sia esso cronaca o invenzione, è esistito davvero, e chi legge ha camminato sui sentieri del Manzoni con Renzo e Lucia, sul mare di Melville o tra le macerie di Levi. Chi legge è stato tra le sfingi di Ceram o a Tarquinia, col mistero degli Etruschi; è stato con Achille e con Magellano, ha accompagnato Chatwin e Kerouac on the road, e il Verga nei campi della malaria prima delle bonifiche; chi legge è stato con Tolkien e con Roth, nella mente e nella chimica di chi scrive e ne ha condiviso l’esperienza. È stato in luoghi sontuosi o sconosciuti, come può essere il paesino di Rovere. È lì che si svolge il diario di ricordi della famiglia Camiz: Paolo, di soli cinque anni, quindi Elena e Vito, i genitori. Rovere è una frazione del comune di Rocca di Mezzo, provincia dell’Aquila.
L’autore principale, Paolo, ex docente universitario di Fisica teorica, ha deciso di raccontare, attraverso i propri temi di allora, i disegni, le canzoni, i ricordi dei genitori, il periodo della guerra trascorso in Abruzzo. 

È la testimonianza, il reportage di un bambino di soli cinque anni che sapeva già leggere e scrivere, alla scuola dei suoi genitori. Padre ingegnere, un po’ anche poliglotta, madre intelligente e culturalmente apertissima. Un trio familiare così affiatato che affronta gravissime difficoltà, senza mai prostrarsi. Ebrei, ma con alto senso della propria dignità umana. 
Ma il libro non vuole essere uno dei tantissimi che hanno speso fiumi d’inchiostro per raccontare le vicende degli ebrei perseguitati, e finiti nei campi di sterminio. Consapevoli della loro situazione familiare critica non si arrendono, ma si adattano a tutte le condizioni di disagio materiale e psicologico. Nella frazione di Rovere, dove arrivano subito dopo l’otto settembre, trovano accoglienza e amicizia sincera. Lui è l’ingegnere. Il personaggio più qualificato del paese, capace di difendere i contadini perfino parlando con i tedeschi nella loro stessa lingua. 
Anche il piccolo Paolo è precoce; è capace di apprendere il dialetto e di scriverlo, di stabilire amicizie significative con tutti, coetanei e donne anziane. Ne esce la descrizione della piccola frazione nei suoi aspetti più caratteristici, dal luogo con le case e le stalle alla gente semplice e gentile. 

La madre, Elena, afferma: “La mia teoria era che non bisognava far vedere che si aveva paura, che ci si doveva mostrare il più disinvolti possibile e che, se si riusciva a stabilire un rapporto umano c’era qualche speranza di farla franca”. 
Infatti, durante un freddo e piovoso pomeriggio di novembre, un tedesco spalanca la porta ed entra. Elena lo accoglie chiedendogli se desidera un tazza di caffè. Ringrazia e chiede: “Ma lei conosce il tedesco?” dal momento che Elena aveva cercato di rispondere un po’ in tedesco. Subito dopo entrano nella  cucina anche il marito e il figlio. 
Vito, il marito, che conosce bene il tedesco parla a lungo con l’ospite che dichiara di essere sergente, ma anche professore di filosofia e appassionato di musica. 
Nasce quindi un rapporto intenso e amichevole, anche per il fatto che Vito sa la musica e suona il violino. Uno strumento col quale più volte Vito riesce a rallegrare i tedeschi e a renderseli amici. 

Anche a Rovere, pur essendo una frazione sull’altipiano delle Rocche, passano le truppe della Wermacht e i prigionieri di guerra alleati fuggiti dai campi di concentramento, e si verificavano episodi di tedeschi che si spacciavano per prigionieri fuggiaschi, mentre ricercavano famiglie di italiani che li avevano  accolti per distruggerne poi le abitazioni. 
Passano così i nove mesi della guerra in Abruzzo, con la fame che si cercava di lenire dividendo il pane che non c’era e con la forza d’animo di non cedere (mai) allo scoraggiamento e all’umiliazione. Nel mese di luglio del 1944, la famiglia Camiz ha la possibilità di tornare a Roma e di riprendere una nuova vita: non più quella di tentare in tutti i modi di emigrare nelle nazioni europee o sudamericane per evitare di essere arrestati dai nazisti e spediti nei forni crematori, ma la vita di tutti gli uomini degni di questo nome. La vita in un paese che è il loro legame con la terra, quella terra alla quale ogni uomo appartiene.