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This is my Radio

Scritto da Savino Stella.

La classifica, diceva un acuto filosofo, è solo una rincorsa alla nostalgia.

Oh, quante volte mi è capitato di leggere improbabili classifiche di gradimento di lavori artistici di ogni tipo: pittorici, cinematografici, teatrali, letterari e via beatificando o denigrando in modo del tutto lecito, ma al tempo stesso esclusivo, limitatamente individuale. Del resto siamo o non siamo esseri limitati? Ebbene, anche la classifica, o forse essa più che mai, ci rappresenta in un bisogno essenziale, che risale ai primordi, quando si viveva di necessità primarie e la classifica era anzitutto alimentare, e si doveva scegliere la zona più ricca di fonti nutritive, la più ospitale sotto il profilo del clima, la più scevra di rischi, di animali feroci e altri infidi concorrenti. Ecco allora che si può capire come sia nel Dna degli esseri umani operare una scaletta mentale di preferenze, di codici e di scorciatoie per arrivare più in fretta e meglio a ciò che è utile e quindi a ciò che, nell’era del benessere, in campo artistico, piace. Ma non è il solo piacere a fare la differenza, specie se si parla di musica, uno dei settori artistici più variegati e personali. La musica, infatti, ha subito mutazioni di grande entità più o meno in ogni epoca, e si è via via arricchita o impoverita in base al sostrato nel quale affondava le radici. E se è vero che melius abundare quam deficiere è quasi un dogma, chi ha vissuto gli anni dell’opera o del folk, del jazz, del gessato smoltz, o l’età della contestazione, sorbendo quintali di inni hippy e tentativi di beat revolution, fatica a capire gente come i rapper, o i polli di allevamento dei reality (dove i primi hanno esempi di alta qualità, mentre i secondi faticano ad offrirne mezzo su mille) tutti ego, auricolari e Photoshop.

A che scopo, allora, mettere in fila dieci titoli, se non per agevolare un dibattito che si presume infinito, proprio per via della soggettività? Il dibattito, è notorio, crea confronto, ed il confronto muove le menti, apre scenari nuovi in fatto di coscienza, di gusto e di opinioni, e pertanto di Sapere. E il Sapere è la missione dell’arte, sia essa conservativa come i disegni rupestri, sia essa esplorativa come le sue correnti più sperimentali. Tanto la conservazione quanto la novità, la sperimentazione, aprono vie inesplorate, danno vita a colture e culture diverse, le quali producono frutti con cui cibare l’animo, e non è robetta da poco. Le culture artistiche hanno dato il nome ai secoli ed hanno scritto la storia delle scelte umane.
Chiarito ciò, quali sono gli ellepì che hanno più influenzato la storia della musica, almeno a livello italiano, nel nostro tempo? Quali sono i lavori che hanno lasciato un segno decisivo prima negli ascoltatori, nei loro fruitori piuttosto che nel mercato? Quali quelli che hanno forgiato le chiavi di un capitolo di costume, e dall’arrivo nei negozi molto – o tutto, a seconda della dimensione dell’impatto – è variato? A partire dal dopoguerra, provo a delineare una lista (volutamente) breve, ma il più possibile indicativa. Dal meno influente, si fa per dire, al più notevole. Insomma, proprio come si usa nei peggiori elenchi dei bar sport, nella speranza mi si perdoni la parafrasi. 

10. Hot Club per Otto – Quartetto Cetra (1957), swing, cold jazz, ed armonie vocali inconfondibili, ma su tutto l’intuizione di portare, per primi, in rock and roll in Italia. Capostipite. 

9. Come è profondo il mare – Lucio Dalla (1977) ex aequo con Pigro – Ivan Graziani (1978), forse non vi sono due artisti più diversi nella forma: elegante l’uno, ruvido e dissonante l’altro, eppure hanno una poesia trasversale a percorrere gli album che se era già stata introdotta da decine di gruppi, qui è sdoganata come fenomeno nazionalpopolare. Storie di emerginati, episodi nonsense, quadretti di vita dolci e grotteschi: la provincia al potere. 

8. Io se fossi Dio – Giorgio Gaber (1980),
atto di coraggio e di consapevolezza impressionante, bagnato di satira spietata e realista, censurato da tutte le radio al tempo e oscurato poi per oltre un ventennio. Un j’accuse di impressionante attualità, che addita la finta crudezza dei media che spettacolarizzano tutto, dalla nascita alla morte, e che distrae come una droga dal prendere coscienza dello sfacelo che ci circonda e di cui ognuno di noi, in parte, è responsabile. 

7. Via Paolo Fabbri 43 – Francesco Guccini (1975),
basterebbe la title-track per rendere questo album un atout nel suo genere, invece ci sono pure L’avvelenata e altri passaggi senza tempo. Le madri requisivano il disco ai figli perché pieno di concetti non consoni ai giovani come la libertà dai tabù e l’esercizio del pensiero. 

6. Presente – Enrico Ruggeri (1984),
dopo gli esperimenti nel punk e il successo sfiorato con i Decibel, ha osato azzardare uno swing & blues mitteleuropeo, vincendo la scommessa. A Sanremo non capirono Nuovo Swing, il pubblico smentì la sentenza, e tuttora l’intero album eleva, apre, ribalta, ferisce, guarisce chiunque l’ascolti. 

5. Mio fratello è figlio unico – Rino Gaetano (1976),
tutti i personaggi del breve disco si muovono in direzione contraria a ciò che si dovrebbe dire, e soprattutto dovrebbe piacere. Come fare denuncia sociale travestito da giullare, narrando l’emarginazione e “i dolori del giovane italiano”. John Lennon tricolore. 

4. Brèva e Tivàn – Davide Van De Sfroos (1999),
letteratura dialettale: un folklore lirico ed umoristico che non ha eguali, tutt’al più pallidi imitatori. Brani come Pulenta e galena fregia e La balada del Ginesio uniscono un popolo sotto una lingua per immagini che si legge prima col cuore che con la mente. Soldato e colonnello con la chitarra. 

3. Tutti morimmo a stento – Fabrizio De André (1968), se la musica italiana ha avuto un poeta, costui è De André. Grazia compositiva, sarcasmo e accenti nostalgici privi di retorica; in questo lavoro, poi, esprime al meglio quella fede nei valori emotivi lontani dai sepolcri imbiancati e privi di scrupoli. Poetico, rivoluzionario e straziante, maestro dell’alfabeto del cantautore italiano. 

2. Burattino senza fili – Edoardo Bennato (1977),
come mettere alla berlina il maschilismo, il militarismo ed i principali registi della commedia dei disvalori, raccontando favole in apparenza innocue. Collodi ribaltato, in un Pinocchio che, diventando umano, perde la sua unicità. Lucido manifesto di libertà, contro ogni forma di omologazione. Monumentale. 

1. Bollicine – Vasco Rossi (1983),
blasfemo, provocatore già dalla copertina con quel losco figuro con i capelli lunghi e gli occhiali a specchio, davanti a una tv altrettanto sballata. Bollicine è il disco del vero cambiamento, il passaggio di consegne da un modo di fare musica ad uno di viverla. Poco importa che il pezzo d’apertura, contestatissimo, faccia il verso surrettizio sia alla cocaina che alla “Cocacome bevanda. Molti ci caddero, allora, e moltissimi ci cadono ancora oggi: lui se la ride e ringrazia. Tutto è semplice, ma non semplicistico. Il minimalismo delle liriche è voluto, e per questo vincente: Vasco usa il linguaggio di tutti, tant’è che quattro generazioni vogliono ancora bene al sogno di una Vita spericolata: “Ho affrontato il tema che in quel periodo affliggeva tutti – dirà l’autore – ovvero la paura di una vita piatta, tranquilla, priva di emozioni”. Niente mezzi termini né buonismi di facciata: un pezzo come Mi piaci perché spernacchia l’idiozia dell’uomo dinanzi alla donna che piace perché è sporca, lurida, bugiarda, bastarda, perché c’ha la gonna, in un compendio di cosciente cretineria; Portatemi Dio irride e indigna la società dei dettami cattolici ed attira critiche, anatemi, condanne, proprio come Ultimo domicilio conosciuto ripercorre la vicenda di quelle che costrinsero le radio private (Vasco fu uno dei pionieri, in quel di Modena) a chiudere, e sceglie di farlo mediante un brano solo strumentale, dove il cantato si limita alla reiterata e non casuale ripetizione di «this is my radio, my radio star», in cui la stella è la libertà di espressione. Quindi due ballate che resteranno nell’immaginario di una legione di ammiratori e detrattori, e la sintesi di Giocala, per cui “corri e fottitene dell’orgoglio, ne ha rovinati più lui del petrolio”. È il quadro di chi ha perso ogni riferimento e ogni ideale e si è ritrovato a fare i conti con la propria individualità, sospeso tra il sarcasmo indirizzato alla mentalità bigotta dell’italietta conservatrice e il nichilismo; un violento e beffardo atto di lotta contro il pensiero unico, da quel giorno definitivamente più debole.