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Elogio della Follia

Scritto da Nicoletta Prestifilippo.

Vi è una concezione di normalità che appiattisce ogni slancio, e che si usa spesso senza criterio né misura: al pari di una rassicurazione ansiosa e costante, cova il potere soporifero della rassegnazione.

Ben oltre la spessa membrana del necessario e del concreto, si collocano spinte irrazionali che non sempre vengono per nuocere, anzi, sono elementi preziosi che riconducono l’individuo alla sua natura originaria. Nulla passa per non lasciare un segno qualunque del proprio scorrere: tutto si mescola, interagisce, pone un tassello che contempla un insieme il più possibile soddisfacente, e che va ad aggiungersi alle esperienze pregresse. La linearità sarebbe un percorso semplice da mantenere, come le promesse, quando anticipano un piacere condiviso. L’imprevisto invece, genera scompiglio, e molte volte viene da un istinto che non aiuta a tenere saldo e invariato quel controllo che appiana i contrasti e mette a tacere le paure: normale è ciò che sta comodo sotto una patina di tiepido consenso, e di confronto con le abitudini altrui; è un malcelato bisogno di approvazione, che proprio per la normalità alla quale tendiamo quasi di nascosto spera e chiede che sia semplice, e che nessuna esperienza ci venga a scuotere più del necessario.
Ciò che viene a (s)muovere un’esistenza tanto placida è quel brivido, quella febbre che prende il nome di follia, spesso salvifica e sempre temuta, idolatrata, guardata con sospetto, curata e consultata: è piega che svanisce e ricompare, curva che non svela il tratto di strada seguente e impone almeno un pizzico di improvvisazione. È una malattia che un tempo sottraeva lo spazio e i deliri, mettendo in bocca un silenzio pesante e in mente un pensiero offuscato, lanuginoso, non più indipendente. Per sbrogliarlo occorrevano i metodi forti di chi sapeva fare tempesta di quei ragionamenti che sapevano solo cominciare e non giungevano mai ad una conclusione: erano impellenti, febbricitanti, sconnessi da una realtà che doveva essere data per vera, unica e attendibile, e che contrastava grandemente con le alternative che i cosiddetti pazzi tiravano fuori dalla testa, dalle risa, dagli occhi strabuzzati, da tutto il loro essere.

La quiete che seguiva quel disordine assoluto, era tutta chimica; era dolore che col tempo si scordava, inconsapevolezza vestita di normalità, casa senza valore affettivo, senza emozione, e corpo privo di amore, che tuttavia serbava intatte le apparenze. L’essere umano veniva seguito a dovuta distanza, con la curiosità che solitamente si riserva a un’equazione o a un enigma da svelare. E se lo spirito latitava e lo sguardo si faceva assente, non bisognava prestargli troppa attenzione: bastava riunire le poche cose rimaste, con il loro fagotto di istruzioni per l’uso e di teorie ammonticchiate sull’aria, che di fondato avevano appena il dubbio. 
Del resto, da sempre la mente conserva un’ombra, una segreta anarchia. E una parte di ciò che siamo non è calcolo né premonizione, ma è semplice inclinazione, intuito, introspezione, sorpresa: sotto un primissimo strato di regole orali o scritte che fanno il vivere civile, brulicano una serie di piccole deviazioni da ciò che viene ritenuto lecito e ordinario, che danno uno spessore e un colore del tutto nuovi a quanto siamo abituati a cogliere. Sono alternative che il più delle volte non nuocciono, se non a chi decide di non osarle nemmeno. Godono di una allegria che non conosce il pudore di una compostezza eccessiva, che teme e previene il giudizio altrui. O ancora, della capacità di pensare con la propria testa, e senza avvertire l’esigenza di adeguarsi a una massa che non necessariamente seguirà la corrente giusta.

Nel mare di possibilità che viene a delinearsi, la migliore è quella che non abbiamo ancora considerato: proprio quella che svela tratti di mondo altrimenti inafferrabili, incomprensibili. E non è detto sia fatto di numeri grandi e vaste aree: può darsi che trovi pace e sollievo nel semicerchio di due braccia entro cui planare; sarà forse riposto in una valigia, con uno spazio da destinare ai ricordi che verranno. Godrà del sonno dei bambini su un cuscino stropicciato, o della voce di chi racconta le storie, adagiandole su una memoria che non conosce stanchezza. A volte vedranno il talento di chi a quella storia presta corpo e attenzione, col trasporto che si deve e che si vuole riservare alle passioni più grandi: il palco di un teatro e una vocazione preziosa come quella degli attori che si alzano, cadono, fuggono fuori da loro stessi.
Poi fanno ritorno sotto sembianze nuove che lasciano inalterati i contorni, e muovono intenti e entusiasmo. Coinvolgono, perché è quello il loro pane. La fame è l’immedesimazione, è il riscontro che viene da un pubblico che può adunare uno o molti sguardi, tante mani ad applaudire, quindi un silenzio sbigottito che farà uguale rumore, anzi di più: avrà cuore e stupore su misura dell’emozione del momento. 

Un pomeriggio di primavera inoltrata, e una passeggiata per le strade del centro di Roma, mi hanno portata al teatro Belli di Antonio Salines. Era domenica: un giorno di sole e di pioggia, con la storia ripiegata a ogni angolo di strada, gli odori più vari e i volti distesi dei passanti: una quantità di dettagli che sfioravo con aria distratta, perché la mente già sondava il territorio dell’attesa, che per il gioco delle supposizioni e delle voglie un po’ anticipa quello che sarà nel rosso vellutato delle poltrone, nel fermento che arriva netto pure allo spettatore che nulla sa dello studio e delle prove: vede solo il risultato finale, l’opera intatta, completa, interpretata da chi arriva a mettere la propria persona nel personaggio e trova il giusto equilibrio, dove ogni parte conserva il punto di origine e una visione soggettiva delle cose circostanti.
Talvolta le parti sembrano fondersi ed arricchirsi vicendevolmente, tanto che una medesima scena ripresa da due attori differenti, finirà col mostrare sempre un lato inedito, sorprendente.

L’espressività dell’attore gioca un ruolo fondamentale e nel tempio del teatro Belli ho avuto un esempio piacevole, vivace e disponibile, proprio come gli attori che si avvicinavano al pubblico, e non soltanto nel tempo della recitazione: anche dopo, una volta smessi i panni dei personaggi scelti. Lo spettacolo, in questo caso, ripercorre
l’Elogio Della Follia di Erasmo da Rotterdam; scritto e diretto da Eleonora Zacchi che interpreta in maniera a dir poco calamitante la Follia: dea a tratti estrosa, luccicante, esuberante, svelta nel pensiero e con il sorriso aperto, luminoso, a toccare anche gli occhi e i gesti. Riccardo De Francesca veste i panni del fedele Cuomo, dio dell’allegria, scapestrato ed entusiasta, con in tasca quel languore per una giovinezza che fugge e che incanta, che seduce con le sue prospettive larghe e spensierate: Cuomo che un poco ammicca e un poco si ritrae, e ha convinzioni che non poche volte si danno al ripensamento. Suoi sono il baccano e la dedizione alla sua dea, alla signora Follia, che ha i modi di una donna e di una regina, e la fragilità degli anni che corrono via veloci. Trova scampoli di minuti e ore spese inutilmente, uniti al baccano delle ore piccole, delle unioni un po’ sgualcite e delle allegrie stentoree che solo lei, madama Follia, può rallegrare, già nell’osservare gli esseri umani che in seguito alla sua discesa dall’Olimpo le si rivelano con disarmante chiarezza. E sono umani perennemente indaffarati e scontenti, insaziabili e seriosi, tutti accalcati intorno all’impossibile; da questo non ottengono che poche briciole, e si accaniscono su quelle: scordano la generosità in favore di un egoismo gretto che chiamano istinto di sopravvivenza.
Ansiosi e ostili, ignari del tempo che potrebbero trascorrere in leggerezza se solo imparassero ad affidarsi a un’armonia che, dalle parole di Erasmo da Rotterdam, si svela necessaria ed auspicabile: «Se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza, la vecchiaia neppure ci sarebbe. Se solo fossero più fatui, allegri e dissennati godrebbero felici di un’eterna giovinezza». 

Così passa in fretta il tempo, diluito in uno spettacolo che prende poco meno di due ore ma non le sottrae, piuttosto le aggiunge a quelle avute in dono, spendibili nell’arco di un’intera vita. Ciascuno di noi, alla fine, appare come un insieme di vicende lasciate in sospeso per l’incertezza dell’esistere, di frane lunghe, forti e fragorose quando si ha in mente un progetto di evoluzione. Con la dolcezza che è molle come l’abbandono, se contempla la fiducia del lasciarsi stringere in un abbraccio. Il tutto si ricava senza sforzo da uno spettacolo che non ha mai un ritmo uguale, monotono: varia col variare delle riflessioni e alleggerisce l’insieme, quando lo trova colmo di verità tratte da una realtà multicolore che dà l’affanno, così difficile da non amare e guardare con occhio critico e appassionato. 
A fine spettacolo ho avuto il piacere di incontrare gli attori, insieme ad Antonio Salines: proprio lui ha cura di quei luoghi e quelle attese, di tutte quante le finzioni che sfumano sempre più e si fanno vere, senza che chi assiste allo spettacolo si accorga di nulla: come per un trucco magico che spesso si traduce con il calore e l’entusiasmo di chi non sa e non può rinunciare a quella dimensione poiché si mescola coi sogni, con la carne e con le aspirazioni.