Stampa
PDF

La Devianza & Il Sistema

Scritto da Marco Vagnozzi.

Quante volte abbiamo sentito parlare di devianza, senza mai comprendere il concetto fino in fondo?

Quante volte (secondo round) ci hanno propinato poi il fantasma del sistema, questo vocabolo nel quale buttare di tutto, perché in fondo è una sorta di boa di salvataggio. Se devi dare una colpa, se devi evocare un mostro, il sistema fa per te. Citalo, e ti darà protezione.
Quante volte (terzo round) le due figure sono state abbinate, e quante altre una delle due ci è sembrata definita, per così dire, “dall’alto”, da chi non si è mai sporcato le mani con l’impegno vero, con le lotte, e proprio da chi tenta di classificare le controculture o le subculture senza conoscerle dall’interno? Eppure il sistema ha un regista e degli attori ben definiti, e al suo interno la devianza
è qualcosa di straordinariamente attuale, benché della controcultura conservi ben poco.
Se non ci accorgiamo di questa attualità e persistenza del fenomeno, del suo essere parte di un contesto più ampio, non riducibile a ciò che devia dalla legge o trasgredisce la norma, è per l’esercizio di banalità a cui siamo sottoposti.

Il deviante non è solo colui che si distacca in maniera oppositiva da un altro totem abusato, ossia l’ordine costituito: sarebbe troppo facile. Se così fosse, infatti, non potremmo spiegare le tante sopravvivenze culturali dell’ordine generale nei tanti ordini particolari che definiamo appunto devianti.
I teorici della devianza come Becker e Lemert fanno riferimento ad altri concetti chiave quali etichettamento, o labeling. Essi sono un modo, per il sistema dominante, di classificare e dare un nome alle forme di vita devianti o alternative. Un esempio semplice è quello del tossicodipendente, che arriva ad autodefinirsi tale e ad assumere un certo comportamento sia per le scelte compiute, sia per effetto della “risposta sociale” alle sue azioni.
È qui infatti che si attua quella che Lemert chiama devianza secondaria: a differenza della primaria, che pur essendo una trasgressione dell’ordine costituito non suscita preoccupazione, questa produce stigmatizzazioni, interventi correttivi o punitivi, tentativi di diagnosi, riabilitazione o terapia.
Da questa risposta del sistema, nel deviante (in questo caso, tossicodipendente) si genera la coscienza di appartenere ad una certa “categoria”, che in modo provocatorio dovremmo definire socialmente inventata o indotta, e di conseguenza la auto-legittimazione a comportarsi secondo gli standard della stessa.
La profezia si autodetermina, in certo qual modo.

Ciò non equivale a dar tutte le colpe alla società, perché con ciò si eliminerebbe la libera scelta individuale, e soprattutto quella forma di scelta più o meno razionale che sta alla base di tanti comportamenti di consumo, delinquenza, violenza e così via. Significa però riconoscere che, in certo qual modo, la legittimazione di norme e valori da parte della società, o se si vuole del potere, esige la produzione di rappresentazioni della devianza funzionali al potere stesso. Ed uso il termine potere in ragione del sistema scritto in corsivo, laddove le due cose sono speculari e di pari livello. Inteso come bassura.  
Proviamo a fornire un altro esempio: se vogliamo basare la campagna elettorale o il programma di un partito politico sul tema della sicurezza, dapprima insisteremo sull’idea della paura, poi cercheremo di trovare una categoria deviante che possa suscitare abbastanza timore, oppure possa avere i requisiti necessari del capro espiatorio, per esempio l’ebreo, il clandestino, lo zingaro.
Infine, cercheremo di compiere i passi indispensabili a livello normativo perché la sua classificazione, come fuorilegge o outsider, sia completa, dichiarando di fatto la condizione di clandestino come un reato.

Sono esempi immediati, che solamente una cecità esagerata, o volontaria, potrebbe nascondere. È ovvio che l’equazione clandestino = delinquente produce nel soggetto, vittima di questo stigma goffmaniano, una “giustificazione” a percepirsi come bandito, e quindi, in alcuni casi, a comportarsi come tale. Questo vale ancora più quando la devianza si associa a fenomeni di dipendenza psicologica, fisica, o di abuso di sostanze, dove il circolo vizioso è più difficile da contrastare e interrompere. Poi c’è tutta la cosiddetta devianza primaria, quella che non fa paura o che può essere legittimata, ed entro certi limiti può perfino essere promossa in un lassez-faire strategico. Parliamo della violenza delle subculture, di certi atti di devastazione o saccheggio non contrastati perché “non ci sono le forze”, stigmatizzati perché “inaccettabili esplosioni di vandalismo”.
Parliamo degli scontri negli stadi, di cui molti fingono di non comprendere il significato e l’origine culturale.
In certo ribellismo da weekend, non necessariamente associato a manifestazioni sportive, nel suo immaginario simbolico tra l’Arancia Meccanica e il tribale, senza alcun disagio socio-economico ma animato da altre frustrazioni antropologiche, si colgono i segni del medesimo sistema che finge di scandalizzarsi di fronte ad esso o di volerlo reprimere.
Si scatena così una battaglia muro contro muro, tra chi denuncia le insopportabili repressioni e chi invoca leggi ancora più severe; tra chi rivendica giustamente la propria libertà d’espressione (ben oltre alla nicchia di uno stadio) e chi vuole uniformare il divertimento al business.

La querelle è in apparenza irrisolvibile, perché gira nel cerchio di un sistema che propone nuove restrizioni, e di una sub-cultura che risponde non abdicando al presunto diritto allo scontro tribale, ma rivendicandolo a gran voce.
I suoi membri si autodefiniscono “movimento”, duri e puri come irriducibili guerrieri, ossia proprio la categoria sociale che il sistema s’aspetta.
E in questo muro contro muro, a trionfare è solo la società stessa. Essa mette in campo un sistema di potere reticolare e diffuso, non soltanto repressivo, come ingenuamente si crede, e prevale perché riconduce le forme alternative a devianze primarie “accettabili” (come le migliaia di giovani che assumono sostanze più o meno legali, senza interventi oltre ai fermi stradali), oppure le schiaccia e le controlla con i meccanismi subdoli della devianza secondaria.
Dunque, la palla passa ai cosiddetti devianti. È loro compito smascherare il gioco e interromperlo, capire che tanti loro atteggiamenti, bollati come norme contro-culturali, riproducono o reggono il sacco alle logiche situate più in alto. Senza questa consapevolezza la mascherata andrà avanti, in una commedia sociale dai tratti avvilenti, in un trionfo perverso del sistema.