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La Metafisica dei Terremoti

Scritto da Giuseppe Lalli.

Nel panorama piuttosto affollato della letteratura fiorita nel dopo terremoto dell'Aquila del 6 aprile 2009, un piccolo libro merita una particolare attenzione.

Il libello si intitola Via Cascina 20 e porta la firma di Umberto Dante, già docente di Storia Moderna e Contemporanea all'Università dell'Aquila, romano di nascita, giunto nella maturità, dopo un lungo peregrinare, nel capoluogo abruzzese, a cui si sente sinceramente legato. Accademico sviato nella letteratura, è autore di molte opere storiografiche. Il sisma lo ha colto nella sua abitazione aquilana, in quella via Cascìna 20 che dà il titolo al libro. Il piccolo scritto ha il pregio di essere un vero e proprio diario esistenziale. Vi si ravvisa, inoltre, un orizzonte metafisico che accompagna tutta la cronaca di quella drammatica notte. Le tracce metafisiche di cui Umberto Dante dissemina le pagine del racconto, quasi a voler fissare dei paletti lungo il cammino, appaiono a tratti come la riattivazione di un filo spezzato. Nel tempo racchiuso da poche ore si consumano i destini e i ricordi di una vita. Viene da pensare all'Ulisse di Joyce, se non addirittura a quello di Omero; ma in quest'ultima similitudine, a differenza dell'eroe greco, a guidare l'autore non è tanto il desiderio di tornare in patria (la sua Itaca è stata distrutta dal sisma), quanto il bisogno di dare un senso al quel suo notturno peregrinare.  

Chi conosce bene il capoluogo abruzzese riconoscerà subito l'itinerario descritto nelle poche pagine del racconto. Lo scenario del percorso è tutto interno al vecchio centro storico dell'Aquila. Dalla sua casa in via Cascina, Dante si reca alla vicina Piazza Palazzo, sede storica del municipio, poi di nuovo a casa, si perde quindi in cento e cento giri come cornici concentriche ma non riesce ad andare, stranamente, dove aveva deciso di recarsi fin dall'inizio, in quella “Casa dello Studente” di cui ha sentito parlare negli attimi dopo la tragedia. Arriva a scambiarla perfino con un palazzo ridotto a un metro di altezza. E qui viene alla mente l'episodio dell'Orlando Furioso, in cui il mago Atlante intrappola nei castelli incantati Ruggiero ed altri paladini. Ma Dante è un uomo dei nostri giorni e nelle fasi concitate e stranianti ritorna a casa, e confessa di non sapere neppure lui perché. Apprende della morte di Lucilla, una donna conosciuta per il suo lavoro editoriale, e ammirata per la sua statura morale. Lucilla abitava in una strada adiacente a Viale di Collemaggio, uno dei punti colpiti più duramente. È da lì che l’autore inizia a vedere la consapevolezza del Male – il Male come caso, un caso che ragiona a modo suo, e sfugge al controllo umano – e gli sembra di riconoscerlo, quel caso, pure in un cane salvato insieme ai padroni. 

Ogni ombra, ogni maceria è metafora e fantasma. La Prefettura che ospita la Protezione Civile gli ricorda la Pequod, il vascello affondato da Moby Dick nel celebre romanzo di Melville. Ciò che a prima vista emerge prepotente è un qualcosa che fa pensare all'antica dottrina gnostica, sia pure di una gnosi che non ha ancora identificato l'oggetto della sua conoscenza, ma che ha comunque a che fare con il destino dell'uomo. Ci sono, nel racconto, molti motivi di questa antica eresia cristiana che non si è mai spenta. Il mondo, dominato dal male, secondo il pensiero gnostico non è opera di Dio, ma di un demiurgo malvagio, che lo si chiami caso o natura non c’è una gran differenza. Il Male tiene in scacco il Bene, ma è un male reale ciò che appare agli occhi di un uomo intriso di valori che lo pongono al di sopra di un creato in cui egli non è il centro, o è solo, come dice la parola stessa, natura spicciola delle cose? Così, al prof. Dante viene di pensare che se il Male esiste e ne facciamo una continua esperienza, deve esistere pure un modo di pensare e di agire che va nella direzione opposta. 

Nelle prime pagine, riferendosi a un incontro con il Presidente della Regione Abruzzo, si lascia scappare, tra l'ironia e la confessione intima: «Se sentissi Dio lo pregherei anche più intensamente di quanto lo prega D'Alfonso, rischiando anch'io di farmi male al gomito per via della postura». Del resto, una idea ricorrente negli gnostici è quella di essere stati gettati nel mondo, idea che sarà ripresa da Jean Paul Sartre, che ha parlato addirittura di «oscenità di essere proiettati nella scena del mondo», e sono, in fondo, le stesse domande che quella notte si fa lo spaesato autore del racconto. Volendo però entrare nel cuore del tema che l’autore pone, si può ravvisare nel libro ciò che egli forse non osa confessare, ma che avrà sfiorato la mente mentre carezzava i ricordi, e cioè che la vera dicotomia che sottende quella di Bene-Male, più coerente con quell'orizzonte che intravede, sia in realtà la scelta di fronte a un bivio, la scelta che può assumere il valore di una scommessa tra l'assurdo e il mistero, tra l'assurdo di un male senza senso, più inaccettabile del male stesso, e il mistero di un senso che non vediamo ma che ci pare a volte di intuire. Specie durante i disastri. 

Umberto Dante conclude lo scritto riportando la più filosofica delle poesie di Leopardi, e che al poeta di Recanati fu suggerita dall'eruzione del Vesuvio, La ginestra; ma nel trascriverla si ferma al punto nel quale l'autore ironizza sulle «magnifiche sorti e progressive» che si infrangono sulla forza sterminatrice della natura. Subito dopo Leopardi se la prende con il «secol superbo e sciocco», il romantico e ottimistico Ottocento, e invita a volgersi indietro, al secolo del razionalismo, il secolo in cui Voltaire, di fronte al terribile terremoto di Lisbona, irride, giustamente, a Leibniz e alla sua teoria del migliore dei mondi possibili, ma non sa poi dar conto, con il suo razionalismo, della terribile realtà del male. La filosofia esistenziale di Voltaire è racchiusa nelle parole finali del Candide («coltiviamo il nostro orto, meglio dimenticare lavorando»), parole che suonano molto bene, non prive di un certo slancio lirico, però dal contenuto filosofico assai modesto. 
A me pare, in termini di pensiero, che il vero bivio filosofico della modernità è tra David Hume, con il suo scetticismo che non teme smentite ma che preclude la strada ad ogni risposta di senso, ed è destinato ad avvolgere tutti i pensieri deboli di questa nostra sciagurata età, e Blaise Pascal, il filosofo della scommessa esistenziale, il pensatore che, optando per la trascendenza, tiene in piedi un orizzonte di ricerca e di speranza. Gli eventi come quello dell'Aquila, insieme all'esigenza di una ricostruzione fisica e del tessuto sociale, ripropongono forse come nessun altra sciagura collettiva, una forte domanda di senso. È bene concepire la ricerca metafisica come sfida permanente al solipsismo sempre incombente nelle nostre vite, oltre che come credibile alternativa alle utopie politiche e sociali, che forse in altra età egli stesso ha coltivato.