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Moro e la Periferizzazione della Vita Pubblica

Scritto da Luigi Fiammata.

«Sarebbe stato più semplice occuparsi di Moro da morto, che non da sopravvissuto al rapimento e alla prigionia» diceva Enzo Forcella.

Ho risentito quella frase durante un convegno sulla figura di Aldo Moro, e ritengo, fatti alla mano, che una intera classe politica si era già perduta allora. Anche Paolo Mieli ha ribadito che i capi politici della DC, del PCI, del PRI, non furono capaci di far politica, rendendo scoperta una debolezza di sistema, simile a quella odierna.
Si disse, all’epoca, che la trattativa per la liberazione dell’ostaggio era resa impossibile anche da vincoli di alleanza esterni all’Italia; ma, secondo Claudio Martelli, questo è solo indice di un comportamento costante della politica italiana, quando vuole scaricare le proprie responsabilità. Come avviene con l’Europa oggi, e non si comprende per quali motivi i cittadini tedeschi dovrebbero accollarsi il Debito Pubblico italiano, cui invece dovrebbe essere nostra responsabilità far fronte. La volontà a non trattare la liberazione dell’ostaggio Moro, fu l’atto iniziale del caos: da quel momento storico tutta l’area della Autonomia Operaia e dei gruppuscoli extraparlamentari venne assimilata al terrorismo.
Non era Moro, ricostruisce Martelli, a volere il cosiddetto Compromesso Storico con il PCI; era invece una strategia del solo Enrico Berlinguer. Era l’inizio, allora, di una crisi di sistema che oggi dispiega i suoi effetti, e a cui non pare esservi argine. 

Ora, a quarant’anni di distanza dalla tragica fine della vicenda umana e politica di Aldo Moro, credo possa dirsi, con tutta franchezza, che essa resta totalmente aperta. Nella sua analisi storica. Nel giudizio politico su quella temperie. E, per certi versi, persino nel suo concreto svolgersi criminale, come adombra in modo assai inquietante, la relazione conclusiva della Commissione d’Inchiesta Parlamentare della scorsa Legislatura. D’altra parte, anche Ferdinando Sacco e Bartolomeo Vanzetti sono stati processati, riconosciuti colpevoli e assassinati sulla sedia elettrica senza che con questo si possa dire che la verità processuale corrisponda con quella storica. La morte di Aldo Moro può essere letta in una chiave odierna, come hanno fatto Martelli e Mieli, per regolare vecchi conti politici del passato; tra socialisti e comunisti italiani, e tra PCI e aree extraparlamentari, spesso governate da giovani d’estrazione borghese, per i quali il PCI era il primo nemico da abbattere. Non mi sento in grado, in questa sede, di affrontare una discussione sulla problematica fondamentale della necessità di una trattativa per la liberazione dell’ostaggio Aldo Moro, o sul rifiuto di essa, in nome della responsabilità a non fornire alcuna legittimazione politica alle Brigate Rosse, non avallando l’idea che in Italia fosse in corso una guerra civile, in cui i contendenti avessero pari dignità. Voglio limitarmi a guardare alcune delle conseguenze (reali) di quegli accadimenti. 

La vicenda di Aldo Moro spiega, secondo Claudio Martelli e Paolo Mieli, ma anche secondo Rino Formica che lo sostiene in un’intervista a L’Espresso, il trionfo del rifiuto ad assumere una reale responsabilità politica, trattando per liberare l’ostaggio, da parte del Partito Comunista Italiano, in modo particolare, nel cui grembo erano pure germogliate le Brigate Rosse. La storia degli ultimi decenni diviene, pertanto, la storia di un fallimento. Nulla di più evidente, visti i risultati odierni. Quello della ipotesi di condurre al governo del Paese le sue classi subordinate, tradite da gruppi dirigenti, prima incapaci di rispondere alla sfida lanciata dalle brigate rosse, poi travolti dall’emergere della semplificazione populista di fronte alla crisi globale, ai fenomeni migratori, alle nuove sfide del progresso tecnologico. 
Certo è una lettura molto partigiana, quella proposta. E senza contraddittorio. Esattamente come accade nel pieno di una battaglia per l’egemonia culturale nella quale chiunque si sente vincitore, dentro un percorso storico, riscrive i passaggi fondamentali che conducono all’oggi, ad uso e consumo della propria visione del mondo... e perché producano nuovi e coerenti effetti. Aiutata la lettura, in questo caso, anche dall’assordante mutismo di chi potrebbe produrre un’altra visione dei fatti, anche alla luce della propria concreta esperienza storica ed ideale. Ma, nel campo occupato una volta dal Partito Comunista Italiano, e da autorevolissime figure intellettuali, oggi non vi è più nessuno. E non parlo tanto di ideologia o di schieramento. Quanto proprio di presenza politica, di ispirazione ideale e morale. Neppure su un piano culturale, salvo pochissime eccezioni, vi è più qualcuno che abbia la tempra per aprire seri dibattiti storici o sull’attualità all’altezza della sfida che taluni relatori del convegno, nel deserto, hanno posto.
Un po’ perché quell’esperienza storica non è stata davvero in grado di rileggere se stessa, alla luce degli accadimenti dopo il 1989, e un po’ perché chi si è voluto autonominare erede di quelle esperienze, non ne aveva né lo spessore intellettuale e morale, e, col tempo, ne ha perduto anche ogni credibilità politica. 

Io frequentavo la terza media, nel 1978. Già i ragazzini di tredici e quattordici anni, allora, parlavano abitualmente di politica. Ne avevano esperienza diretta, persino nella perifericaLecce, dove allora vivevo.Mi colpì moltissimo, il giorno dopo il rapimento di Aldo Moro, leggere, sul muro di un palazzo posto dinanzi all’ingresso principale della mia scuola, una grande scritta realizzata con la vernice nera: «Moro: chi semina vento, raccoglie tempesta». Era firmata “Fronte della Gioventù”, l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano, di chiara e non rinnegata ispirazione fascista, all’epoca. Lecce esprimeva a quel tempo percentuali di voto per il MSI ben oltre il 10% e Almirante, Segretario del MSI, spesso figurava come capolista nelle elezioni. Quella scritta, dunque, non era casuale. Mi colpì perché, nella mia logica elementare, non riuscivo a comprendere come mai un’organizzazione di Destra attaccasse un politico, oggetto di un atto criminale compiuto dalla estrema Sinistra. Avrebbe dovuto, sempre secondo la mia logica elementare, invece attaccare la Sinistra per quel che stava accadendo, non la vittima di quegli accadimenti. 

Nel 1964, quando Moro, Presidente del Consiglio dei Ministri, per la prima volta nella storia della Repubblica italiana iniziò, esplicitamente, un percorso di coinvolgimento del Partito Socialista Italiano nel governo del Paese, il cosiddetto Centrosinistra, ambienti militari fascisti e reazionari, forse addirittura con il coinvolgimento del Presidente della Repubblica Segni, contrario a quell’ipotesi politica, ordirono il cosiddetto “Piano Solo”, che prevedeva di instaurare un regime autoritario nel nostro Paese, partendo innanzitutto dal rapimento, e internamento, di una serie di personalità politiche, sindacali e della società civile. È lunga la storia della avversione, anche criminale ed illegale, della Destra del nostro Paese, all’ingresso della Sinistra nelle stanze del Governo. Ed è lungo il conto che la Destra voleva presentare ad Aldo Moro. 
Il rapimento, nei fatti se non anche nelle intenzioni, colpiva una politica. E questa politica era segnata dall’ansia di tenere dentro i confini della democrazia le varie ispirazioni ideali del Paese, che avevano contribuito a scrivere la Costituzione della Repubblica. Quell’ansia si legava all’ansia del Segretario del Partito Comunista Italiano, che, all’indomani del sanguinoso Golpe militare realizzato in Cile da Pinochet, nel 1973, aprì una profonda riflessione teorica sulla necessità del dialogo tra le principali correnti ideali della politica italiana, quella d’ispirazione cattolica e quella d’ispirazione comunista, convinto che quella fosse la strada per rendere compiuta la democrazia, in un Paese che non poteva, e forse non doveva, essere governato solo col 51% dei voti. Questioni teoriche, e politiche, di altissimo spessore, trascinate poi nella quotidianità della lotta politica e della banalizzazione esorcizzante, in vuotissime formulette di alleanze e conflitti elettorali, più o meno possibili oppure impossibili. Perché quei politici, Moro e Berlinguer, forse senza essere capaci di esplicitarlo compiutamente, erano consapevoli della fragilità storica dello Stato italiano. E loro era l’ansia di agire contro questa condizione.  Non è l’Italia, ad essere fragile, la sua identità nazionale o culturale. Ma la sua costruzione statuale. Esposta. Allora, come oggi. 

Non è un caso, io credo, che ad essere uccisi, dalla criminalità organizzata, o dal terrorismo, siano stati, nel tempo, in prevalenza uomini di Stato. Uomini cioè che hanno posto sé stessi, e la propria opera, a servizio della Costituzione e delle leggi. Perché è interesse di ben delineati poteri che lo Stato sia fragile, governato da uomini ricattabili. E io credo si possa dire, a onore dei fatti, ma con grande dolore, che la violenza politica, in Italia, ha preso la mira benissimo, ed ha ottenuto i risultati che si prefiggeva. La morte di Aldo Moro ha cancellato dall’agenda politica italiana la possibilità che vi fosse una azione politica qualsivoglia capace di condurre il PCI, libero finalmente dalle proprie ambiguità, dentro il possibile governo del Paese. Chi liquidi questa questione, esprimendo facili e affrettati giudizi ex post, o riconfermando antichi livori, in realtà elude una questione di fondo, questa sì, all’origine delle soluzioni semplificatrici e populiste dell’oggi. La questione cioè se sia possibile che la politica svolga anche una funzione pedagogica capace di educare alla democrazia, al libero, consapevole e pacifico confronto e conflitto tutti i cittadini, e non solo una parte di essi, lasciando magari indietro le aree più emarginate e quelle più deboli. Conferendo, attraverso la partecipazione democratica, pari dignità alle diverse prospettive di governo. A tutte le prospettive, anche quelle che si propongono di rimettere in discussione storici equilibri di potere. L’esatto contrario, insomma, della direzione nella quale si esprimono i vari leader da operetta non legittimati dal popolo – su tutti Renzi, Salvini e Berlusconi, espressione naturale di quella ingerenza*. 

La prospettiva, anche nel corso del convegno, ha derubricato l’esperienza politica di Aldo Moro, e anche del PCI, a un tentativo episodico, sin dalla nascita fallimentare, di redimere le classi subalterne del Paese conducendole alla dignità del Governo. Tali classi subalterne, oggi affascinate dalla semplificazione offerta loro dalle piattaforme informatiche, su cui esprimere pareri superficiali e insultanti su tutto (non) saranno ricondotte a ragione dalle Leggi bronzee del Mercato – vedasi la Brexit e la saggezza innata delle classi “inferiori”, come qualcuno insiste a certificarle – che le obbligherà a pagare il prezzo degli errori di chi ha allargato le possibilità materiali, migliorato le condizioni concrete, fatto balenare l’aspirazione a una vita ricca di possibilità e diritti.
Poi, le contraddizioni dello stato sociale italiano sono enormi, e andrebbero aggredite in nome di una più stringente idea di eguaglianza e di giustizia sociale, oltre che di un fondamentale rigore nei bilanci. Però ciò che viene adombrato è la caduta rovinosa attuata da chi finora si è definito maturo, competente, dimostrandosi invece un esecutore materiale di politiche da macellai. 

La morte di Aldo Moro segna, in realtà, l’inizio di un ulteriore processo carico di responsabilità individuali e politiche di gran peso anche di quella politica che si richiama, e si richiamava, agli ideali di Sinistra. Segna l’inizio della fine della partecipazione dei cittadini alla vita politica del Paese, attraverso i corpi intermedi della società: partiti e sindacati in primo luogo. Ad essi non si riconosce più un ruolo di promozione individuale e collettiva. Si tratta di un processo che si dispiegherà a partire dal forsennato attacco del neoliberismo globale alla mediazione sociale: l’uomo, e la donna, devono essere soli dinanzi al mercato. Il dio mercato. Quella idea di Partito che i Costituenti, tra cui Aldo Moro, avevano posto invece alla base della possibilità di emancipazione delle classi subalterne del Paese, attraverso la partecipazione alla vita democratica. Allo stato attuale, chi fa demagogia su ciò è proprio la vecchia classe politica, che non sa come resistere e si arrocca sempre più attorno a improbabili fantocci. Ovvio che la tattica sia studiata, perché più si fa perdere passione alla gente, più si resta a governare grazie al consenso dei propri accoliti, e questo è il disegno finale di salvezza pensato dai mangiapane a ufo della partitaglia. 
Che distanza, dalla lungimiranza dei padri costituenti! Quanto al sindacato, poi, la compagine che si appresta a guidare il Paese si incaricherà di delinearne l’espulsione finale e definitiva dall’orizzonte degli italiani, dopo i colpi pesantissimi ricevuti dai precedenti governi d’ogni colore politico. Del resto, stavolta il sindacato non troverà nessuno a difenderlo. Fanno rabbia, quei dirigenti sindacali che ancora si affannano in congressi del tutto autoreferenziali, avendo purgato da sé ogni contraddizione della realtà, ignorando il dolore vero della precarietà generalizzata, la periferizzazione coatta della vita nelle città, la solitudine delle persone, di fronte a contraddizioni e problemi reali. Per non dire dei potenziali conflitti, anche violenti, tra chi si sente sommerso e chi, erroneamente, pensa d’essersi salvato.



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* Riccardo De Rosa