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Chi non ha i Superpoteri

Scritto da Silvia Sbaffoni.

La storia ci insegna che solo chi non si è lasciato abbattere, riesce a trovare una forza capace di fargli fare grandi cose.

Libri, film, fumetti, persino le storie dei supereroi  ne sono un esempio; Bruce Wayne perde i suoi genitori per mano di un delinquente e diventa Batman; per non parlare poi di quelli con i superpoteri: il fato, se non sei sopravvissuto alle sue beffe, ai dispetti e alle tragedie, non ti trasforma! In quante storie il protagonista dopo aver sofferto compie grandi gesta? Lo stesso Harry Potter ha perso i suoi genitori per mano di Voldemort, ma è diventato il più celebre maghetto di tutti i tempi. Pertanto, le persone normali, quelli che hanno sofferto poco, che possono dirsi discretamente felici, non sono forse destinate grandi cose? È vero che il dolore, la sofferenza, ti danno modo di ridimensionare ogni fatto, ti aprono gli occhi, lasciano una grande voglia di rivalsa, e se non ti lasci abbattere danno tanta energia quanta ne hanno tolta; ma allora chi ha condotto un’esistenza tra semplici alti e bassi, o non è stato morso da qualche strano animale radioattivo, deve per forza essere destinato a un’esistenza piatta? Sciocchezze. 

La storia, per lo meno la nostra, ce la costruiamo in autonomia, la plasmiamo attraverso i gesti che compiamo, con gli atteggiamenti e le scelte. Il vissuto e le abilità acquisite ci permettono di essere chi abbiamo deciso di divenire. Nessun fallimento è scritto, e poi non tutti capiscono subito chi sono. Mica vero che le opportunità sono treni che passano una volta sola, o meglio: non è così per chi si sforza di andare oltre la frase fatta. La vita è uno scorrere fluido di eventi che generano da sé le opportunità più disparate, e dove non si vuol chiamare in causa la vita è più furbo farlo con il caso. Il caso è l’autentico dio, il sovrano di ogni vicenda. 
Consapevoli di ciò, ho visto ventenni rassegnati a un’esistenza piatta e ottantenni con la grinta di fanciulli, genti più o meno giovani che avanzano decisi nel concreto o nell’utopia, e uomini di mezza età sopraffatti da una routine che non è più la loro. 

Abbiamo un patrimonio di doti, di risorse, a volte addirittura talenti che possiamo controllare e indirizzare alla meglio a seconda degli eventi. Da qui nasce la consapevolezza che niente è impossibile, tranne ciò che ci pregiudichiamo. Non è mai troppo tardi – o troppo presto – per diventare medico, psicologo, funambolo, apicoltore, attore, scrittore, filosofo. Nelle note sul Journal di Jules Renard, un Sartre acuto più che mai notava come vi sia chi ritiene naturale non agire, perché in fondo a lui che gli va in tasca? Inoltre, la realtà è fatta da uomini, molti uomini, e se tutti agissero per conto proprio, non faremmo altro che scannarci l’uno con l’altro. Tant’è, nei fatti, è ciò che accade. Solo che c’è modo e modo di agire, e il primo degli esemplari citati è colui che attende il compiersi della sorte come se essa fosse un elemento a sé, capace di ragionare, di muoversi in maniera svincolata d noi. E se già dalla linea di partenza si vede l’arrivo, quell’arrivo ha colori foschi, indifferenti al nostro agire, neppure si fa lo sforzo di iniziare. 

Così, fioriscono generazioni di sconfitti cronici, gente che trova la bellezza nell’economia di pensiero. Si va dal fatalista al rassegnato, dalla coppia che mette al mondo figli per farseli curare dai genitori, dai nonni oppure dagli zii, le zie, i cognati e perfino i nipoti, in un atteggiamento parassita che rivela tutta l’inutilità – e la miseria – del proprio agire, all’esatto opposto: un giornale, qualche giorno fa, riportava la notizia di un allegro ottantaduenne, operaio in pensione, che si è laureato in Filosofia nell’ateneo di Macerata.
Al giornalista ha raccontato che, dopo avere perso la moglie, aveva bisogno di trovare un modo per andare avanti, e ha deciso di intraprendere quel percorso per ragionare sulla immortalità dell’anima. 

L’età, per lui, non è stata un limite, bensì un’opportunità: il bagaglio di esperienze gli è servito per affrontare con più pazienza e minuzia alcune materie, tematiche, e aspetti delle stesse. Io stessa ho amici che contro ogni pronostico hanno intrapreso progetti in cui credevano facendo leva solo sulle loro forze e capacità, dando agli intenti una forma tangibile e senza lagne, in silenzio, o, se vogliamo, con il rumore dell’entusiasmo. 

Se Renard, per tornare a Sartre, avesse rifiutato l’evasione come Rimbaud, o si fosse attaccato alla ovvia realtà delle cose, quella su cui “non si può agire che di riflesso”; se avesse fatto scoppiare i quadri scientifici e borghesi, avrebbe raggiunto il proustiano immediato, il surreale del Paysan de Paris, e forse indovinato la sostanza che R. M. Rilke od Hofmannsthal cercavano sotto le cose. Ma lui non ha saputo neppure ciò che cercava, si è proibito da sé l’accesso d uno e mille territori, una e mille conquiste dell’animo. 
Insomma: chi a trenta, chi a quaranta, altri ancora a settant’anni: non esiste un tempo, un archetipo ideale per ciascuno. Esiste invece il nostro modo, e in qualunque campo è quello che scegliamo di seguire. Interiorità, lavoro, vari campi del vivere, e su su fino agli affetti, all’amore, perché anche il fallimento di oggi è un input per il domani.
È bene quindi bandire lo stallo, il fatalismo, e trasformare il «figurati se posso essere io uno che conta» in «oggi sarò io a fare la differenza».