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Par Ingenio Virtus

Scritto da Luca Passoni.

C’era una volta il lavoro che non c’è più.

Più che altro, c’era una volta il lavoro. Si usciva di casa ed ecco in sequenza, alternati alle porte delle case, tra una corte e l’altra, gli usci del riparatore di bici, del lattaio, l’arrotino, il materassaio, la sarta, il fruttarolo, e se avevi un paio di scarpe da riparare il calzolaio aggiustava suole e tomaie, gli ombrelli e i cappotti non erano monouso, e la qualità di ogni cosa era alta, come quella della vita. Che andava piano, certo, ma quel ritmo era per tutti, non restava indietro nessuno. Oggi la grande distribuzione ha risolto i problemi di chi già non ne aveva, grazie a una iniezione di inutile abbondanza.
Soffocati da welfare e globalizzazione, non sono solo spariti il funaio, lo stagnino, il vasaio, il cocchiere, è sparita con loro una cultura intera: quella della fiducia. Già, perché insieme ai mestieri se ne è andata la valenza artistica di chi li aveva esercitati, quindi la sicurezza di essere ben forniti, ben serviti, bene assistiti. È inutile fare le vittime della società, perché la società è fatta di uomini, e sono gli uomini a scegliere cosa è meglio e cosa è peggio per sé. C’è chi dice che tanti lavori sono indice di dinamismo, di capacità, e vanno a infoltire un curriculum che può far gola a molti, ma specializzarsi in uno o due – al massimo – rende padroni di una serie di conoscenze tecniche e di una sensibilità tale da poter essere il capo della matassa in quegli ambiti.

Del resto chi non ha tempo di consolidare la propria esperienza in un settore non sarà mai padrone delle nozioni di base per esercitare con frutto; per giunta, se pochi mesi dopo deve cambiare, azzerando il bagaglio e partendo nuovamente zero, sarà costretto a non imparare mai nulla in maniera ideale. Ecco una solida ragione della caduta libera nella sfera occupazionale: il rifiuto di accettare che l’economia giri a cottimo con i vecchi lavori, o comunque con quello adatto al singolo, tagliato a misura d’uomo. Non si tratta di mera navigazione a vista per sbarcare il lunario: no, alcuni di quei mestieri alimentano passioni che durano a lungo. Il vizio, nel nuovo millennio, coinvolge in maniera sempre più massiva tutti i settori. Perfino gli enti privi di concorrenza sono stati contaminati: le Poste, tanto per fare un esempio, oltre a non avere più il postino che sa tutte le vie e conosce gli abitanti – e ha un rapporto prima umano e poi professionale con essi, non gira a vuoto cercando numeri che non trova, e non sapendo come uscire dal dubbio infila missive e bollette nella cassetta dei vicini “che al limite ci penseranno loro” –, ora fanno pure la banca, la compagnia telefonica e di servizi.

Bene, dice qualcuno. Peccato però che riducendo l’orario di lavoro (il sabato, un tempo, consegnavano: adesso non più) e il personale, ed aumentando di contro gli impegni, ciò che prima era di ardua ma spesso funzionale amministrazione, è divenuto un caos epico. La competizione ha via via sconfitto anche lo spettro della salute. I verdurai davano lavoro agli ortolani, i prodotti della terra erano di qualità più alta, più curati, e al diavolo tutti gli OGM e la tattica del
bio per alzare il prezzo; che poi... me le spiegate le carote o i ceci bio, per favore? Quella roba lo è sempre stata, bio, a meno di non coltivarla nei laboratori o dando sulle aiuole pesticidi e concimi capaci di inquinare come una fuga di rutenio*.
E i mega- multi- pluri- fanta- supermarket aperti giorno e notte, da che parte fanno arrivare il
bio che spacciano per tale?
Potenza dell’outlet, il luogo dove molti vanno a passare il weekend, e gioiscono come bimbi davanti allo sconto più alto, alla confezione più bella, alla novità più neologisticamente novitosa e avanti con le licenze dell’Accademia della Crusca: ai fornitori di prosperità, ai donatori di opulenza in saldo tutto è concesso. 

E non sono in concorrenza l’uno con l’altro, e per abbassare i prezzi pagano delle cifre ridicole ai produttori i quali sono costretti a subirne lo strozzinaggio, sennò “a noi che ci frega... la frutta la pigliamo da un pinco pallino che sarà felice di farci da fornitore, e tu resterai a mordere i gambi di sedano”? Si parla di tutela dei marchi, della filiera, delle arti, poi si dà l’assenso a politiche del genere: la coerenza è ormai pane fatto coi panetti che i NAS sequestrano una volta al mese, in quantità industriale. La competizione, insomma, non fa il mercato: lo sgomina. E l’arte di un corniciaio, di un ebanista, di un orologiaio, di tutti i garanti della qualità (e di nuovo, implicito, della fiducia) va scomparendo. È una situazione che si trascina da quasi mezzo secolo, e benché molti se ne rendano conto nessuno pare voler dare corpo a un provvedimento in materia.

Completamente inutile aprire la parentesi sugli interessi privati e su quelli di Stato a fronte degli incentivi a una simile emorragia: sarebbe pura, noiosa aria fritta. Eppure il suo profumo basterebbe a dare la scossa, a ricordare al
par ingenio virtus degli autoproclamati professori di evoluzione come le conquiste della civiltà del lavoro vengano dall’appetito degli uomini per le arti ad esso legate.

* Il rutenio 106 è un prodotto del decadimento dell'uranio 235
usato nelle centrali nucleari, che impiega un anno per dimezzare la sua radioattività.