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Sul Fil(at)o della Fantasia

Scritto da Nicoletta Prestifilippo.

Tracciare le linee di un progetto con la certezza del risultato finale, non sempre riesce come sperato, e ancora meno al primo tentativo.

Il difetto sta tutto nella severità di chi contempla soltanto un’idea di perfezione, e non la morbidezza di chi almeno un poco scende a compromessi, ammettendo un’eventuale svista. Il talento gioca un ruolo fondamentale quando si tratta di rendere utili una serie di tentativi che, altrimenti, cadrebbero tra le disfatte che non insegnano nulla di un percorso che non può definirsi evolutivo, e rimane attonito, perennemente confinato in una zona che non si può nemmeno definire sperimentale. Non ci si sperimenta se non si muove un passo, se non si sbaglia più volte per raddrizzare il tiro. L’errore viene per temprare l’animo di chi lo affronta con ogni paura in corpo. Viene per responsabilizzare. Senza responsabilità saremmo poco più che eterni bambini privati della leggerezza dell’infanzia, della purezza di chi gattona, si alza su gambe tornite e piccine, instabili; e poi inciampa, cade e si rialza, fino a farsi più veloce, e sfidare il vento correndogli incontro. Quel tempo invece smette quando ci facciamo troppo alti, e non serve più mettersi in precario equilibrio su una sedia per imbrattare mani e guance col rosso vischioso e dolce della marmellata: siamo adulti anche quando l’evidenza contraddice questo assunto. Ed è diritto e dovere di ognuno provare a dimostrarsi il contrario. 

Farsi avanti, osservare, proporsi, imparare un meccanismo troppo stretto per chiunque: subire, insistere, poi adeguarsi all’immagine richiesta, toccare con mano la sospirata indipendenza esercitando il proprio diritto al lavoro, e accorgersi che siamo tutti solo una manciata di dati: un numero di telefono, un indirizzo e-mail, dati da compilare in un curriculum, il più delle volte sistemati ad arte affinché la persona si adatti alla cosa, e non il contrario. La recita conta più del dialogo, i test che valutano la capacità di problem solving che sembra andare tanto di moda negli annunci e nei colloqui di lavoro, sono più importanti di tutto quanto formi la persona e il carattere: si predilige spesso l’ego e la furbizia, pure disonesta, purché paghi. 
I tempi non sono dei migliori, pur essendo collocati in una modernità di conoscenze e tecnologie, di diritti acquisiti (?) dopo anni di lotte, che dovrebbero portarci ad avanzare e non ad arretrare. Eppure vi è stato un tempo che potremmo prendere ad esempio, sfiorato nelle pagine di un libro di Ada Lai, pubblicato da Palabanda edizioni: La straordinaria storia di Francesca Sanna Sulis. 

Nata nel 1716, in una famiglia che seppe incoraggiare il suo spirito volitivo, fiero e pieno di iniziative, e una femminilità che non si sacrificava all’ombra del potere maschile, ma lo accompagnava e lo arricchiva, Francesca fu donna, madre e stilista, in quel modo libero e vivace che porta scompiglio e scalpore perché non si rifà alle leggi conosciute.
L’innovazione, la creatività, lo studio che porta al perfezionamento di una teoria e della relativa pratica, l’intelligenza al servizio di una causa comune si riflettono positivamente su tutto quanto abbia a che fare con la persona e con il contesto che la accoglie. Come una risata o uno sbadiglio: divengono contagiosi, e presto si fanno comunità. 
E l’impronta femminile, nel libro di Ada Lai, si coglie in ogni piega: la scrittura si fa minima, non mira ad alcun effetto speciale; si fa sottile in favore della storia narrata, quasi come la si dovesse raccontare a un bambino, per dirgli come si fa a far il mondo migliore. Francesca Sanna Sulis era una donna dall’intelletto vivace, rapido: non riusciva mai a stare ferma con la mente e con le sue stesse idee. Doveva metterle in pratica, raccontarle, coinvolgere. Doveva farle concrete, seguire la realizzazione di ogni punto, avere collaboratori per sveltire il processo di realizzazione di tessuti di pregiata fattura, e non per farsi alta al loro cospetto, nutrendo un ego che non l’avrebbe resa così bella se fosse stato totalizzante: lei imparava con loro, cresceva, prendeva con gioia le meritate soddisfazioni e usava proiettarle fuori di sé per teorizzare ancora un passo, una svolta, un possibile miglioramento. Vestì di morbida, sensuale, nobile seta le donne che ebbe modo di conoscere, e quelle che invece arrivarono a lei tramite un efficace passaparola. Per indovinare i gusti altrui non fece altro che osservare e ascoltare: forme, desideri, vanità, tagli d’abito che puntavano alla comodità e non rinunciavano mai a un dettaglio in grado di alleggerire un insieme, impreziosendo al contempo. A volte occorre togliere più che aggiungere, per avere un’idea precisa di cosa sia il gusto per la raffinatezza. 

Seguendo queste linee di pensiero e studiandone tante altre, Francesca Sanna Sulis, figlia di Sardegna, si trovò a seguire ogni procedimento, fin nell’allevamento dei bachi da seta, nel funzionamento dei telai, nella formazione professionale delle donne e degli uomini che si trovarono a maneggiare i materiali scelti. E chi andando in sposa non poté più recarsi sul posto di lavoro, poiché non tutte le donne furono fortunate come lei a quei tempi, fu incoraggiata a seguire il lavoro da casa e a contribuire come possibile a quelle che puntualmente si rivelarono scelte vincenti: un po’ per l’audacia e la scaltrezza, un po’ perché si sa che ogni progetto gode di una riuscita ottima, se sostenuto dalla fiducia e dall’affetto delle persone che si amano. I figli di quella donna tanto intraprendente, non divisero con lei la passione per il suo lavoro, né il talento che in lei sembrava innato. Però Francesca ebbe accanto un marito che non osò mai negarle il diritto ad essere felice e indipendente, che la incoraggiò, e venne da lei incoraggiato nel seguire strade che talvolta li portarono distanti, ma vicini a un’idea di serenità viva, spigliata, e ancora una volta libera. 
Deve essere questo il segreto del successo, personale e professionale: quello di chi si incontra per davvero, e non si ferma alle sembianze; che coltiva le differenze come una ricchezza, un terreno fertile di confronto e crescita comune. Quello di chi usa i limiti col solo intento di superarli, o di imparare a conviverci senza troppo soffrirli, quando sono assai più grandi di chi li subisce. 

Quello di Francesca Sanna Sulis è un esempio alto che non sempre si può proporre o imitare. Ricorda quanto sia salutare e utile non accostarsi a un modello irraggiungibile, lamentandosi della propria pochezza e fermandosi a quella: abbiamo in dono un corpo, una vita, la capacità di scegliere, sbagliare e inventare. Abbiamo il torto e il rimedio, abbiamo mille esempi da seguire e troppe condanne da non infliggerci. Abbiamo sulle spalle gli errori di chi è venuto prima di noi, e la possibilità di non tramutarli in colpe cattive, in destino ineluttabile, col rancore che rosicchia pure i sogni e le speranze, quando c’è. Abbiamo il respiro in petto e un senso di inadeguatezza più o meno motivato, da scalzare. E possiamo fare, non fare, rivedere tutto, raccontare il perché di ciò che siamo, per alleviare e per cercare e donare tregua e tenerezza, più che giustificazioni prive di senso o di seguito. 
E possiamo fare tutto ciò vestendo lo spirito di colori sgargianti: perché il colore sorprende, contagia, riempie e promette visione altre, buone e risananti. Si avvicina all’allegria, contrasta il grigiore degli umori più tristi, con la testa in subbuglio e una carezza morbida, di seta.