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L'Uomo di Rapido Consumo

Scritto da Stefano Losi.

Il nuovo mercato dell’arte investe sull’estetica, ma l’estetica non investe l’arte.

Detto così sembra uno dei soliti paradossi, eppure non è niente più che realtà. I grandi artisti di ogni tempo, quelli che hanno lasciato un segno del loro passaggio trasmettendo qualcosa di grande, di bello, di sostanzioso agli uomini, sono stati in larga parte degli esteti, ma dell’estetica non hanno saputo che farsene. Non era funzionale al dialogo che avevano stabilito o tentavano ogni giorno di stabilire con le loro creature. Tra i grandi scultori del passato non si ha traccia di bei figlioli, e se Leopardi fosse stato un uomo affascinante chissà se le sue poesie avrebbero avuto la medesima grandeur.
Di certo avrebbe scritto rime perché la vocazione prima o poi chiama, e forse avrebbe avuto pure un successo maggiore, ma le cose sono andate diversamente. E per fortuna la sua arte ci è arrivata incorrotta, nonostante certi dialoghi con il Tommaseo e svariati rosiconi del tempo non abbiano dato al pubblico una immagine di bellezza neppure interiore.
L’arte infatti ne è del tutto indipendente. Idem per i più fini interpreti della tela, del pennello, della musica, delle scienze – perché la scienza è arte, eccome se lo è! – o dell’architettura: l’artista vede le cose con un terzo occhio che anche a lui sfugge, e non è in grado di controllare; deve solo seguirne lo sguardo, darvi una forma, riportarla su carta, sul marmo, su un muro se si tratta di un affresco, rovesciarla negli strumenti se fa musica, nelle pentole se si occupa di cucina.

Il poeta diceva Sartre è al di fuori del linguaggio, vede le parole a rovescio come se non fosse umano, e andando verso gli uomini e il loro mezzo di contatto trovasse le parole come una barriera. Costui, prima di conoscere le cose dal loro nome ci stabilisce un rapporto silenzioso, quindi si volta verso le parole e le tocca, le palpa, ci scopre in ognuna di esse una piccola luce e una affinità con la terra, con l’acqua, con il cielo e tutte le cose del creato. Di quelle parole non si serve per dare il segno di un aspetto nel mondo, perché ci vede – nelle parole – una delle tante immagini. E le immagini sono ciò che agevola l’evocazione: in sintesi, la scintilla estetica. La forma che un poeta dà alle parole non è quasi mai fedele a ciò che il verbo o la nomenclatura ha nel mondo reale. Se parla di un luogo freddo egli non usa la scala termica o la neve, il vapore caldo dei fiati che si dissolve nell’aria, bensì il biancore dei tronchi delle betulle o altre immagini simili: la lingua è per lui lo specchio della vita, e la vita richiede fantasia, ecco dunque il bisogno di darle più comunanze possibili. I suoi suoni, la lunghezza, le desinenze, i colori che dà con l’aspetto visuale che assume formano, agli occhi del poeta, un volto di carne, con linee precise, che dipinge il significato da dentro.

Egli realizza in ogni parola le metafore che sognava Picasso nei suoi quadri cubisti, e la città di Firenze è fiore e donna al contempo, e ciò che appare ha la liquidità di un fiume con il dolce, fulvo ardore dell’oro. Quanto il poeta leva a sé e getta nel mondo rinvia alla sua interiorità, e così facendo si avvicina al mistero della creazione, quello per cui un Michelangelo si prefigura nello spazio, prima ancora di scolpire, la forma e l’intenzione che avrà il suo Mosè.
In un’epoca di talent show, tutto ciò è impensabile. Il processo creativo non tende più alla parola come vettore di una estetica interiore: si ferma alla crosta, alla figura, perciò al nome della cosa, non più a ciò che la sublima. La usa pertanto per arrivare a uno scopo, e tramite la parola trae un utile che proviene dalle immagini, cioè l’esatto contrario del moto spontaneo dell’arte. Perché non nascono più i Bach, i Mozart, i Vivaldi, ma neppure gli Elvis Presley? E si badi: Elvis è stato mitizzato, è stato reso un prodotto pop, una macchina da soldi da produttori ai quali non faceva né caldo né freddo darlo in pasto al pubblico nelle vesti di attore o di cantante. No, Elvis era il simbolo, bastava a se stesso in quanto one man show, e tutto gli ruotava attorno. Era la parola da cui trarre un utile che viene dalle immagini. Ma a differenza di chi è venuto dopo, era dotato di una reale vocazione. Chi lo sentì, quel giorno cruciale per la musica, suonare That’s all right mama negli studi della Chess Records, che davano modo con un solo dollaro di registrare un brano (e furbescamente fare scouting, qualora ci fosse in giro un talento), non ebbe dubbi: il ragazzo ci sapeva fare. Per di più aveva il carisma di chi compie un atto naturale, fa ciò per cui è tagliato, e una presenza niente male. Dava il capogiro alle fans, Elvis, e incarnava il sogno ribelle dei giovani usciti dalla II guerra mondiale, vogliosi di dare un taglio ai rigori stucchevoli del passato.

Ma tra Elvis e un qualsiasi idolo di oggi c’è un abisso. In primo luogo perché la scelta dei talenti è relegata in una zona d’ombra: si promuove un’estetica fine a vendere, non ad estasiare. L’immagine agevola l’evocazione non con la metrica interiore del poeta, ma con quella più immediata del bel prodotto da poster, del viso pulito e seducente, dell’artista che lusinga i sensi più superficiali. E i Paganini, e i Tiziano, i Canova, i Dante, i Virgilio, in un sostrato del genere non solo non possono nascere, ma nel remoto caso in cui nascano, hanno una lista di vip – di abilità ed estro quasi nullo – che li precede e ne soffoca le spinte artistiche.

Tra cent’anni chi si ricorderà di Justin Bieber o di Shakira? Ci sarà ancora qualcuno che ascolta i Saxon, onorevoli della metal mania degli anni Ottanta (https://www.youtube.com/watch?v=_XH-nErgnO8), ma nessuno più darà un cent per lanciare simili gruppi: troppo votati alla musica e niente alla scena, brutti, pelati, e il chitarrista col cappellino pare lo sfigato dei serial made in USA, un po’ nerd e un po’ secchione, in crisi costante di identità, e Biff Byford canta senza fare né il dandy né il maledetto, per non dire del resto della band: zero facce da copertina. Lasciamo che i nostalgici vadano a cercarli su youtube, al nostro tempo serve altro: arte di rapido consumo, per uomini altrettanto.
Infatti se l’arte è l’unica cosa che rimane di noi, ci sarà chi dipinge, chi scrive, chi suona ad alto livello, e lo farà nel garage di casa sua, o nei concorsi frequentati da pochi intimi e senza tivù, ma ancora felice di farlo, in dispetto a tutte le sirene della moda, ai processi criminali che le danno fiato, e riuscirà, con il proprio esempio, a mostrare con serena chiarezza il guaio che la collettività arreca all’individuo, e farne letteratura.