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Cafoni S.r.l.

Scritto da Alberto P. Nicolini.

È sempre più facile imbattersi in chi ama troppo il suono della sua voce.

Eppure le interazioni umane si basano sulla comunicazione di stati d’animo e di pensieri, sulla condivisione di momenti singoli più o meno brevi che sommati fanno un’esistenza. Obiettivo di tutti è quello di rendere comprensibile la spinta che viene da dentro, e mira ad esternare, avvicinando gli uni agli altri. Scegliamo chi pensiamo possa essere in linea con il modo che abbiamo di rendere partecipe il prossimo di ciò che ci accade, e tutto questo non può che passare per l’istinto. Trovare ascolto e scambio, non è semplice; eppure lo sarebbe, se si trovasse il tempo per restare umani, bassi e cordiali, non superiori e appartati, anche quando staccare motori, luci, aggeggi elettronici di ogni genere sarebbe non solamente consigliato, ma possibile. Così torneremmo ad accorgerci delle parole altrui, dei suoni del mondo, volando non solo con la fantasia ma sporcando i pensieri di azzurro e di sole. Della mitezza accogliente di un sorriso. Un sorriso che mai come oggi è rivolto di rado a un passante, a chi si siede di fronte, a chi si para dinanzi e ci guarda negli occhi senza aggrottare la fronte o ficcare subito il naso in un display. Quando la magia del sorriso si rivela pare un piccolo prodigio, una formula che lega due estranei alla stessa origine. 

Per fare in modo che l’altro capisca ciò che intendiamo dire basterebbe escludere le grida, i toni saccenti, la boria di chi suppone di avere in tasca l’urgenza che si deve alle cose importanti, quella che anima i «lei non sa chi sono io!» gonfi di nulla e affamati di conferme, e tutto il resto può aspettare. Serve tornare padroni della gentilezza, anche nella voce: è il solo trait d’union fra genti civili. Quelle che hanno la qualità della vita come meta, e i tempi lenti, bonari, che mettono davanti gli uomini alle cose, e sanno stabilire un contatto vero e comodo il più possibile. Guardare dritto negli occhi, se si può. Chiedere scusa in caso di invadenza. Perché molti, ormai, ritengono di potersi muovere in uno spazio comune che dal virtuale non è difficile sconfini nel reale, e non tiene conto di abitudini, intimità e risvegli pieni di un sano silenzio: ogni cosa vortica intorno a una vertigine che si presenta col nome del bisogno e non dà tregua. 
Provate, invece, a parlare o a scrivere una e-mail a un ente, un Comune, un giornale, perfino un blog; a una forma più o meno istituzionale di marchio, di azienda, pubblica o privata che sia, e non troverete feedback. Il più delle volte non solo chi sta dietro agli schermi si comporta proprio come verso la tivù, ossia guarda e non interagisce, lascia che gli eventi avvengano e si dedica ad altro, sbadiglia, si lima le unghie, si scaccola o si gingilla con uno dei sei cellulari (per parlare con chi, se tanto a due terzi delle chiamate non risponde?) che ha sparso per casa in attesa di sedersi a tavola o di uscire, ma oltre a non interagire non si cura neppure del tentativo altrui di stabilire un contatto.

Un atto curioso, per noi che viviamo nel secolo delle comunicazioni. Eppure tanto accade, e prima o poi tocca a tutti dare il proprio contributo in un senso o in quello opposto: basta non dare troppo peso a un messaggio. Rimandare le parole è rimandare gli uomini e il complesso emotivo che portano con sé; è rinviare a data da destinarsi l’antidoto alla grettezza, alla distanza tra gli uni e gli altri, alla solitudine. Certo, la brutalità di una risposta mancata permette di firmare
con la Cafoni S.r.l. un contratto a tempo indeterminato, in quanto apostoli ideali dello sforzo mancato, capaci di dare quel tono professionale tipico di chi se ne impipa di tutti, e se lo chiami per avere notizie di quanto veicolato con gli scritti dice che non gli è arrivato nulla, che aveva troppo da fare perché è richiesto, è occupato, è la legge degli affari, baby. A chi non è capitato di chiedere informazioni, magari coi modi inesperti e perfino gentili della buona educazione? Mai aver in animo qualunque aspettativa. Roba da nonni che ricordano con inutile nostalgia un tempo leale. Roba obsoleta.
Meglio levarsi dalla testa una risposta pure minima, un monosillabo concesso in virtù del fatto stesso che si esiste, per buona creanza o naturale curiosità: no, non ci si rapporta più con l’altro per stare bene e crescere come individui. 
Poi, però, filippiche chilometriche sulla comunicazione, e vi tengono perfino dei corsi negli atenei, che viene voglia di chiedere a chi li tiene se ci è o ci fa, e se ci fa quanto ci è in quel farsi di sostanze così dopanti da far vincere il Tour de France sulla Graziella. Del resto il distacco non giova mai a nessuno: non tocca solo la sfera morale ma anche quella più concreta del lavoro. Rispondere non è solo cortesia, bensì mestiere. E chi non lo fa, si trova a godere di un privilegio che non dovrebbe essergli concesso poiché il lavoro è retribuzione data in cambio di una attività, un ruolo stabilito, una collaborazione, un progetto da seguire nella maniera migliore. E se è difficile, oppure inutile, dare corpo e sostanza alle competenze richieste, diviene arduo sia capire che migliorare le lacune già presenti e porvi un rimedio. Le soddisfazioni derivano infatti da un uguale esercizio che scansa il proposito di fare spallucce, buono giusto a svilire l’intelligenza.

Dovrebbe esserci una chiarezza di intenti, in ogni verso. Chi comunica o prova a farlo vorrebbe un riscontro, sennò mica lo cercherebbe; chi cerca un’occupazione si sarà reso conto di quanto assurda sia la condizione di chi ancora spera di potere contare su un diritto che bussa forte al petto e sa di offesa ogniqualvolta in cui gli viene negato. Non contano più l’individuo e la sua storia personale, né le debolezze: occorre farsi forti, e le cadute sono a carico di chi inciampa. Devi incattivirti, o farti invisibile nella società, e chiedere scusa pure in silenzio, perché «ah, non sono stato in grado di…», e giunto a quel punto, devi continuare con un’autoaccusa a scelta. Se non fosse truce, burina, cinica, da zotici insolenti, sarebbe una condizione assai comica; non a caso, è spesso sui palchi dei teatri di mezzo Stato, che annega nelle risate la scelta di essere vittima di villani e bifolchi. Insomma, se fosse solo un fatto mitico, sepolto in un passato di ignoranza, ci sarebbe da ridere nel pensare alla galassia dei candidati e alle reazioni di chi si occupa (o dovrebbe farlo) di loro. Una donna che si propone come segretaria, per fare un esempio, riceverà linee di condotta e regole ideali, quindi le date precise di un corso da seguire che alla fine, sballotterà la malcapitata in lungo e in largo, porta a porta in casa dei privati, in giro per i negozi e non per fare shopping, ma per proporre una merce che neppure sapeva di dover vendere, con una “possibilità di crescita” che non si sa cosa voglia dire, stipendi nebulosi, sorrisi finti e parole sputate fuori a mitraglia. 
Va bene fare il venditore, se si sceglie di farlo. L’essenziale è la chiarezza. Ma quando viene a mancare si indebolisce ogni contatto. E rimane ancora una volta l’incomunicabilità, che a tirare le somme è l’unica cosa che resta. 

Però è proprio da questo rimasuglio d’(in)civiltà che comincia l’avventura di chi si stupisce per un mancato riscontro in ambito professionale e, non di meno, umano. Gli elementi a nostro sfavore condurrebbero tutti nei pressi di una tiepida rassegnazione; si desidera spesso che le cose vadano da qualche parte, mettendo alla prova gli argini, l’indifferenza, e anche i più incerti punti di contatto. In tanti si fermano addirittura prima di formulare la sola speranza, difendendo la propria schiera di silenzi e di incertezze. Quanto è più facile in fondo barricarsi dentro una realtà scomoda, che però non chiede alcuna prova e non contempla errori: lascia tutto esattamente com’è e rende insensibili perfino al dolore. Rende invisibili, e dunque evitabili, e ognuno infine non può che portare sulle spalle il proprio fagotto di delusioni, scoramento, ostinato silenzio. 
Eppure avremmo la parola da scambiare, da imparare sui libri di scuola e di avventura, quelli che insegnano la vita più corposa infilandola tra le righe; vita meravigliosa, che di invivibile ha soltanto la resistenza che si oppone al bene della cultura, intesa anche e soprattutto in termini di confronto, di volontà di ascolto e comprensione: avvicinarsi all’altro e abbracciare il suo mondo in ogni parte, è cultura pure con le proteste, con il disaccordo, la distanza nelle scelte e nelle opinioni. Nel tentativo di conoscere e attraversare quel mondo la parola si fa domanda, e dinanzi ad essa non è solo chi chiede ad arricchirsi, grazie a una risposta che non poteva sapere prima che gli venisse fornita: chi offre ciò che sa, non si fa certo vuoto mancante ma si riempie ancora, come di riflesso. Si rifà quindi all’intuizione, apprende dal confronto più semplice i limiti e la voglia di superamento che caratterizzano il proprio essere e quello altrui. Del resto il confronto non è solo verbale: persino le reazioni più timide segnano una realtà, un meccanismo di difesa o di iniziativa, una sottile e sincera gratitudine a muovere umore e intenzioni, come in sequenza. E aggiusta la mira poi, lì dove il prossimo non è più inteso come realtà che non gode di cure, da scavalcare, ma come vicinanza immediata da vedere e ascoltare senza troppe esitazioni, con la naturalezza che ravviva gli scambi più autentici. Scambi fatti di parole non necessariamente misurate: non di rado quelle sfuggono al controllo, poiché risalgono dalla pancia, scorrono e pungono sulla scia di un’emozione.

Parole, non chiacchiere: non voci ammonticchiate per far rumore e scansare l’imbarazzo di un indesiderato silenzio, che potrebbe rivelarsi riflessione, deduzione, specchio, nuda ammissione. Ben poco propenso al ciarlare, attività tanto vuota e spesa con troppa facilità, era il filosofo Søren Kierkegaard, che scrisse: «Ancora ci si muove sempre in direzione del perfezionare i mezzi di comunicazione, perché la comunicazione delle chiacchiere possa avere una diffusione sempre maggiore. E a nessuno viene in mente che il compito sarebbe piuttosto cercare d’inventare delle macchine per aspirare il fumo delle chiacchiere e cose simili che mandano in malora gli Stati». 
E ancora: «Preferisco parlare con le vecchie signore che riportano chiacchiere di casa; poi con i dementi − in ultimo con la cosiddetta gente assennata».
Vi è una distinzione netta da fare, dunque, tra parola, vissuto, condivisione e baccano. Vi è una stanchezza diffusa, e una volontà di resa che non è quella che poi conduce alle cure di chi si ama: non è fiducia, non è trasparenza, ma è difesa usata come un’arma, è chiusura e lontananza da porre fra sé e il cuore delle cose; è un affannarsi cieco e indifferente, che riempie d’aria i pugni stretti. È solitudine che non rinvigorisce come quando si sceglie di essere persona singola, pure in difficoltà, ma in coraggiosa evoluzione. È un tentativo di confronto, dove chi non risponde è capace di un gesto sgarbato che non dona risalto a nessuna delle parti coinvolte. È una voce caduta nel nulla, e lì lasciata penzolare, con buona pace di chi ha ancora voglia di comunicare: incontro e dono raro, di questi tempi, ma – fortunatamente – non impossibile da trovare.