Stampa
PDF

Digital Teen

Scritto da Silvia Sbaffoni.

Nel corso degli ultimi giorni ho letto articoli sconcertanti sugli adolescenti.

Uno di questi mi ha colpito particolarmente, parlava di un’indagine svolta su varie tipologie di adolescenti, dalla quale emerge una realtà, a mio avviso, alquanto sconcertante: i teenager non hanno sogni. Per le nuove generazioni il futuro non va più in là della partita della domenica o del cinema con le amiche. Crogiolati nel benessere in cui sono nati, alla maggior parte di essi, cresciuti in famiglie agiate – che sono tali grazie al sudore, al lavoro e ai sogni dei loro padri, ancor più dei nonni – non interessa il futuro.
Non hanno passioni, dicono, per via della società che non permette loro di averne. 
Allora: questa cosa mi fa arrabbiare e non poco. Innanzitutto, perché suona molto come una scusa (la volpe non arriva all’uva, perciò dice che è acerba); in secondo luogo perché la colpa è dell’adulto che bollando la società come sorgente di tutti mali, le ha dato il permesso di crescerli come cinici omuncoli senza forza d’animo. Se Galileo avesse rinunciato al sogno di conoscere lo spazio, oggi crederemmo ancora che tutto giri intorno alla terra; ma se Galileo è stato perseguitato e considerato eretico per le sue convinzioni, non per questo è diventato cinico e svogliato. Ai ragazzi protagonisti delle indagini mancano quindi il coraggio, la fame di conoscenza che si alimenta ad ogni scoperta, ad ogni rivelazione che non si ferma davanti a un ostacolo ma anzi trova il modo di aggirarlo, talvolta come trampolino di lancio per nuove scoperte, nuove sfide. Ciò che è più grave e sconcerta, infatti, è la resa consapevole: apatici professionisti del pollice opponibile sui dispositivi digitali, non conoscono la bellezza delle biblioteche, il profumo dei contenitori di conoscenza.
Le ricerche si fanno con Google, tanto... c’è Wikipedia. Prendono per buono ciò che c’è scritto e ne fanno un riassunto, perché «se mi interroga, mica posso ricordarmi tutta quella roba».

La tecnologia ci migliora la vita nel momento in cui non lasciamo che ci renda schiavi. 
A nessuno viene in mente che possano esistere teorie contrastanti su uno medesimo tema, e che sarebbe bello conoscerle entrambe per esprimere un parere personale – e anche scientifico – in proposito. Sono nati senza la brama del sapere: forse è l’età, che implica una deviazione fisiologica delle attenzioni in altri campi, o peggio ancora, siamo stati proprio noi, la cui generazione ha promosso gli strumenti da cui diventare dipendenti, a crescerli in quelle campane di vetro.
Ci fossi finita io però, in quell’indagine che ha rivelato la carenza o la riduzione dei sogni, ne avrei avuti. Sì, forse più inverosimili o grossolani, semplicistici, utopici, ma li avevo e ne facevo energia. Sono cresciuta (non troppo) e li guardo con una nuova consapevolezza, più matura; cerco di renderli più concreti, più affini alle mie capacità, e se ancora oggi ne ho di potenzialmente irrealizzabili, scelgo di non chiudere il cassetto. In fondo, le possibilità, come i casi, sono infinite. 

Di qui, la riflessione su un altro brano, riguardante la scarsa propensione al contatto fisico negli odierni teen, dovuta a una diffusione esponenziale della comunicazione digitale via social, a discapito del più naturale linguaggio del corpo, la comunicazione sensoriale non verbale. La «crisi del contatto fisico» non è dovuta alle sole differenze individuali, per cui esistono persone espansive, più propense a baci-abbracci, e persone introverse, meno inclini a carezze o a strette di mano. Tant’è, i giovani sono sempre meno abituati al contatto fisico, e una forma di misantropia cronica è in agguato; talmente abituati al contatto sterile con la plastica dei dispositivi elettronici sono irretiti dal contatto con la pelle, con la corporeità altrui. Il corpo si riduce a uno strumento di piacere, a una macchina di seduzione in palestra, in fotografia, in quei primi piani dove è proposto come immagine sacra in un tabernacolo decorato con gli effetti del telefono; o usato, nei gruppi, come modello di forza fisica, di egemonia, arma bianca della bullizzazione. 

Ma se il tatto è un senso che si sviluppa fin dallo stato embrionale, la digitalizzazione ha portato – e gli effetti non sono più negabili – a una separazione tra corpo e scambio comunicativo, favorendo un dialogo asettico, che da una lato è pur sempre comunicazione, dall’altro però crea isolamento corporeo. Meno stiamo con gli altri, meno siamo disposti a farlo, prigionieri felici dell’isolamento e della finzione. Comunichiamo, insomma, senza vedere quanto in realtà siamo soli. 

Indubbiamente l’interazione fisica non è sempre facile: comporta uno sforzo emotivo severo, notevole, significa rischiare, mettersi in gioco, lasciare che qualcun altro scavalchi i confini di carne e di spirito senza il nostro permesso. Di contro, siamo arrivati al punto in cui ha preso piede il business delle coccole, nel quale professionisti dei gesti affettuosi offrono servizi mirati per lenire la mancanza di contatto fisico.
È sconcertante, imbarazzante che vi sia qualcuno pronto a pagare per farsi dare un abbraccio, quando basterebbe uscire di casa e incontrare un amico per assolvere a tutto ciò. Il nostro corpo è fatto per riconoscere quel tipo di interazioni affettive: il tatto ci dice chi siamo e quali sono i nostri confini, non ci basiamo più su sensazioni chiuse e univoche ma abbiamo riscontri esterni in base ai quali riusciamo a muoverci senza paura nel mondo, in mezzo gli altri.
Abbracci, carezze, gesti d’affetto, infondono benessere al corpo e alla mente, rendendoci più felici, appagati, dando un senso di unione tangibile, e ci permettono di riconoscerci parte di una collettività. Dunque, ragazzini meno isolati e più inclini a rapporto non virtuale riuscirebbero ad aprirsi di più, a covare meno manie. Quando riconoscono che il mondo non è confinato nei pochi m² in cui sta il loro corpo, riescono a vederne la vastità e le potenzialità. Aprendosi al mondo e alle possibilità che offre saranno più disposti a sognare, coltivare passioni e alimentare le proprie aspettative.

Giovani più aperti, educati a non avere paura della propria sfera emotiva, e rassicurati dal calore del rapporto umano, saranno più aperti al dialogo, disposti ad affrontare le proprie paure e i disagi. Non a caso, depressione e mali emotivi sono annoverati fra i mali del secolo. Affliggono molti giovani che, chiusi e introversi, non sanno come affrontarli e hanno paura di chiedere aiuto. Crescerli, insegnare loro il valore del dialogo e l’apertura può essere un punto di partenza verso l’obiettivo della civiltà: un mondo migliore. Per tutti.