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Oltre il Dito di San Tommaso

Scritto da Walter Brusini.

Nei giorni passati alcuni colleghi hanno svolto una ricerca.

Niente laboratori, provette, alambicchi, ma la vecchia pratica della domanda con verifica in vivo. In un arco di cinque settimane hanno rivolto a varie tipologie di adolescenti quesiti forse banali, forse triti in apparenza, eppure importanti. Un esempio su tutti: «Quali sono i tuoi sogni?», oppure «per cosa lotterai, cosa vorresti realizzare nel futuro?». Lo hanno fatto in classe, nelle scuole, ma a scuola si sa che l’atteggiamento è diverso, specie se in presenza di amici, docenti e altri soggetti di fronte ai quali la convenzione induce a pensare si debba rispondere in un certo modo. Così, i colleghi hanno optato per una indagine sui social, che sono gli strumenti più usati – e abusati – dai teen. E il risultato è stato limpido: ai teen il futuro non interessa, o interessa nella misura in cui è vincolato dal presente. Ossia: quelli che nutrono dei sogni sono pochi, perché disillusi da una società che per prima cerca di levargli non solo le illusioni ma pure le méte concrete, le aspettative più ovvie, dando dei modelli irraggiungibili o frivoli ai quali è difficile volere aspirare, educando, si fa per dire, a un precariato delle idee e degli scopi che si riflette sulla sfera emotiva. Di contro c’è chi nutre sogni, per quanto vaghi o in via di definizione, però non si esprime per scaramanzia o per paura di farsi trasportare da un entusiasmo che almeno nei giovani dovrebbe essere ancora alto. Invece no. Poi c’è il gruppo, ed è il più nutrito, di coloro che ai sogni non ci pensano: stanno bene, sono ragazzi di famiglia agiata, gente con qualche soldino da parte e che al momento opportuno non gli farà mancare l’aiuto, un supporto, una via più facile per avere un posto di lavoro, una casa, un’identità.

E le passioni? Ci sono ma meno forti che nelle generazioni di un tempo, meno palesi, e la loro temperatura è bassa per le ragioni già indicate.

I primi, i disillusi, non vedono motivo per cui palesare i loro sogni, e si dicono arresi a ciò che verrà, tanto «che razza di mondo mi aspetta?» o «con tutta la gente che c’è vuoi che proprio io...», e quando gli fai notare che a qualcuno deve pur capitare, specie se merita, se è pronto a lottare, ecco un lapidario «sì, nei film». È una prospettiva di puro sgomento: se già a sedici anni, o poco più in là, il cinismo vince sulla forza d’animo, la resa è vicina. 
I secondi sono in una fase transitoria, che una volta si manifestava nell’arco tra la fanciullezza (in cui si vanno a definire le prime progettualità su di sé, con la scoperta delle attitudini e dei talenti) e la preadolescenza, ed ora invece è spostata più in avanti, e per paradosso convive con la coscienza di avere i sogni a mollo in un brodo primordiale di frasi fatte che annebbia il futuro, e per diradare quel tipo di foschia non c’è che attendere e vedere cosa accadrà. Anche qui, in sostanza, vi è una forma di stasi, che se da un lato preoccupa per il ritardo nella formazione dei desideri e degli scopi, e quindi di un sé consapevole, dall’altro inquieta per la completa assenza di energia nel dare a quelle idee un impulso attivo, che cade vittima di stereotipi e pigrizia mentale. 

Gli ultimi, più tranquilli, non sono di certo portati a emanciparsi da quello stato: pensano a studiare, a fare di giorno in giorno le esperienze che la vita gli offre, talvolta con diligenza, talvolta senza brio né un moto di passione ma solo, anche qui, per convenzione. Soffrono per un quattro a scuola, si fanno tutti i patemi degli altri ragazzi, ma quando si parla di sogni e scopri che suonano il pianoforte, il sax, o amano il canto, il basket, la pittura, il cinema, la bici, l’informatica, la scrittura, e gli chiedi se un bel dì gli piacerebbe farlo di mestiere, le risposte sono due: «Sì, ma è dura, e adesso ho altre cose», o «un giorno ci penserò». Allora guardi negli occhi il tuo collega e gli dici sgomento che è il principio della fine: stiamo allevando una nidiata di procrastinatori. Va da sé che i più agiati non avranno mai alcun impiccio, e in qualche modo ci sarà chi muove le gambe per loro, ma tutti gli altri? Sono una truppa folta, che si muove con la flemma di un bradipo in un mondo che non ha la pazienza di aspettarli, e se tramonta anche lo slancio genuino verso i sogni, la forza che essi infondono e la curiosità di provare, provare per capire, per sapere, come fare per destarli dal torpore?
Si fa un esperimento. Si offre a quelli che paiono più svegli, più maturi, il mezzo di realizzare una delle loro passioni, e in modo tangibile, sicuro. Gaudio e giubilo? No, gli illusi sono gli offerenti, perché i ruoli sono ormai invertiti, e la legge della domanda e dell’offerta è mutata, si è ribaltata: tutti coloro che cercano qualcosa non vogliono essere trovati.

Pare un ossimoro, ma
tu che stai leggendo con espressione incredula vai sul web e fatti un giro, vai nei siti specializzati: sono più quelli che «offresi» rispetto ai «cerco». Solo vent’anni fa, il rapporto tra chi offriva un’occasione e chi la cercava era di uno a settantadue; oggi è di ventisei a uno. Tanti, fra di noi, hanno odiato la matematica che, però, è incapace di mentire. Non solo non si sogna più, o si sogna poco e si parte disillusi, ma neppure si cerca, e le scuse sono tragiche e ridicole. Gli adulti ancora si espongono (che viene da interrogarsi su cosa ci sia di male ad esporsi: se non ti fai vedere, nessuno ti nota), si propongono ma i più giovani, i teen, invece, appena sentono odore di offerta si danno alla fuga: gli segnalano un contest, una prova, un bando e loro «chi c’è dietro?», o lasciano cadere la cosa, o peggio ancora «ah io non faccio ’ste cose: già una volta mi hanno truffato». Insomma un bando, promosso da una società o da istituzioni, da enti, aziende, realtà serie viene visto con sospetto, ma non perché vi sia sul serio una parte di esso oscura, bensì perché “costa fatica”, chiede un impegno non previsto e non voluto, perciò da evitare.
Così, chi offre si scontra con la generalizzazione della malafede – uno dei gesti più abietti – e con la meschinità di chi è andato oltre al mito di San Tommaso, il cui dito doveva toccare per credere. Il giovane non tocca più, il giovane sa. È stato imbrogliato, dice lui, è stato fatto fesso, e «non ci casco più». Bravo, viene da dirgli, poi, mi raccomando, dai i tuoi dati a Facebook o a Instagram, il cui padrone è Zuckerberg, che li rivende per soldi a chi ne farà un uso illecito. Tu che hai capito tutto iscriviti a siti, compila form, vai pure da quelli che raccolgono dati sensibili dicendo che è per il tuo futuro, però intanto lavorano sul tuo presente che gli arriva coi dati stessi. E se il colpevole di tutto ciò sono i mass media la cui dose quotidiana di eventi truci, di sfiducie, di paure rovesciato nelle case e nei canali di informazione fa presa sulle menti dei teen, più ricettive, a costoro va detto, come ha suggerito un noto sociologo: «Ragazzi, la società non è benevola, ma voi avete l’età della ragione. Non siete incapaci di dedurre, né disarmati di fronte a chi vi vuole manipolare. Tornate a credere nella fiducia, oppure non lagnatevi se avete la vita per la quale non avete combattuto».