Stampa
PDF

Jazz, Rock, Venezia

Scritto da Filippo Lancietto.

Gli incontri più azzeccati, si muovono su accordi leggeri e poi li chiamano per nome.

Si nutrono di coincidenze grandi e fortunate, da lasciare sbigottiti il caso e una sorte distratta; sono quelli che rivedono i piani orchestrati con dedizione beota e un poco scaramantica, fanno l’occhiolino all’astuzia e si fermano a crogiolarsi in un sentore di beata fortuna: le intese che si allacciano senza alcuno sforzo, sono una carezza, una cura, un porto sicuro. A volte sono esaltanti, altre rassicuranti. A volte sono compagne di viaggio: spirito d’avventura e coordinate in testa e nelle mani da intrecciare, per rendere agevole e dolce un cammino che chi lo sa, dove potrà condurre. La musica è una buona alleata, un atto di dedizione, un’allegria condivisa, è affetto da dimostrare a suon di frequenze, strumenti, accostamenti inusuali o improbabili, eterni o improvvisati, grintosi, placidi o sensuosi. La musica è un linguaggio che non smette mai di farsi comprendere, di rinnovarsi e confermarsi venendo scelta e scegliendo a sua volta, chi si muove e si emoziona su uno stesso ritmo, in una sintonia perfetta. 

Ho letto di recente un romanzo di Roberto Saporito, che resta immerso in note di varia impronta: Jazz, Rock, Venezia. E al di là dell’evidenza che spetta al titolo, la musicalità è delle parole che scorrono agili, aperte e schiette, senza troppo dilungarsi. Hanno una precisione puntuale, che anche dopo la lettura si sofferma e fa riflettere, e le parole scelte sono esatte, più volte minimali ma non scarne: la semplicità si rivela complicata a chi tenta di usarla ad ogni costo.
A lui riesce semplice per l’appunto; e si nota dalla gran quantità di visioni e riflessioni evocate, passando da uno scorcio a un’inquadratura assai ampia, che a volte è delle considerazioni tutte rivolte da un personaggio alla propria interiorità, all’esistenza scelta e condotta in una scheggia di mondo troppo piccola per essere davvero decisiva, dunque per volerla imporre su chiunque altro.
Tra le pagine si trovano disseminate molte e profonde considerazioni sull’umano esistere (e resistere) ad ogni condizione amorevole o avversa. Tra queste, la muta sofferenza dell’essere soli: un personaggio di
Jazz, Rock, Venezia, vive come se dovesse finire da un momento all’altro in un ritrovo di tristi e boccheggianti conoscenze, buone solo per degli avvilenti teatrini, e le più inutili recite di cordialità e buonumore. Vive la sola ipotesi di ciò, come una piccola sciagura e un male evitabile che, per un gioco di contrasti e paradossi, si rivelano quasi necessari: servono a trarre fuori da un meccanismo perverso e deleterio, dall’isolamento voluto e respinto al contempo, docile e doloroso.

Tutto si muove sul filo di un’affermazione e del suo contrario. Non si può fare a meno di nessun contrasto, perché quel contrasto è l’individuo stesso, fragile e in divenire: quello che ha paura del confronto poiché richiede un investimento in termini di esposizione e di energie, che non sempre è così spontaneo e ben riposto. Quello che le illusioni le sgranocchia insieme a latte e cereali a colazione, perché non vi è nulla di più rassicurante che iniziare il giorno commettendo lo stesso piccolo sbaglio, la più segreta e minima insubordinazione declinata nella mente all’infinito, quando sarebbe tanto vuoto cedere al normale, all’ordinario, alla copia ripetuta fino allo spasimo di mille espressioni uguali spinte alla sopravvivenza, più che al vivere. La cura è correre via lontano.
La condanna ha un’uguale velocità di marcia e direzione. E non vi è soluzione, se non nell’accettare tutto questo e farne un bagaglio di viaggio, esperienza da confermare e contraddire all’occorrenza per muovere anche il pensiero. Di base vi è una resistenza da opporre a sé stessi, e con tenacia, per non lasciarsi morire neppure in senso figurato, restando vivi nel tempo, nelle intenzioni, nella bellezza che non può sfiorire, se è quella del buono che si legge, si ascolta, si osserva, si condivide: un nutrimento essenziale per lo spirito. 

A una figura di uomo tanto complessa si uniscono altri personaggi, sempre in cammino e in qualche modo estrosi.
Ciascuno di loro è attratto verso un medesimo punto che risulta decentrato e itinerante, con un gran numero di possibili finali alternativi, ma non una soluzione che sia unica e indiscussa. Ogni personaggio, infatti, è còlto in pieno dubbio, in evoluzione, e non può offrire certezze perché non ne ha mai nemmeno per sé. Dunque si ferma a lasciarsi contemplare, oppure ascoltare nel caso di un musicista che si immagina con un aspetto ruvido, un po’ come le mani e i gesti, tutti. Uno che nutre amore per le sue chitarre e che il passato è musica, perciò nulla è mai soltanto immobile: si muove con accanto la sua dea mus(ic)a, che non è mai finita, vecchia, sorpassata, perché tocca gli animi a dispetto dell’età, delle differenze sociali, delle esperienze avute in dono da una vita che talvolta ha un senso dell’ironia davvero discutibile. Eppure si ama così com’è, con le sue vesti e le armonie nude e sussurrate, che narrano del vero in maniera densa e affidabile, più di ogni abbottonata teoria. 
Nuda è, spesso, la protagonista del romanzo. Lo è anche quando è vestita e sfuggente, malinconica nell’impasto: come fosse lei stessa l’ingrediente segreto di una felicità che ancora non le capita sotto mano, ancora non riesce a decifrare.
Sarebbe troppo semplice, in caso contrario: avere linee adeguate da percorrere, e un pensiero pertinente, seducente. E invece è necessario struggersi per qualcosa, e su quel desiderio imparare il significato del sacrificio e dell’impegno, con tutte le conseguenze e le soddisfazioni del caso. Calcare delle impronte marcate a fondo come a piedi nudi sulla rena; e vedere messa in discussione ogni più piccola certezza, fino al momento in cui ci si fa forti, almeno per un verso, un vezzo, un istante. E poi si torna a cadere, ma non importa: a volte lo sforzo ci fa belli. Ed è bella lei: l’antiquaria del romanzo, che osserva la vita fluire oltre le lenti di una macchina fotografica, con in bocca il sapore agrodolce delle soddisfazioni prese e poi scivolate tra le dita, delle scelte che a conti fatti si rivelano un sottile ripiegare verso ciò che risulta meno arduo da conquistare, con la serenità che ne può derivare, e non è proprio piena ma quasi: è un piccolo compromesso, una carezza incerta ma tutto sommato semplice da accogliere. Lei e quella sua predilezione per l’esibizionismo che fa sano tutto ciò che viene dal corpo, quando lo si vive con pienezza, secondo istinto. Non vi è nulla di sporco in fondo, se non in chi ha ben sporche le intenzioni. Ed è seguendo questo pensiero che si spoglia, si lascia ammirare, solleva i lembi di una gonna e lascia che risalgano piano, creando un’attesa a dir poco deliziosa: bisogna sussurrarle, le storie, pure senza parole.

Il desiderio si nutre di quegli istanti lasciati a decantare, scoperchiati con lentezza estenuante. Perché
tutto e subito è la formula buona per chi è pigro, o di fantasia ne ha vuote le tasche. Così lei si lascia guardare, ponendo in rilievo una parte di sé che è in qualche modo centrale, vitale, e lo fa in senso figurato ancora più che prettamente fisico. Lo si direbbe il punto d’inizio, la cosa detta aspettando un seguito capace di lasciarla intera e non frammentata, data in pasto anche lei alla più fredda solitudine. Un modo come un altro di farsi avanti e dirsi presente, sorvolare gli sguardi sbigottiti di alcuni, e le parole di biasimo diffuse e poi sospese, venute a pungolare sotto voce. 
Ognuno emerge e soffoca come può; ognuno si dà al caso con segrete speranze di riuscita, coi colpi di scena formulati ad occhi chiusi, per non lasciare trapelare nemmeno un po’ la luce del mondo reale in cui si cammina, a volte trascinandosi.

Qualcosa deve pure accadere, e che sia in grado di trascendere la volontà, quando la voglia di lasciarsi andare supera di netto le forze richiamate all’ordine. Nei momenti di pausa, di dubbio e di scompiglio, dove tutto il necessario sembra scemare e l’unica cosa fattibile è stare a guardare e intanto covare energie tutte nuove, per poi rimettersi in cammino. A volte qualcosa succede: l’imprevisto per qualcuno, il destino per altri. Dura il tempo di un battito, e cambia ogni cosa: può avere le leggi di un ruolo incarnato o l’anarchia di un sentimento amoroso, la curiosità di chi cambia prospettiva e così mette a nuovo l’interiorità. Può essere tutto questo, insieme: preludio e senso di continuità addolcito da un tempo lento e un’aria mite e salmastra, che si trovano per intero nelle atmosfere descritte da Roberto saporito. Atmosfere in cui è facile riconoscersi, tra le pieghe e le metafore, coi discorsi annunciati in tono asciutto e vigoroso, in molti punti.
Il dono di chi sa coinvolgere scrivendo è proprio questo: rendere accessibili a tutti esperienze mai vissute, tempi e luoghi lontani, inclinazioni di altri, non perfettamente nostre. E dare loro un sapore familiare e un tepore morbido e nostalgico, da sospirare.