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I Fantasmi di San Berillo

Scritto da Nicoletta Prestifilippo.

La storia di una comunità, di una città fervente o un nodo di periferia, si accoglie e si insegue fin nei rivoli di pioggia raccolti nei canali in forma di piccoli laghi.

Sono specchi ingrigiti e stanchi nelle pietre sommate e affiancate, sgretolate dal lavorio del tempo; nel calpestare di passi sul selciato, nelle stradine che si intrecciano e formano cunei, cavi, conche, forme ondulate e rettilinei brevi. Nelle voci ammucchiate, stridenti, urlate, spente. E ancora nei venditori in balia di una merce invenduta; nella stanchezza dei vinti in procinto di cadere in battaglia, dove con “battaglia” si intende il rimpianto e poi il ricordo: memoria ancestrale, vittoria senza eroi, presa per sfinimento. 
È in prossimità del cuore di una città che tutto si allarga: via dalla confidenza dei piccoli borghi dove il frastuono è spesso sporco, vivace, rallentato, la città è agitata, è una scintilla, è fragore di auto e fretta eccessiva, portata allo stremo e che toglie le forze e l’estro, quando non trova pace e silenzio, impegni da annullare e uno spazio sacro coltivato con costanza fatto di cose solo umane, verdi e vigorose, buone per la mente e per le sensazioni. 

Le voci si fanno basse, imprendibili, quando è ora di dormire: la storia di un luogo si trova nascosta in quanto di prezioso rimane, nonostante la cura e l’usura, e le molte vite giunte e poi dimenticate, vissute e sfinite, raccontate. L’uomo fa il territorio, e viceversa: l’influenza è inevitabile, quando si parla di un vissuto storico e personale. Ciascuna delle due parti offre all’altra un’intesa che trova affiatamento solo col tempo e si fa similare e partecipe, oltre che identitaria: vivere un luogo per lunghi anni, è assorbirne i colori, gli odori, le coordinate, il calore nei gesti e negli sguardi, e la dolce vertigine di chi resta appeso e poi giace sopra una forma d’isola, coricata su un fondo di mare. Isola di Sicilia, che non porta certo sempre e solo il bello. Non il bello patinato e lucido che è buono per le pose, almeno; ma l’autentico, quello sì: il ruvido e l’imperfetto, l’insulto subìto da chi non ama il territorio e le risorse per pura ammirazione e orgoglio di appartenenza, ma per un tornaconto che finirà prima o poi; smetterà di essere anche soltanto sufficiente e muoverà gli animi già aridi di avidità in avidità, tristi burattinai, senza amore per ogni bellezza calpestata, spremuta fino all’ultima goccia. 

Mi soffermo sui luoghi che non saranno tra i più gettonati a livello turistico, in un cammino soltanto pensato e un po’ nostalgico, pensoso. Mi addentro nella storia di una terra che porta molti anni sulle spalle, ma con un grande spirito, un’energia di lava e di terra ben salda, ammucchiata e fragrante, tra radici che non sono di soli alberi ma anche umane. Il quartiere di San Berillo è quasi una tappa obbligata, per chi non è stanco di camminare, e desidera inoltrarsi sempre più, con una cura meticolosa, fin dentro i luoghi che non di rado si sono macchiati di un un’esistenza come un’ombra,una cosa ben poco dignitosa: come un raduno, un cerchio chiuso e stretto, scomodo, indecente, che fa di molti emarginati e ripudiati una cosa sola e troppe, al contempo.
Non è facile non voler vedere e nello stesso istante essere irrimediabilmente attratti dall’oggetto e dai soggetti che non vanno bene, non sono decorosi, eppure eccoli: palesi e disperati, cupi e fieri, nonostante quella forza perennemente al ribasso che tocca le loro anime e le vite come fossero un gioco d’azzardo, una scommessa persa in partenza. 

Ho trovato solo per caso, girovagando per il web in cerca di una storia che mi portasse almeno in via immaginaria assai più vicina a un amato Sud, un film documentario di Edoardo Morabito che ha per soggetto proprio il quartiere di San Berillo: ne sono rimasta incantata, un po’ per l’impronta, i tempi azzeccati, le immagini sempre in bilico tra passato e presente, e così schiette, fotografate con precisione ruvida e carezzevole al contempo: è un pezzo di storia, una sorta di lettera aperta, quella che il regista dona agli abitanti del posto e a chi vuole seguirne le trame, gli eccessi, e quella tenerezza che non si direbbe a un primo impatto. Una lettera che integra passi e voci, poesia senza rima sbucata fuori con un grande impeto, una gran sete, e un bisogno lampante di amore.
Il medesimo amore che si placa tra braccia estranee, nel trovarsi e mescolarsi, non avendo cura ma fame del corpo, del piacere e delle voglie spese senza troppo badare ai modi e alle carezze. Salvo poi scoprire che quell’amore solo supposto, inseguito, segretamente implorato, era tutto fuorché placido e accogliente: anzi... prendeva le parti della sopravvivenza, e sapeva il ruolo di una posa squallida, magari oscena, più semplicemente carnale. Carne e denaro: accostamento triste, sordo e cieco, che trova voce e giustificazione in un tempo in cui la prostituzione è sopravvivenza e merce di scambio, quasi una coordinata, un ritrovo di anime alla deriva: una certezza, pure fredda e ingiusta, nello sgretolarsi di una realtà intera e povera, oltre che dimenticata. 

Edoardo Morabito, con i suoi scorci di paese e le sue visioni ampie, bene cadenzate e lucide, segue con cura capillare e sincera ogni curva, ogni angolo, ogni più piccola espressione. Racconta dei luoghi che non vogliono saperne di essere dimenticati, anche quando non è solo la volontà a chiudere l’ingresso a un dato perimetro: chiudere per lasciare dentro e per ammettere l’estraneo solo quando apporta una ricchezza che non è da intendere in termini economici o materiali. Ogni storia, pure di passaggio, è un dono che trova un senso soltanto nella vicinanza, nei vuoti da riempire in qualche modo, con le parti imprecise da spezzare: un pezzetto per uno, e la condivisione è riuscita; di bocca, in parola, in vissuto, in una sorta di giuramento che non prevede missioni né ricompense: solo un’esistenza gualcita, stretta tra le mani.
Tutti sotto lo stesso cielo, vicini tra di loro e lontani dalle realtà patinate, quelle che si sceglie di vedere ad ogni costo, perché fanno migliore (e più decoroso) l’impatto con le cose del mondo. Ne
I Fantasmi di San Berillo si indagano i momenti di quotidianità, i volti rugosi e stanchi che già da soli svelano i lunghi anni e i compromessi, gli attimi di lucidità e di resa, gli amori forse nascosti in un cantuccio ben sigillato nella memoria. E poi i sorrisi amari e coraggiosi, le voci dialettali, le voci graffianti, timide e confidenti, con una verità lampante e senza orpelli, priva di pietismi, sincera e senza offesa, né giudizio: lo sguardo si solleva e si fa critico, lampante e diretto. Le testimonianze sono tante e forti, poiché da sole scelgono di esserlo. Le strade si affastellano e poi si snodano, raccontano un passato senza fasti, e la tenerezza dei sopravvissuti. L’orgoglio muto e resiliente per una tradizione che va scelta e mantenuta. I colori sono pieni e vari anche nell’abbandono, sono condensati nelle storie che trapelano da ogni poro di pelle e roccia, casa e corpo, che mai come in questo caso si fanno accomunabili, almeno in linea di pensiero, di immaginazione. La tenerezza palpita ben oltre un guscio ruvido, spesso, e le storie narrate e tramandate ad ogni età, sono la vera linfa vitale. Proprio a San Berillo, che «la notte svegliava i suoi mostri scolpiti in quella pietra affilata e nera d’inferno».

La voce vellutata di Donatella Finocchiaro si mescola alla musica di fondo del cortometraggio, e continua a raccontare: «Le cento bocche dischiuse di quegli animali, mezzo uomo e mezzo cavallo, mezzo donna e mezzo serpente, agitavano le code e le ali nere producendo un sibilo tanto oscuro e terrorizzante che più di una volta si trovava la mattina qualche sventurato morto di paura per aver udito quei rumori, o aver visto qualche capitello staccarsi dal corpo di un palazzo, e venirgli incontro con movimenti sconosciuti. Noi c’eravamo nati, ma loro? Quei mezzi catanesi che abitavano fuori, nei palazzi di marmo, tra i giardini, non potevano entrare nel recinto magico costruito da un diavolone di architetto, uscito fresco-fresco dalle viscere del monte insieme alla lava ribollente, e deciso a farsi un piccolo inferno per sé stesso e per i suoi simili». 

Basta questo a comprendere quanto la dimensione onirica, fantastica, mostruosa e umana siano strettamente correlabili e dentro ad un perimetro di proporzioni assai ridotte. Si fa presto a trovare esaltanti quelle parole, che sembrano quasi l’ingrediente segreto di una pozione da stregone, dall’effetto più ammaliante e ipnotico che ci sia. La notte, l’inconosciuto, la paura che sibila e vibra nel petto, ed ha un tonfo sordo e ripetuto, dentro, che nessuno può udire. Fare ritorno è una marcia esultante, che dona un conforto insolito, misterioso: sulle ali del vento e in punta di stelle, per non svegliare la ragione che trova quasi sempre un posto per lo scompiglio e la più appuntita critica. A volte serve solo seguire i sentieri dell’istinto e della più intima appartenenza, e lì lasciarsi cadere, come tra le braccia di un amante. 
L’opera di Morabito, termina con una canzone di Fabrizio De Andrè: La Città Vecchia. E sono note al sapore di miele e di veleno, quelle scelte, che non potrebbero vestire meglio di così l’intera narrazione, ed ogni scorcio, ogni nostalgia, e l’inquieto vivere di tutti quanti: giovani, anziani, anime strappate alla propria terra, corpi inabitati, zone pericolanti come vite senza un futuro, coi momenti di dolcezza vissuti come in esilio, e per questo sempre più forti e indicibilmente cari. 




* Si ringrazia Edoardo Morabito e LemurFilms, per la visione della pellicola.