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La Scatola Nera del Traduttore

Scritto da Rosa Elena Colombo.

«In uno scenario multidimensionale, in un piano astrale mai destinato a volare, le volute di foschia stellare ondeggiano e si dividono... 
Guarda...».

[Terry Pratchett, IL COLORE DELLA MAGIA, TEA 2007]

Dovendo descrivere cosa contiene una ideale scatola nera del traduttore, ci è sembrato emblematico l’incipit del primo volume della mai troppo elogiata Saga di Mondo Disco, di Terry Pratchett. Sì, perché la scatola nera del traduttore, ossia la sua testa, altro non è che un universo mai destinato a volare... non su ali proprie, almeno.
Il traduttore, infatti, parla con le parole degli altri, con la voce degli altri. In ciò sta il suo talento, la sua missione.
Potremmo dire che l’opera di traduzione è l’unica opera dell’ingegno – o, almeno, l’unica che ci viene in mente – a non avere assolutamente nulla di originale.
Eppure, se facciamo un giro in libreria e andiamo a spulciare gli scaffali dei classici, troviamo cinque, sei, sette differenti versioni della stessa opera. Tutte diverse. Per dire, non solo un cappotto di Gogol’, ma anche un mantello.
Apriamo e sfogliamo, dunque, prima il Cappotto, e poi il Mantello.

Il primo nell’edizione tradotta da Clemente Rebora per Feltrinelli editore, nel 1992:
«Nel dicastero di..., ma è meglio non precisarlo. Non c’è categoria più permalosa della burocratica e militare – dei funzionari, insomma, d’ogni classe e specie (...)».
Il secondo, nella traduzione di Tommaso Landolfi per Einaudi, del 1984: «Nell’ufficio di... ma è meglio non dire in quale ufficio. Non c’è nessuno più suscettibile dei funzionari, degli ufficiali, degli impiegati e, in una parola sola, d’ogni sorta di gente che presta servizio (...)».
A commento del titolo, Landolfi annota: «Ho conservata la versione tradizionale del termine russo (...), che però meglio si tradurrebbe con “pellegrina” o “pipistrello”»[1].
Che fare, dunque? Da una versione all’altra, come si vede, le cose cambiano e molto. I “funzionari” di Rebora diventano «funzionari, ufficiali, impiegati e, in una parola sola, ogni sorta di gente che presta servizio».
Cosa è successo? Qualcuno si è perso un grappolo di parole strada facendo, oppure qualcun altro aveva proprio una gran smania di specificazione, di dettaglio, e molto poco amore per la sintesi. E io, che non so il russo, come faccio a sapere quale delle due versioni è la più vicina all’originale? Gogol’ sta parlando per bocca di Rebora, o per bocca di Landolfi? Gli piaceva di più il mantello, o il cappotto?
Ma come? Non si tratta pur sempre dello stesso romanzo? Forse, chi distrattamente si limita a leggere il titolo potrebbe anche dubitarne. Bisogna aprire il libro, leggere l’incipit per scoprire che si tratta proprio della stessa storia. Ecco che, dunque, le finezze della traduzione finiscono per confondere. E probabilmente l’acquirente, quasi di sicuro un liceale che legge per forza, non baderà alle circonvoluzioni verbali, ai ghirigori, alle note a piè di pagina, perché il libro non lo aprirà nemmeno.
Forse, anzi, non capirà nemmeno che l’edizione di papà dei
Racconti di Pietroburgo contiene proprio il Cappotto che la prof. lo costringe a leggere, ma in versione Mantello, e finirà per portare a casa un doppione. Risultato: dalla stessa opera originale ci hanno guadagnato due case editrici. 
Allora, queste circonvoluzioni verbali, questi ghirigori del traduttore a chi interessano, dopotutto? E perché dunque una traduzione differisce così tanto da un’altra? La risposta è solo una: le circonvoluzioni e i ghirigori interessano soltanto al traduttore, che deve cavar fuori qualcosa di nuovo, di originale, da un qualcosa che è l’antitesi del nuovo, un classico della letteratura. E deve farlo per farsi notare e per vendere – cosa, questa, che interessa anche all’editore, ma non noi, e non in questa sede.
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Ma è giusto, tutto ciò? A noi sembra di no. Chi scrive ritiene che esista un’etica della traduzione.
Riflettiamo su una parola: “originalità”. Che cosa è originale? Qualcosa di mai visto, di innovativo. Qualcosa che è, che esiste per la prima volta. Per il traduttore, originale deve essere solo e soltanto il testo sorgente. La sua traduzione non potrà mai essere originale, perché seconda per vocazione. Dopotutto tradurre significa volgere la parola da una lingua a un’altra e non possono, verosimilmente, esistere troppi modi per farlo. 
E allora cosa fa la differenza? Il misterioso contenuto della scatola nera del traduttore. Ossia: paura di non essere notati, vanità nel voler fare la differenza, egoismo nel voler dire la propria.
Questi tre terroristi schiacciano l’opera originale, sono come voci psicotiche nella testa del povero traduttore, che invece dovrebbe ascoltarne solo una: quella dell’originale. Quella di Oscar Wilde, quella di Tolstoj. Eh, no, traduttore, frena: qua non interessa quello che dici tu. Lascia parlare Oscar, e se proprio vuoi suggerisci, interpreta, fa’ un po’ di chuchotage, insomma: renditi utile. Ma sta’ zitto.
E invece no. Il traduttore vuole dire la sua. Il traduttore è prima di tutto un lettore, e il lettore interpreta, vuole proprio trovare un messaggio in quella storia, in quelle parole. Il traduttore, poi, è anche un wannabe-scrittore. Forse lui non avrebbe intitolato così quel romanzo. In fondo si capisce che l’eletto è Danny, no? Allora non parliamo genericamente di The Chosen[2], estrinsechiamo: chiamiamolo “Danny l’eletto”.
Non parliamo di
Equal rites[3], parliamo di “Arte della magia”.
Non parliamo di
Good Omens[4], ma di una gigiona «Buona apocalisse a tutti».
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Ma. Eh sì, c’è un “ma”. Ma chi ti dice, traduttore, che l’eletto fosse Danny? Sai, io conosco una lettrice che ha proprio divorato il “tuo” Danny l’eletto, però si scervellava, si chiedeva: ma Danny era l’eletto? E per fare cosa? Ed eletto da chi? Poi, l’illuminazione. Danny non era l’eletto. L’eletto era Reuven. Reuven era l’eletto di Danny, o meglio il prescelto (ma sì, rispettiamo la lettera del titolo, è così semplice) di Danny, il figlio del rabbino. The chosen. D’altronde, Il prescelto sarebbe stato proprio un titolo niente male: il titolo che, ne siamo sicuri, Chaim Potok avrebbe voluto. Potremmo dire: the chosen title.
Certo, non bisogna essere troppo severi col povero traduttore. Proviamo a metterci nei suoi panni. Per passare da una lingua all’altra, interpretare è necessario. E poi, poi. Esiste, in italiano, un modo per rendere quello splendido gioco di parole che è Equal rites? Chi scrive, pur essendo una traduttrice, non riesce a trovarlo, ma forse è solo smodatamente fanatica di Terry Pratchett e della sua follia geniale, della sua prosa che, come disse qualcuno, «dances and dazzles».
Tuttavia, certo non bisogna fare troppi sforzi per trovare qualcosa di meglio de «L’arte della magia»... che non c’entra nulla con il titolo originale, e relega il brillante libro di fantasy satirico sullo scaffale dei libri per bambini.

Gli esempi di titoli tradotti male abbondano, comunque. Li troviamo nella letteratura, ma anche nel cinema. Uno su tutti: The eternal sunshine of the spotless mind. Sentite la musica, la bellezza delle parole (Bene, ora smetto di parlare come il colonnello Landa di Inglorious Bastards o “Bastardi senza gloria”)? Come diventa questo emozionante, fulgido titolo, preludio di un film avvincente, misterioso, intellettualmente stimolante? Diventa: Se mi lasci, ti cancello.
Per citare la fatina Trilli di Hook: Capitan Uncino[5], ogni volta che un «Eternal sunshine of the spotless mind» diventa «Se mi lasci, ti cancello», un traduttore cade a terra morto.
Per un traduttore, arriva sempre il momento di spostare una virgola, di scegliere fra un significato e il suo sinonimo, di interrogarsi non solo sul senso, sul contenuto delle parole, ma anche sulla loro bellezza. Dovrà, in altre parole, fare delle scelte. Tuttavia siamo davvero, davvero sicuri che debbano per forza essere così diverse l’una dall’altra? E cosa resta, in questi casi, dell’originale? Originale inteso non come particolare, innovativo, ma nel senso della prima versione, quella vera.
Purtroppo solo il traduttore lo sa. Il lettore deve fidarsi, ma consoliamoci: il lettore medio, questo problema non se lo pone proprio. Tizio, il mio compagno di banco del liceo, non leggeva a meno di non esservi costretto. Quando lo faceva, usava la regola del trenta: le prime trenta pagine, le ultime trenta, e i riassunti che trovava in rete – meglio ancora, il racconto della compagna secchiona... che oggi è una traduttrice.

 



[1] pag. 177, Racconti, cit.

[2] The chosen, Chaim Potok, 1967, edito in Italia da Garzanti, Milano, 1990

[3] Terry Pratchett, 1987, edito per la prima volta in Italia da Mondadori nel 1990

[4] Terry Pratchett, Neil Gaiman, 1990, edito in Italia da Mondadori, Milano, 2007

[5] Titolo originale: Hook, Steven Spielberg, 1991