Stampa
PDF

Apostoli della Caviglia Nuda

Scritto da Ornella Mariani.

Un tempo l’abito non faceva il monaco. Oggi fa il profeta di una moda.

Ci sono i pragmatici, quelli che a fine marzo fa ancora freddo, e usano i piumini dell’inverno senza guardare il calendario: non si vogliono buscare un inutile raffreddore. E comunque anche quando la primavera arriva davvero, e sopraggiunge il primo tepore, sono gli ultimi a fare il cambio del guardaroba negli armadi. Accampano mille scuse, non hanno mai né la voglia né il tempo per farlo. Li vedi sudare in ufficio, con la camicia di flanella, eppure loro che fanno? Si rimboccano le maniche. Vorrebbero conservare la stagione che sta per finire, le si sono affezionati. E per ogni stagione è la stessa storia. Sono anche quelli nelle cui case spesso trovi conservati gli album di francobolli di quando erano piccoli, le lettere d’amore di tutta una vita, i barattoli vuoti delle conserve, le amicizie, e spesso sono monogami per pigrizia. Sono magari un po’ flemmatici ma sicuramente più fedeli di tanti altri. Introversi e spesso taciturni, non si occupano di quello che la gente pensa dei loro vestiti retrò. Il tintinnare ipnotico del destino raffrena spesso i loro slanci, da qui la loro flemma, la loro avversione al cambiamento. Parlare del Nuovo li terrorizza più che parlare di recessione. Da sempre conservatori, come formichine hanno accumulato nel loro granaio abbastanza mangime per l’inverno. Non si occupano dei granai altrui. 

Quindi ci sono quelli speranzosi, gli innamorati della primavera, i romantici, gli idealisti, che appena smette di piovere, pure se fa un freddo pungente (ma siamo in primavera), osano proporsi in vesti leggere. Quando sentono pronunciare la parola magica che evoca il risveglio subito il loro istinto – vestito ora da giudice, ora da giustiziere – li porta a ricordare la primavera di Praga, che li trasporta come una macchina del tempo in un periodo felice della loro vita dove agli ideali si credeva davvero, e per opporsi ad essi il potere usava i carri armati. Riconoscibili, terribili ma concreti; il nemico aveva un volto: armato, ma un volto ben definito. 
Oggi li riconosci dal livore delle gote, dalle braccia serrate lungo il corpo per mantenerne il tepore, le mani nelle tasche delle giacchettine corte di pelle, che non tengono mai al caldo. Però siamo in primavera e si deve pur tirare fuori dagli armadi tutto l’outfit dei vestiti di cotone, delle scarpette scollate, dei golfini, delle giacchette di pelle al posto delle giacche a vento. Sono quelli che hanno già scoperto le piante sui terrazzi dalla loro protezione provvisoria, cosicché i gerani se li ritrovano tutti raggrinziti e appassiti per il troppo ottimismo. Sono quelli che fanno il cambio degli armadi a inizio marzo, giusto per incentivare il caldo a venire, e scacciare via più in fretta l’inverno. La loro ottica spesso non è nel qui ed ora, ma al subito dopo, guardano sempre avanti. D’altra parte sono anche i primi a fare il cambio dei vestiti a fine estate perché loro... con la testa, sono già in autunno.

Costoro non si oppongono al cambiamento: lo anticipano. Il loro guaio è che spesso sottovalutano il freddo e si ritrovano raffreddati e ammalati, fuori gioco, e poi recitano il mea culpa. 
E naturalmente, ci sono anche gli eccessivi. Gli estremisti. Quelli che sembra arrivino dalle steppe caucasiche, dal polo Nord. Siccome qui in Italia, almeno per ora, di giorno la colonnina non va più sotto zero, allora eccoli andare in giro con un maglioncino. Magari, se esagerano, con una sciarpetta al collo, ma non l’allacciano mai, la lasciano svolazzare ai lati per vezzo, tanto per dare una nota di colore e di sregolatezza. Hanno già tolto le calze, i calzini e se guardi bene intravedi uno scorcio di caviglia pallida tra i pantaloni di cotone e le scarpe da ginnastica leggere, quelle che si usano sulle barche a vela. Loro sono qui, ma la loro testa è ancora in quel viaggio alle Maldive di due anni fa. Non si sono ancora ripresi dal sogno.

Con alle spalle i nuvoloni neri, carichi di pioggia, con i tepori poco convinti, si sentono la punta che romperà il ghiaccio: sono i promotori del disgelo, i fautori della rinascita a tutti i costi.
Pensano che dentro quel maltempo, col vestitino leggero, saranno quelli che non han paura di nulla. Li riconosci non solo dai vestiti ma dall’atteggiamento: hanno la camminata svelta, veloce, perché devono sempre essere in movimento perché è così che ci si scalda, che si rimane vivi.  
Amano la popolarità e li vedi mangiare vegano e negli alberghi a 5 stelle. Li vedi battere i denti, ma le caviglie sono nude pure sulla neve; calze e maglioncini servono solo al cane per andare a passeggio. La stessa dittatura – malata, perché non c’è nulla di salutare, se non per gli incassi delle farmacie – che due decenni fa imponeva di uscire con la t-shirt corta e l’ombelico di fuori, è tornata in auge.
Da sempre incuranti degli altri, gli apostoli di quella tirannide hanno cercato di promuovere un modus vivendi e hanno ottenuto un sacco di consensi. Non a caso, sempre più persone a mezze maniche corrono in bicicletta sfidando la pioggia e il gelo. Sono loro. E sembra che siano anche vincenti perché, dicono, è così che si vince nella vita: stando leggeri, senza pensieri pesanti sulle spalle, muovendosi un po’ a destra e un po’ a sinistra come fanno gli squali, in alto mare.

* Photo by Frank Michel, So Cannes #11 [Explored], 2016.