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Our Damaged Democracy

Scritto da Giuseppe Lalli.

È sempre il più morbido dei regimi? Ne hanno discusso perfino alla LBJ Library.

In uno scritto dell'Ottantasei, l'allora cardinale Joseph Ratzinger, alla domanda “Cosa minaccia oggi la democrazia?” rispondeva, con profetica lucidità: «C'è innanzitutto la incapacità di fare amicizia con l'imperfezione delle cose umane: il desiderio di assoluto nella storia è il nemico del bene che è nella storia». Il professor Ratzinger intendeva mettere in guardia rispetto alla tendenza a quell'utopia secondo la quale il passato sarebbe da considerare «una storia di non libertà […] e che finalmente ora, o tra poco, si potrà o si dovrà costituire la società giusta». Voleva altresì ricordare che «né la fede né la ragione sono in grado di prometterci un mondo perfetto». 
Da queste premesse consegue che a breve, il futuro della democrazia pluralistica che abbiamo conosciuto nel mondo che chiamiamo occidentale e l'esito dell'impegno finalizzato alla promozione umana e sociale, molto dipenderanno da una coraggiosa riappropriazione dell'idea d'imperfezione di quelle cose umane, e dal non considerare acquisiti una volta per tutte i valori di libertà e giustizia che sono alla base della democrazia liberale. Per il futuro occorrerà giudicare la moralità dei programmi politici alla luce di queste verità, che una visione disincantata della storia ci mostra. 

A uno sguardo non superficiale non può certo sfuggire che i pericoli testé denunciati non si scongiurano semplicemente agendo sul terreno della politica in senso stretto. Molto dipenderà da qualcosa che viene prima della politica, la quale recepisce ciò che sguazza nella società. È illusorio e fondamentalmente irrazionale pensare che le patologie sociali che si manifestano nella politica si curino con la sola politica.
È sul terreno culturale, cioè dei valori morali, che bisogna lavorare a fabbricare la medicina. C'è bisogno che la politica recuperi una piena coscienza di valori e di limiti, altrimenti, in questo nostro villaggio globale, la democrazia pluralistica, che non è da considerare un traguardo acquisito una volta per tutte, rischierà di apparire una scatola vuota, pronta ad essere sacrificata sull'altare della competitività economica. 

Chiariamo: la democrazia è il miglior sistema di rappresentanza politica, ma necessita perennemente di un supplemento d'anima, che non sempre c'è. Siamo tutti ogni giorno sballottati tra un sentimento e l'altro, tra una mezza informazione e una disinformazione, a tutti i livelli. Ci appare estremamente arduo distinguere il grano dal loglio: la cattiva informazione si diffonde a macchia d'olio e la buona politica, anche quando c'è, pare non godere di buona stampa. Le cronache recenti della politica, italiana e non solo, ci disegnano un quadro in cui le esigenze della propaganda sembrano prevalere sul bisogno di un sano realismo, e quelle della demagogia su quelle di una educazione civica e di una pedagogia di fondo che sempre dovrebbero presiedere al gioco democratico.
Se ne discute da anni, e le cure non hanno funzionato. Forse, le nuove forme politiche possono inaugurare una nuova èra del fare pòlis insieme.

Ma la prima cosa da fare, da parte di ogni persona di buona volontà, è quella di adottare un atteggiamento che equivale anche ad una misura di igiene mentale: attuare una continua opera di discernimento, giudicare i protagonisti della scena pubblica e i fatti di rilevanza politica e sociale per come sono realmente e per gli effetti ragionevolmente prevedibili sulla base di una coscienza formata ed informata, combattendo la tendenza a giudicare per partito preso.
La seconda cosa consiste nell'impegno a porre in essere delle ottime regole di ingaggio e di condotta, dei meccanismi interni ai partiti ed alle istituzioni pubbliche e private – non esclusi i mezzi di comunicazione di massa – che possano fungere da camera di decompressione delle passioni, e che facilitino il riconoscimento di meriti, competenze e credibilità degli attori politici. Bisognerà poi pensare ad integrare la rappresentanza politica con istanze sociali immediatamente riconoscibili, secondo metodi e forme tutte da studiare. 

Alla luce della lezione del presente, c'è poi da avere coscienza del fatto che, quale che sarà la direzione che i governanti sceglieranno volta per volta nel “guidare la macchina”, sia cioè che si sceglierà la via neo-liberista, sia che ci si orienterà verso la neo-socialdemocrazia, sempre si dovranno adottare adeguate misure di protezione sociale per tutti quei cittadini che la vita o la contingenza economica avrà svantaggiato. Compiti, questi indicati, di non facile realizzazione.
Bisogna tuttavia provarci.
Non è sufficiente invocare organismi sovranazionali, che rischiano di apparire più un ostacolo che una risorsa. E l'esito delle recenti elezioni denuncia, tra l'altro, una apparente mancanza di queste garanzie preventive.
È attorno a queste esigenze pre-politiche che si dovrebbe provare a costruire una nuova élite culturale che si impegnasse a creare le premesse per una riformulazione delle regole della convivenza sociale prima ancora di quelle delle istituzioni politiche. Sono infatti in gioco l'avvenire della società e della stessa democrazia. Se mai ne abbiamo avuta una.