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Di Rabbia, D'Amore, Di Vita

Scritto da Marco Magnani.

Gabriel Garcia Marquez ha scritto un libro meraviglioso, o meglio, ne ha scritti tanti.

Cercate di non morire prima di aver letto Cent’anni di solitudine.
Ma quello di cui voglio parlarvi oggi si chiama Vivere per raccontarla, romanzo autobiografico che racconta la vita di un giovane Gabo alle prese con la magia e la violenza della Colombia.
Più che la storia in sé, mi interessa l’idea che fa da architrave all’intera vicenda, e cioè il concetto per cui qualsiasi avvenimento umano diviene esistenza reale solo nel momento in cui viene raccontato, solo nel momento in cui terzo che non vi ha partecipato ne viene a conoscenza.
Certe esperienze, se non le vivi, non le scrivi. E allo stesso modo, se non le scrivi, se non le racconti, non puoi dire di averle davvero vissute.

In un primo momento avevo frainteso quest’idea, l’avevo interpretata in modo acerbo, pensando a un ragionamento da bar per cui, se non fai il fenomeno e non esageri, non enfatizzi l’accaduto, non sei considerato: niente di più sbagliato, come direbbe il mio professore.
Quello che Garcia Marquez sostiene, come ho capito per fortuna anni dopo, è che ogni esperienza trova la sua forza e la sua ragion d’essere nell’attimo in cui viene condivisa, quando cioè diventa la base per una costruzione e un cammino comune. Perché nessuno si salva da solo.
Ci ho messo un po’ a realizzarlo, abituato com’ero a ragionare per rabbia o per amore: è stato solo quando ho messo insieme i due elementi, la rabbia e l’amore, che ho iniziato ad apprezzare la difficile arte del costruire.

La rabbia per ciò che è, e l’amore per ciò che dovrebbe essere, presi singolarmente, non bastano, come mi hanno insegnato tutte le solitudini passate a farmi da mangiare. La rabbia può darti una scintilla, una spinta momentanea, e l’amore può farti volare alto, ma se non li unisci, se non elevi la prima e non concretizzi il secondo, in fondo al sentiero del giorno avrai sempre una sera passata a masticare noia e surgelati.
Non basta star svegli la notte a disegnare l’amore perfetto sul soffitto, è troppo facile vivere nel buio: devi avere il coraggio di affrontare l’amore a perdere, e di respirare l’odore dei pomeriggi quando li butti via.
Altrimenti, ti ritrovi a tossire per la polvere piovuta su chi che volevi essere, e a chiedere a lei, alla polvere, dove sei finito.

Per questo è così importante costruire, anche se non ha l’entusiasmo dell’inizio o la teatralità della fine, perché permette di condividere con altri quello che sei, di stringerti a qualcuno, di fare qualche metro a ruota e poi dare il cambio.
Perché arriva comunque il momento della fatidica domanda: ma chi me lo fa fare?
Ed è bello trovare la risposta negli occhi e sui volti di chi hai vicino.
Come ho sentito dire a Rocco Mangiardi, coraggioso imprenditore di Lamezia Terme, che ha denunciato il sistema del racket locale guardando negli occhi in tribunale il boss che lo aveva taglieggiato, siamo fiori o sporcizia, siamo la traccia di quel che lasciamo: questa è la scelta.
E io, come sempre convinto che un inverno si trasforma in primavera, vi lascio con lo spagnolo verde e umido, e facile da tradurre, del Subcomandante Marcos, personaggio indecifrabile ma di sicuro molto incazzato, molto innamorato, e grande costruttore: nada somos si solo caminamos, todo seremos si nuestros passos caminan junto a otros pasos dignos.