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Rilevanza Intima dei Classici del Novecento

Scritto da Francesca Maria Villani.

Dacia Maraini, durante un incontro con degli studenti di un liceo, spiegò l’importanza di formare i lettori del domani e la necessità di farlo attraverso i classici.

«Soltanto se i ragazzi hanno delle buone basi saranno in grado di distinguere un buon libro da uno frutto del fenomeno mediatico, e solo con l’aiuto dei grandi autori, possono comprendere la meraviglia della scrittura». Più o meno questa, la sintesi della sua conferenza. L’autrice proseguiva, sostenendo il valore di scrittori italiani come Calvino o Pavese.
Il primo è forse più semplice da digerire, almeno per gli adolescenti. Il Barone Rampante, Il Visconte Dimezzato, sono in apparenza fiabe, racconti che, se vogliamo, non fanno che proseguire la tradizione delle novelle che ci vengono raccontate da bambini. Poi, però, se si è fortunati, si viene in contatto con un testo come Il Castello dei Destini Incrociati, e ci si rende conto che Calvino, di semplice, talvolta non ha nulla. Ed è chiaro fin dalla trama, complessa e articolata tanto che ci si perde nella miriade di storie raccontate che si intrecciano l’una all’altra, per non dire della scelta dei temi stessi.
Consideriamo ad esempio la storia dell’indeciso al quale, a un certo punto, per la sete che ha nel corpo non gli bastano «questo pozzo, né quello», perché «è il mare, è il mare che voglio». Di fronte a una simile affermazione si può soltanto pensare alla sete di infinito che tutti abbiamo insita in noi, quella tensione verso la felicità che non è rappresentata da un singolo elemento, come il possesso di un’automobile, un oggetto, o la realizzazione professionale, ma è la tensione verso un appagamento completo, se esiste. Quello che cercava Leopardi, la risposta alla domanda: «A che tante facelle, ed io che sono?». 
Però in Calvino questa sete è causa di infelicità perché si tramuta in blocco, in paralisi. L’incapacità di scegliere causa insoddisfazione nell’interessato ed influenza di rimando gli altri, privandoli della loro libertà: «Sono l’uomo che doveva sposare la ragazza che tu non avresti scelto, che doveva prendere l’altra strada del bivio, dissetarsi all’altro pozzo». La scelta descritta è, se vogliamo, la stessa che si opera in Kierkegaard: la vertigine del nulla, l’indecisione di fronte a tante cose che ci piacciono e tutte allo stesso modo, la paralisi della nostra stessa linfa vitale. 

Leggere Calvino diviene allora un’esortazione alla vita, all’azione, alla scelta e, perché no, anche alla libertà e al rispetto di quella altrui.
Inoltre l’autore è anche colui che per primo ha avuto l’idea di raccogliere tutte le fiabe della tradizione italiana, regione per regione. Sapeva il loro potere lieve e magnetico, conosceva il valore dell’esorcismo che esercitavano verso le paure concrete ed erano un modo assai valido per affrontare i problemi dell’adolescenza: la forza, il coraggio, l’imprudenza, la testardaggine dei giovani e poi il distacco da casa, il legame con la famiglia, la ricerca dell’amore. Le fiabe non sono altro che una bolla al di sopra del mondo, dove tutto viene vissuto in maniera fantastica, affascinante, avvincente, ma quello che prova a dire Calvino è che, se abbiamo la fortuna di avvicinarci a questa bolla, toccarla con mano, scopriamo che essa non è altro che la trasposizione della nostra stessa esistenza, proprio quella che tante volte ci sembra misera, vuota, priva di un senso. Le fiabe raccolte a volte sono crude, hanno finali spiazzanti che ti lasciano con l’amaro in bocca.
Giovannin senza paura, il bambino che non prova terrore di fronte a nulla e poi alla fine vede la sua ombra e muore dallo spavento è l’esempio di come a volte, il vero drago, quello che sputa fuoco, che uccide le fanciulle, non è altro che una parte di noi stessi. La nostra ombra non è altro che l’angoscia, la paura di fallire, il terrore di non essere abbastanza che ci agguanta e ci trascina e ci rende infelici, che provoca la nostra “morte”. Leggere Calvino per riflettere, per sognare, per risvegliare il bambino che in noi che si appresta con meraviglia e voglia di scoprire al mondo; leggere Calvino per vivere. 

Ma se Calvino ci trasporta tante volte in un mondo irreale, e ci incanta con la sua prosa, una visione più drammatica e violenta ci viene da Thomas Mann. Premio Nobel del 1929, nei suoi scritti si mescolano e si intrecciano come lati della stessa medaglia musica e filosofia. Il Doctor Faustus ne è sicuramente un esempio. La trama è semplice, un violinista vende l’anima al diavolo per ottenere anni di ispirazione creativa e scrivere musica che ribalti gli schemi del mondo a lui contemporaneo. Liberamente ispirato alla figura di Schönberg, il musicista inventore della dodecafonia, ed a quella di Nietzsche, è uno di quei romanzi che non può non essere letto. «Non solo tu vincerai le paralizzanti difficoltà del tempo stesso, ma spezzerai il tempo stesso (...) l’epoca della cultura e del suo culto, avrai il coraggio delle barbarie». Sono queste le parole di Mefistofele al protagonista, mentre sigillano il loro patto. Ma sono le parole di colui che ha cambiato la storia della musica di tutto il XX secolo. Sono le parole che sintetizzano il pensiero della Germania e dell’Europa intera agli albori dello scoppio della Grande Guerra. Sono le parole di chi sente di avere in sé le capacità per cambiare il mondo e cerca la forza per farlo. Ma il Doctor Faustus non è solo questo, è amore per la musica, è devozione nei confronti di Beethoven, di cui analizza la sonata per pianoforte op. 106 in un intero capitolo. É un pezzo imponente, lungo, difficile da suonare, poco inserito nel repertorio pianistico per la sua complessità, soprattutto quella della fuga finale.
Eppure Mann sceglie di utilizzare proprio quella, perché è una degli ultimi lavori del compositore, perché rappresenta la potenza di un uomo che ormai è in pieno declino fisico, eppure compone, e comporrà ancora altre meraviglie, come l’op. 111, alcuni quartetti, la Nona Sinfonia. Compone perché i suoni non lo hanno abbandonato, gli appartengono, fanno parte del suo stesso essere, lo rendono vivo. Leggere Mann dunque, per avere un’idea della forza, della passione di tutto ciò che può sembrare violento, brutale, quasi primitivo, ma altro non è che il nostro lato dionisiaco, come direbbe Nietzsche. 

Leggere Mann significa apprestarsi a una lettura lenta, a volte poco scorrevole, tremendamente densa, dove ogni parola di tira a sé in maniera prepotente e ti lascia svuotato di energia ma al tempo stesso pieno di nuove idee, nuovi pensieri.
È certo quello si pensa leggendo la
Montagna incantata, forse il meno scorrevole dei suoi romanzi, ma sicuramente uno dei più belli. I temi trattati sono contrastanti: i giovani che ne sono protagonisti e i quali, di per sé, rappresentano l’energia, il pieno dell’attività di un uomo, sono in un sanatorio a curarsi dalla polmonite. Là dentro il tempo scorre lento, tremendamente lento, quasi fosse uno stillicidio tra il misurarsi della temperatura nella sala comune e i ricchi pranzi con gli altri ospiti. Non c’è spazio per le emozioni, sono soffocate dal perbenismo borghese, e vengono viste dall’autore come una pecca tipica dell’età e dell’imprudenza ad essa legata. Ma, la Montagna incantata è molto altro. É lo svolgersi di riflessioni sul tempo e sulla vita che si alternano una dopo l’altra con un’eleganza e una sofisticatezza senza pari.
«Che cos’è dunque la vita? È l’essere del non poter essere ciò che sta in bilico sul punto dell’essere: (...) è qualcosa di immateriale come l’arcobaleno sopra la cascata. È (...) la forma impudica dell’essere».

Di fronte a ciò si può soltanto rimanere sbalorditi, appunto incantati, sedotti. Leggere Mann, quindi, per provare sulla propria pelle la sensualità della letteratura. Farlo per diletto e per cogliere quelle riflessioni sul tempo e considerarne il suo scorrere come un lento rimestare di minestra, un fondersi di istanti che proprio perché tutti simili, costituiscono un unico tipo di
materia temporale, il raggiungimento di quella che chiamiamo eternità, ed invece è la dilatazione di un singolo istante. 
Queste sezioni aprono invece le porte per collegamenti con la filosofia del Novecento: Bergson o Heidegger hanno fatto del tempo il centro delle loro speculazioni, Mann non fa altro che applicare i loro concetti ad una storia semplice, quasi banale e contemporaneamente le rende fruibili al grande pubblico, senza diminuirne lo spessore. Leggere Mann dunque, è necessario per conoscere, approfondire, ma sopratutto per pensare. 

Completamente diverso è invece l’operazione fatta da Hermann Hesse. Le sue sono pagine di una delicatezza e di una tenerezza tale da sciogliere il cuore di qualunque lettore. Narciso e Boccadoro è l’amicizia che tutti vorremmo. Nasce dal contrasto tra due caratteri opposti, uno è lo spirito creativo, l’altro quello più razionale. Eppure i due si amano di un amore sincero, perché l’amicizia non è altro che un sottile filo poco diverso da quello dell’amore ma appartenente allo stesso gomitolo. La libertà e il perdono sono la base del romanzo: la libertà di consentire all’altro di scegliere la propria strada, anche sapendo che lo condurrà lontano dalla nostra vita; e il perdono di chi accoglie chi si è perso, perché a volte ritornare sui propri passi e tutto tranne che semplice. Hesse è attuale, un classico senza tempo, ciò che analizza non è legato in alcun modo a un determinato periodo storico. Anzi alcune volte, diviene persino difficile capire in che epoca siano ambientati. Come nel caso del Gioco delle perle di vetro, uno dei romanzi sicuramente più complessi e dai tratti quasi matematici, o meglio, geometrici. Al centro vi è il problema dell’insegnamento, della vocazione, del divertirsi, ossia provare piacere in quello che si fa, e nel momento stesso in cui ci si rende conto che non ci si diverte più ribaltare gli schemi, cambiare, assumersi il rischio di un fallimento e poi ricominciare.

Ci sono sempre stati nella letteratura protagonisti che non hanno rispettato le regole: quelli di Hesse invece lo fanno e alcune volte sono proprio le norme a dare forza al loro essere, fino a quando non si rendono conto che la struttura esterna non può nulla se a sentirsi incompleta è la loro anima.
Il
Lupo della steppa, ad esempio, è un continuo rimando al problema della solitudine. Il protagonista, che tanto l’ha cercata, si sente inadatto: inadatto al mondo degli uomini a causa della sua parte istintuale, lupesca, e inadatto a quello dei lupi per la sua parte umana. Egli è colui che cerca conforto nell’ebbrezza e che al contempo si commuove di fronte alla musica di Haydn, che seppure scarna ha il potere di condurlo in un mondo perfetto, armonico, dove i lati della sua psiche possono fondersi. Hesse inoltre si concentra sul ruolo della risata, che appartiene solo agli dèi: solo quando saprà ridere, potrà essere immortale. Ma ridere di cosa? Di sé stesso, del destino, perché è necessario cogliere il lato beffardo della vita per poterla davvero amare. 

Alcuni scritti sono drammatici, gli ultimi aprono uno spiazzo sulla storia contemporanea, come il Demian, che descrive la voglia di sentirsi parte di qualche cosa di grande, parte di un destino. L’inclinazione di Schopenhauer per le filosofie orientali, oltre alla passione per lo studio della psiche, lo influenzano in maniera radicale, eppure non perde mai il proprio romanticismo. Forse perché a differenza di Mann, Hesse era anche poeta, le sue riflessioni sull’amore sono eteree pure di fronte alla tragedia della Grande Guerra; si ritrovano infatti in questo romanzo delle parentesi che colpiscono prima per la musicalità del verso, poi per il loro contenuto.
Alle volte inserisce fiabe come quella di un uomo innamorato di una stella che, proprio nel momento stesso in cui decide di volare verso di lei, pensa che non potrà davvero farcela e si schianta al suolo, perché non aveva creduto abbastanza, non sapeva amare. Oppure scrive di un uomo, anch’esso innamorato, il quale nel momento in cui viene ricambiato si rende conto che la donna porta in sé tutti i colori del mondo, gli stessi che lui, accecato dalla smania di possederla, aveva smesso di vedere. In sostanza Hesse invita, con i suoi scritti, all’amore: parla di stelle, che come dice l’epitaffio della quarta sonata di Skrjabin «sono da sempre simbolo di felicità»; parla di musica, di passione. Arriva al cuore del lettore e lo commuove, lo cambia, si può dire che lo renda un uomo migliore. È questo quello dovrebbero fare i classici: creare consapevolezza, perché sono istanti in un lungo percorso e gli istanti non fanno altro che fondersi e compenetrarsi l’uno nell’altro come la neve che dà corpo a una valanga. Il compito dei grandi autori è proprio questo: loro che hanno trovato sé stessi nella musicalità delle parole, che conoscono i segreti per parlare direttamente all’animo sono – o per lo meno dovrebbero essere – i nuovi e antichi maestri, coloro che spiegano senza la retorica noiosa di una lezione. I classici del Novecento hanno il vantaggio di essere vicini al nostro tempo, lo fermano nelle sue istanze. Basti pensare a Pavese con i suoi
Dialoghi, che sono uno dei testi più belli e drammatici della letteratura italiana: parla di Saffo e della sua incapacità di essere felice, di Ulisse, invidiato dagli dei perché fragile, e l’immortalità non vale nulla di fronte al suo essere uomo; di Virbio che vuole essere amato e sacrifica la sua divinità perché preferisce vivere e mettere in gioco sé stesso come essere, piuttosto di restare in un sfera protetto da ogni infelicità – una sfera che della vita, invece, fa parte.