Stampa
PDF

Il Disagio Digitale

Scritto da Silvia Sbaffoni.

«La tecnologia avvicina le persone lontane ma allontana quelle vicine». L’abbiamo sentita tutti questa frase, però pochi l’hanno ascoltata davvero.

Troppo presi dalle innovazioni e migliorie che ha aggiunto alle nostre vite, non siamo stati in grado, né siamo tutt’ora, di vedere quello che in realtà ci ha tolto. Abituati oramai ad avere tutto a portata di mano, abbiamo perso la capacità di riconoscere la bellezza nelle piccole cose; tendiamo a isolarci e non riusciamo più a vedere l’emozione insita nelle attese; quella frustrante sensazione che dà il piacere di aspettare si è trasformata in ansia da prestazione. 
La tecnologia è nata come strumento a servizio delle persone, un valore aggiunto che avremmo dovuto usare come mezzo per migliorare la vita.
Un tempo la tecnologia si adattava all’uomo; venivano di volta in volta introdotte innovazioni, dai primi bancomat ai computer, poi internet e i telefonini portatili, ai quali non si era abituati, ed il cui processo di assorbimento era lento e macchinoso. Era l’uomo che, con i suoi tempi e i suoi modi, lasciava entrare poco per volta i mezzi digitali nella propria vita, cambiando il suo modo di vivere, lavorare e relazionarsi. 

Oggi la tecnologia ha preso il sopravvento, o meglio, abbiamo lasciato che prendesse il sopravvento con il più integrale e incondizionato degli assensi; siamo consapevoli che la linea che separa l’uso di essa per vera necessità dalla dipendenza è molto sottile, eppure gli adulti – soprattutto loro – continuano ad essere vettori di approcci sbagliati, e questo fa si che i valori si siano invertiti. I primi a risentirne sono i giovani. I nativi digitali infatti sono cresciuti a pane e tablet: presente nelle loro vite fin da piccoli, quel circuito liquido li ha resi schiavi, costretti a una vita sedentaria e incapaci di coltivare semplici facoltà come la fantasia e l’immaginazione. Non più abituati a pensare, faticano a trovare soluzioni anche a problemi semplici. Hanno perso la possibilità di annoiarsi, che è l’unico mezzo che porta ad essere creativi. I rapporti personali sono diventati fredde e telegrafiche conversazioni prive di qualsiasi emozione, e le empatie si comunicano in emoji, coi sentimenti mascherati e uguali per tutti. Ci si è focalizzati solo su sé stessi e non più sulla collettività, finendo per non badare ai bisogni altrui perché troppo presi dai propri; per di più, si è persa la curiosità di conoscere tutto ciò che va oltre il palmo della mano. 
Un tale stile di vita destabilizza gli adulti e rende sterili i giovani, che alla lunga non sanno più cosa sia il contatto umano o la straordinaria bellezza di una conversazione faccia a faccia, nella quale si riesce a cogliere ogni minima sensazione attraverso l’intensità di uno sguardo,  l’autenticità di un’emozione attraverso le espressioni del viso e i dettagli insiti nei piccoli gesti. 

L’adolescenza, poi, è quello strano periodo in cui si è sempre in conflitto con il mondo, soprattutto quello degli adulti e, mentre anni fa si era costretti ad affrontare e confrontarsi con i propri genitori, arrivando nel più dei casi a uno scontro che determinava una crescita personale notevole, oggi i giovani si rifugiano negli iPod o nello smartphone, temono il confronto e cercano in ogni modo di evitare discussioni, specie con chi ha il compito di educarli, convinti che Google abbia le risposte a tutte loro domande. 
Mentre chi è nato prima dell’era digitale riesce – ma non sempre – a fare un paragone, e a rendersi conto di quanto la tecnologia ci abbia allontanati dalla realtà privandoci del salutare calore umano insito nei rapporti personali, e cerchi di conseguenza di bilanciare i due aspetti, i giovani non vedono queste differenze. Finiscono per vivere una vita di rapporti virtuali che non permettono loro di conoscere le reali sfaccettature caratteriali delle persone con cui si relazionano, e li rendono incapaci di gestire qualunque situazione livello emotivo. Il cellulare attutisce e rende ovattate quelle emozioni che, se vissute genuinamente, il cervello elabora e gestisce, permettendoci di crescere. 

Nelle vite da copertina ciò che conta sono le apparenze, i like, i followers, a discapito di ciò che è davvero importante: la sostanza. É una gara a chi è più popolare, dove le amicizie non vengono coltivate, approfondite, bensì ridotte a numeri senza valutarne la qualità, il contenuto. Non esiste più il dialogo; gli smartphone ci illudono facendoci credere di aver scongiurato lo spettro della solitudine: riescono a connetterci con miliardi di persone ma ci rendono umanamente soli, a volte insensibili. Dimentichiamo così di vivere il momento e ci perdiamo tutto ciò che di bello il mondo reale ci offre.
Il dogma
è conformarsi alla massa per evitare di essere mosche bianche; l’unicità è un valore da combattere, degna di emarginazione. Ecco perché la tecnologia, portata all’esasperazione, genera tanti cloni favorendo l’affermazione dei pochi che fanno da modello. Nella gran parte dei casi, poi, un modello altrettanto distorto, che aiuta a scordare quanto sia facile e ordinario essere straordinari. 

Nasciamo diversi gli uni dagli altri, ed è ciò che rende interessante interagire. Può sembrare un discorso di pura banalità, sentito e rimasticato a più riprese, eppure conoscere, apprendere, assimilare i messaggi ed il brivido dell’unicità di chi incontriamo ci arricchisce laddove la tecnologia dà soltanto l’illusione che questo accada, in quanto avvicina tenendo a distanza. Azzera quindi lo scambio reciproco e molti, troppi, senza la protezione di uno schermo si sentono vulnerabili, soggetti al giudizio che tanto destabilizza. 
Altro aspetto da indagare sarebbe la progressiva perdita della memoria. Sì, perché cellulari, computer e altri aggeggi di natura affine, per non parlare del ruolo dei provider, danno la certezza di avere sempre a disposizione un attrezzo per risparmiare energie mnemoniche, il cosiddetto e temutissimo sbattimento mentale. Mai più agendine, foglietti, post-it e appunti scritti di sfuggita, e male, sul primo brandello di carta, sullo scontrino; oggi abbiamo chi conserva i dati per noi. E nel farlo, ci priva, progressivamente, di una tra le più importanti risorse di cui la natura ci ha dotati: la capacità di ricordare. Anche questa è una forma di gestione dello spazio e della chimica altrui sulla quale la contropoetica del farsi mucchio, gregge pilotabile, sta investendo con successo, ed è pronta a moltiplicare i canali, le piattaforme, le soluzioni digitali che fanno intuire una semplificazione che di fatto non esiste; sono solo nuovi schedari dove inserire dati sensibili, e tanti saluti alla privacy e al senso primario di comunicazione e conservazione. 

Ma attenzione: lungi dalla condanna alla tecnologia come sistema. Poteva, doveva migliorarci la vita, e in sé lo avrebbe fatto, se l’uomo non l’avesse usata – e continui a farlo – come strumento di controllo vòlto a un esercizio del potere ben più subdolo di quello fisico: la gestione delle menti, il condizionamento di esse grazie all’esaltazione del superfluo, la percezione che senza non si può stare. Del resto, non fu solo Marx a citare in tempi che oggi paiono remoti lo spettro dell’alienazione, e per quanto egli si riferisse alla monotonia e allo sfruttamento nel lavoro, il concetto si è esteso alle comunicazioni, ai rapporti non più fra uomo e uomo, ma fra uomo e media, in una deriva verso una dipendenza dallo strumento ogni anno, ogni giorno più spaventosa. Si riducono gli anticorpi all’egemonia, le difese calano e si allontana il minimo di civiltà in favore della subordinazione agli apparecchi che celebrano il proprio trionfo nel renderci individui intellettualmente capaci che fanno cose stupide. Ed è una guerra, nella quale appena l’uomo indossa la divisa, perde la battaglia. Basta guardarsi intorno su un tram, in una sala d’attesa, in treno, perfino in un pub, o una pizzeria: il display cattura l’attenzione e decreta la sconfitta del dialogo, del piacere di uno scambio vocale, gestuale, sacrificato alla servitù felice e consapevole alla finzione. Anche la fiducia perde punti, si incrina: gli input che arrivano dai network digitali sono tutto fuorché tesi a unire, ed è già nutrita la legione di chi vede il mostro dietro l’uomo e non dietro a colui che tenta di renderlo tale. 
Sarebbe tutto più facile se al mattino tornassimo a guardare lo spettacolo dell’alba anziché l’ora, o gli ultimi messaggi di Whatsapp, sul cellulare.