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Cecco d'Ascoli, i Dotti e l'Antica Querelle

Scritto da Dario Panizza.

Spesso di certi uomini del passato non resta che una immagine mitica.

Il mito non sempre è positivo, è piuttosto un mantello che viene fatto indossare dal racconto di chi se ne è fatto carico, di chi è stato reporter della storia e informatore per i più svariati fini. Il mito è un filtro, è un diaframma che fa intendere come l’umano abbia il vizio di corrompere in vita e di rompere il velo, o i veli della diceria, in morte. Quel mito può essere positivo o negativo, e quasi sempre ha una radice politica, sia esso accollato a un personaggio di fede, sia esso il ritratto di un cavaliere, di un uomo di scienza, un generale, un filosofo, un autore, una donna di grande carisma in un tempo di soli uomini, un bandito, un generale, un castellano.
Di rado il mito sale sulle spalle di un umile, salvo dove e quando costui abbia a che fare con le zone del potere in forma diretta, o la combini grossa di fronte ai dogmi del Sapere. Certo, oggi si mitizzano i cantanti, che sono mere creature di uno o più produttori, creati a tavolino e dati in pasto a chi non sa vivere senza un esempio – il più delle volte fugace e facile da sostituire con un altro –, i calciatori, i vip, gli industriali, però ogni epoca ha i suoi lumi e i suoi màrtiri, ed in questo si distingue la cultura che la caratterizza. Per gli uomini di scienza non è mai stata una passeggiata. Di tanto in tanto gli va un tributo, un grazie come a chi ha dato il nome ai vaccini e alle conquiste fatali nel campo, ma di contro un esercito di oscuri militanti è rimasto lontano dal mito. E forse lo avrebbe sfuggito anche in vita, se gli fosse stato fatto ballare sotto il naso. Vien da pensare a Bruno, a tutti quegli studiosi che sono finiti arrosto sugli altari del sapere perché non si erano allineati. Emblematico è il caso di Cecco d’Ascoli, il cui vero nome era Francesco Stabili, nato forse nella borgata di Ancarano, a poco più di una decina di miglia dalla città, dove la madre era andata per una festa religiosa.

La sola certezza è l’anno, il 1269; poi tutto si offusca, come quel mito che talvolta beffa già nel corso della esistenza.
Pare infatti che Cecco abbia compiuto gli studi in Ascoli, e che da giovane si sia recato a Salerno con il padre, a detta di alcuni medico, a detta d’altri notaio. In terra campana lo Stabili si forma nella celebre scuola di medicina del luogo, e di là passa prima a Parigi e quindi a Bologna, dove tiene cattedra di medicina e di astrologia, si fa una chiara fama e stabilisce rapporti con molti letterati e dotti di allora, e tra gli amici, si sa, spunta presto la suocera in crisi di gelosia.  
I trionfi di Cecco non piacevano ai colleghi meno preparati e ai suoi nemici politici, i guelfi, che lo accusarono di eresia presso il frate domenicano Lamberto da Cingoli, con il titolo di chi aveva “sentenziato e discorso in modo errato di cose attenenti alla cattolica fede”. È noto, ed era noto a Dante, con cui lo Stabili ebbe relazioni, come non si debba «temere molto il livore o l’astio degli stolti, ma tanto quello dei furbi», e così il 16 dicembre 1324 il frate pronunzia la sentenza che mette Cecco a dieta di scienza e lo condanna ad ascoltare prediche nella chiesa dei domenicani, ma ciò che gli deve avere dato più dolore è la confisca di tutti i libri.

Inutile dire che gli viene sospesa la cattedra però lui non è tipo da stare a capo chino; va a Firenze, e in breve giro eccolo al seguito di Carlo d’Angiò, duca di Calabria. Alla corte del duca resta pochi mesi come phisicus et familiaris, il tempo che invidie e gelosie tornino a fiorire. La più acuta di tutte è quella di una “pia triade”, di cui fanno parte il vescovo di Aversa, frate Accursio da Bonfantini e Dino del Garbo, un famoso medico, che rispolverarono il vecchio processo di Bologna per istituirne uno nuovo, fondato come il precedente su false accuse, illazioni, presupposti.
Invitato a comparire davanti a frate Accursio, Cecco si dice pronto a ribattere e afferma le ragioni dei propri studi; e non appena sfiora il tema astrologia, il muro di gomma della fede diventa di marmo. In un baleno scatta il processo, il frate inquisitore ordina la confisca dei beni, che l’imputato sia arso vivo, e con lui tutti i libri eretici, tra i quali uno in latino sulla sfera e l’altro in volgare, l’Acerba, scomunicando in pari tempo chi li possedeva. Il Castelli, autore di una lunga e seria monografia su Cecco d’Ascoli ha riferito che egli era posto in alto, su un palco, e che ad ogni accusa rispondeva «è vero, l’ho detto. L’ho insegnato e lo credo». Il giorno della sentenza, il 16 settembre 1327, finì al rogo tra Porta a Pinti e Porta alla Croce, e lo spiedo pesa ancora su chi lo condannò per una eresia mossa da fini politici. Perfino post mortem l’Acerba venne in capo a una querelle: le copie scampate furono cercate a lungo, nel tentativo di fare sparire quella specie di terza rima nella quale l’accento non era posto sull’arte in sé dei versi, né sul valore lirico di essi, ma sul concetto per cui come già Dante intendeva offrire agli umani il cibo del sapere, la scienza non è facile a digerirsi e perciò al gusto dei più rimane acerba. Al di là di ogni metafora, è un’opera degna di essere consultata come indice della cultura e come raccolta di tutte le superstizioni di allora. 

Intorno alla figura di bizzarro poeta e scienziato, su cui la critica non ha mai espresso una parola unica e netta, sono sorte varie leggende, tra cui quella notissima del ponte vicino alla stazione, che si diceva – a costo di giurarlo, però senza più il pericolo di finire grigliati – lo Stabili avesse fabbricato in una sola notte. È un mito, sì, uno di quelli che la vox populi alimenta e del tutto privo di logica, eppure questi sono i capitoli degli uomini che danno fiato ai loro simili e ne toccano l’estro. A ben vedere, l’attualità lo conferma: non siamo cambiati molto, e la strada da fare è ancora lunga.



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* Image source: storiadifirenze.org 
** Domenico Claps, da La lettura, anno XXVII, n. 4.